settembre 24th, 2007Segnalazioni
Ho accumulato roba da diffondere al mondo, ed è giunto il momento di smaltirla.
Quindi segnalo:
- Il blog di Andreaxmas, che è un gioiellino sia per i contenuti che per la scelta grafica – innanzi alla quale mi inchino umilmente.
- Il libro di Robert Neumann dal titolo “Lungo i fiumi di Babilonia”.
Chi pensa che la questione ebraica non possa essere affrontata con ironia e leggerezza dovrà ricredersi dopo questa lettura, davvero sorprendente.
L’unico problema è reperire il testo, che risulta fuori catalogo.
A me l’ha consigliato mia nonna, alla faccia di anobii e delle vostre diavolerie elettroniche. - La Biennale di Venezia, sezione arte.
Quest’anno il titolo dell’esposizione, scelto per venire incontro ad un pubblico generalista e facilitare l’accesso ai contenuti, è “Realismo Trascendentale”.
In pratica il tema è la guerra.
In mostra numerose foto, quadri e video, con poche installazioni rispetto alle edizioni precedenti.Un’esposizione interessante, con opere contemporanee che non inventano nuovi canoni ma che meritano certamente un’occhiata.
- Virgin Radio, che ha rivoluzionato i miei viaggi in macchina solitari.
Non mi è mai piaciuto ascoltare la radio, ma adesso è diverso: Virgin passa solo musica rock, ininterrottamente. C’è poca pubblicità e non esistono programmi, con speaker che commentano le notizie sul sito dell’Ansa e ascoltatori che chiamano per farci sapere cos’hanno mangiato a colazione.
Grandiosa. - Ikea. A me non piacciono i centri commerciali perché mi danno la sensazione che siano gli oggetti a guardarmi invece del contrario, e sentirmi fissata da un battaglione di detergenti per il pavimento non è proprio il massimo.
Ma all’Ikea i mobili non mi spiano: sono io a sceglierli.
E i risultati sono ottimi: adesso ho una fantastica sedia Mammut rosa, alta 30 centimetri, completamente inutile e che non so dove mettere.Prossima volta compro il tavolino da nani in abbinato e indico una tavola rotonda sul libero arbitrio.
settembre 6th, 2007Una tranquilla serata di fine estate
Stavo taggando i miei libri su anobii e sono stata colta da dubbi.
Ad esempio, l’etichetta “Disagio” per quali testi va usata?
A naso direi che può andare bene per Arancia Meccanica ed Estensione del dominio della lotta, ma non mi sembra adatta per Furore e Germinale.
Quindi ho pensato che il busillis possa dipendere dal significato che attribuisco alla parola “Disagio”, e ho stabilito che è qualcosa tipo “Insoddisfazione nonostante il benessere”.
Per questo non la trovo idonea a due romanzi che raccontano storie di poveracci, sfruttati e miserabili, mentre mi pare perfetta per quelli che trattano di borghesi con le ansie da prestazione.
E’ anche vero, però, che i disperati senza soldi e senza casa provano certamente diversi tipi di Disagio (gastronomico, logistico, esistenziale), per cui forse la mia definizione è riduttiva.
Ma è davvero un Disagio, quello che provano queste persone, o è qualcosa di più profondo?
Secondo me è qualcosa di più profondo, quindi i libri andrebbero taggati con parole come “Disperazione”, “Miseria”, “Pietà“.
Da questo ragionamento discende che Disagio è meno profondo di Disperazione e Miseria – e non suscita pietà ma, non so, riprovazione? Fastidio? Paura? Vabbè.
Comunque i tre termini appartengono alla stessa classe di elementi, che suppongo essere “Sofferenza”.
Ma non posso usare il tag “Sofferenza” perché un certo grado di sofferenza è presente in qualsiasi romanzo, e oserei dire in qualsiasi vita, quindi dovrei usarla per l’intera produzione narrativa mondiale, o per spiegare l’uomo, e così la svuoterei di significato.
Guardo sul dizionario.
Dice che Disagio significa “mancanza di agi, di comodità” oppure “imbarazzo” o anche “mancanza di una cosa utile, necessaria”.
Sofferenza, invece, è “dolore fisico o morale” oppure “sopportazione, pazienza” o anche “credito non riscosso alla scadenza” (questa mi mancava).
Disperazione è lo “stato d’animo di chi non ha più alcuna speranza e vive nello sconforto e nell’angoscia”.
Questo mi getta nel caos, perché chi vive nello sconforto e nell’angoscia prova certamente dolore morale, ma chi non ha agi non prova necessariamente dolore fisico (stare seduti su una sedia è più scomodo che stendersi sul divano; ma per cenare, ad esempio, è l’ideale. Mangiare sui triclini doveva essere micidiale per la digestione).
Pesco il Devoto-Oli e mi ricordo perché Internet è il Demonio.
Il Disagio, stampato su carta, diventa “Condizione o situazione sgradevole per motivi morali, economici, di salute”, oppure “condizione di privazione e di emarginazione economica o morale sofferta da alcuni gruppi di una società”, ma anche “senso di molestia o di imbarazzo” e “privazione, sofferenza, mancanza”.
Sofferenza è una “condizione tormentosa provocata dall’assiduità del dolore”, “patimento”, “pazienza, sopportazione” e il solito “reddito di difficile riscossione”.
Disperazione è uno “stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità”, “motivo di cruccio, scoraggiamento, avvilimento”.
Concludo che il Disagio va bene per i borghesi con ansia da prestazione ma anche per i poveri affamati; che la Sofferenza è caratterizzata da un’ estensione temporale (questo è un colpo basso, Devoto-Oli) e che la Disperazione c’entra qualcosa con l’apatia.
Così decido di scrivere un virus per impallare il funzionamento delle tag su anobii, pestare il monitor con la mazza chiodata e uscire a prendermi un drink.
settembre 3rd, 2007Tumblr Day 2007
Venerdì scorso è caduto il Blog Day, giorno della fratellanza tra blogger.
In occasione della ricorrenza, ogni possessore di blog è invitato a scrivere un post per segnalare cinque siti personali interessanti e meritevoli di lettura.
(Tra l’altro, colgo l’occasione per ringraziare quelli che mi hanno segnalata. Grazie!)
Invece oggi, lunedì 3 settembre, cade il Tumblr Day – e se non lo sapevate, manica di zotici scimmioni, è perché siete fuori dal giro di quelli che contano. Oppure perché l’ho inventato io stamattina, devo decidere.
Comunque oggi i tumbler sono invitati a scrivere un post per segnalare n* altri tumblr interessanti che meritano un’occhiata.
Eccone qualcuno dalla mia lista di amici:
(1) Puscic
(2) Tomisima
(3) Maestro Alberto
(4) No troubles
(5) Kariratum
(6) Mappeal
(7) Moet
(8) Paese Seia
(9) Il museo del mondo
(10) Addictions
(11) Lii
(12) Isa on the fly
(13) Chrisooya
(14) Tommaso
Concludo dicendo che il nome Tumblr mi suona male: il gruppo consonantico “bl” mi ricorda l’incipit di “Bleah”, e quando leggo la parola penso a qualcuno che fa una smorfia schifata.
n* = numero inteso positivo compreso tra uno e più infinito.
agosto 9th, 2007Il cazzeggio nobilita l’uomo
O almeno CuloDritto, che è lo stesso.
Essendo libera di cazzeggiare, sto leggendo un sacco di roba.
Ad esempio ho trovato un articolo che parla dei trenta-quarantenni americani ai quali “non basta più restare adolescenti”, ma che “vogliono ritornare bambini”.
Praticamente c’è un esercito di dirigenti, impiegati e varia umanità che si ingozza di dolcetti per infanti, guarda cartoni animati, gioca alla Play, si iscrive ai tornei di kickball, fa skate e passa il tempo a giocare esattamente come i figli iscritti all’asilo nido.
Gli americani hanno coniato anche un termine per classificare il fenomeno: queste persone sono “adultiscenti”, metà adolescenti e metà adulti. Geniale, no?
Comunque la cosa bella è la scoperta che i dipendenti più produttivi sono quelli che si divertono di più, per cui gli impiegati delle maggiori aziende statunitensi sono attivamente incentivati a “tirare fuori il bambino che è in loro”.
Io da piccola facevo le stesse cose di adesso (leggere, disegnare, tampinare animali), più altre che ho smesso perché antisociali e continuamente sanzionate dai tutori del mio ordine infantile.
Tipo lanciare un urlo all’improvviso e senza motivo tenendo gli occhi chiusi (per poi modularlo sulla lunghezza d’onda che infrange i bicchieri), camminare chinandomi a toccare il pavimento ogni tre passi, mostrare le mutande in pubblico senza che nessuno me lo avesse chiesto.
Ora, generica grande azienda statunitense: assumimi. So che non ti deluderò.
Poi ho notato che c’è un’enorme quantità di gente che continua a glorificare il ’68 – con le sue proteste, la lotta, gli ideali condivisi, l’attivismo partecipativo – e dall’alto di qualche pulpito sprona i giovani di oggi a mobilitarsi per fare altrettanto.
La cosa mi diverte perché tutti parlano del ’68 come se l’avessero inventata personalmente, la rivoluzione nelle piazze, e non ci si fossero semplicemente trovati nel mezzo per il contesto storico, sociale, culturale, politico ed economico in cui sono vissuti.
Quindi immagino che anch’io, passati i cinquanta e con la nostalgia dei tempi che furono, prenderò a tampinare ragazzini tranquilli raccontando la storia della rivoluzione digitale, della rete che collegava il mondo; e dirò che l’ho creata io quella rete, ho dato il mio contributo. Giurerò che è stato il momento di creazione collettiva più importante della storia dell’umanità e che io ne facevo parte – anzi, che l’ho proprio fatto io – dato che senza il mio blog e i miei Tumblr e le foto del mio gatto su Flickr il web non sarebbe stato lo stesso.
Spiegherò che allora la rete era un posto sicuro, si poteva scendere nella piazza virtuale con qualsiasi avatar e tutti erano amici; c’era condivisione, voglia di crescere insieme, scambio di idee, fermento, discussioni accese, lotta politica, arte.
Ci si divertiva alla grande, ragazzi, erano i miei vent’anni, era una festa continua e una fantastica occasione di crescita personale.
Poi sospirerò, punterò il dito al naso di quegli stupidi che mi fisseranno con ottusità bovina e dirò che loro se la sognano, una cosa del genere, perché non hanno più ideali, non sanno cosa significa condividere con gli altri e confrontarsi con il diverso.
Tuonerò che le nuove generazioni si sono sedute sul web che abbiamo creato noi digitalini, che non hanno apportato miglioramenti, innovazioni, creatività: il web è fermo al 6.0 per colpa loro, che non si applicano e pensano tutto sia loro dovuto – mentre in cuor mio li maledirò per la loro inettitudine e mi domanderò dove abbiamo sbagliato.
Ah, che rabbia mi fanno venire già adesso, quegli imbecilli!
Ora esco e vado a comprare tempera verde da lanciare contro una tela.
