Mi hanno detto che sul blog sembro una pazza furiosa perché scrivo in maniera sconclusionata, salto di palo in frasca e tiro fuori senza preavviso argomenti e pensieri che non si aggrappano a niente, che non stanno da nessuna parte e dei quali non si comprende il capo né la coda, l’utilità né lo scopo, il senso né la forma.
“In ogni post dai l’idea di una che sia stata rinchiusa per anni in una camera isolata, senza mai comunicare con altre persone. Poi un giorno arriva qualcuno che dice: ‘Ecco, adesso puoi dire quello che hai da dire’, e lì, finalmente, ti scateni. E fai paura”.
E’ seguita una breve discussione in cui io testimoniavo per la mia sanità mentale e l’interlocutore mi raccontava dei suoi amici con blog normali, in cui scrivono i resoconti delle serate con gli amici e pubblicano foto delle vacanze al mare.
Tutto ciò mi ha fatto molto penare , e il mio animo sensibile si è sentito oppresso e tormentato da siffatta tenzone.
Finché ho letto Kierkegaard e Montaigne, e ho capito che il mio modo di scrivere non ravvisa quello dei pazzi furiosi, bensì dei filosofi.
Ah! Stolidi blogger con istantanee di culi pelosi che oltraggiano spiagge cristalline, laggiù, nel meriggio!
Io sono una filosofa e non lo sapevo.
Ora ho preso coscienza, ora so.
Nella fattispecie, so cosa chiedere al pasticcere che lavora da mia mamma.
Sto leggendo uno dei saggi di Montaigne dal titolato “Dell’educazione dei fanciulli”.
Nel saggio il filosofo spiega il modo in cui un precettore dovrebbe istruire un allievo che gli viene affidato.
Il precettore dovrebbe fare un sacco di roba, secondo Montaigne.
Tra le altre: adattarsi alle capacità del discepolo senza prevaricarlo; far fare al ragazzo esperienza del mondo e delle persone, evitando di riempirgli la testa di nozioni mnemoniche; insegnarli il valore, la temperanza e la giustizia; educarlo a capire gli impulsi che ci muovono e le loro cause.
Tutto condivisibile e stimolante.
Dopo trenta pagine su questo tono, il fanciullo arriva a formarsi un giudizio.
A questo punto è pronto per lo studio di retorica, matematica, fisica e geometria, che gli indicheranno la scienza a lui più congeniale, alla quale dedicare la sua vita.
Se però il fanciullo, dopo tutte questo sbattimento, è rimasto uno zotico con la passione per la lotta e le favole, allora non c’è davvero speranza.
Abbattuto, Montaigne getta la spugna.
E chiosa: “non trovo altro rimedio se non che al più presto il suo precettore lo strangoli, se non ci sono testimoni, oppure che lo si metta a fare il pasticcere in qualche buona città, fosse anche il figlio di un Duca”.
Domani vado da Sandro, il pasticcere, e gli punto una meringa alle tempie gridando: “La morte o i tortellini!”.
Poi gli racconto di Montaigne e gli chiedo come ci si sente a essere un buzzurro paraculato.
Secondo me non la prende bene.