politic.jpgO almeno CuloDritto, che è lo stesso.

Essendo libera di cazzeggiare, sto leggendo un sacco di roba.

Ad esempio ho trovato un articolo che parla dei trenta-quarantenni americani ai quali “non basta più restare adolescenti”, ma che “vogliono ritornare bambini”.
Praticamente c’è un esercito di dirigenti, impiegati e varia umanità che si ingozza di dolcetti per infanti, guarda cartoni animati, gioca alla Play, si iscrive ai tornei di kickball, fa skate e passa il tempo a giocare esattamente come i figli iscritti all’asilo nido.

Gli americani hanno coniato anche un termine per classificare il fenomeno: queste persone sono “adultiscenti”, metà adolescenti e metà adulti. Geniale, no?

Comunque la cosa bella è la scoperta che i dipendenti più produttivi sono quelli che si divertono di più, per cui gli impiegati delle maggiori aziende statunitensi sono attivamente incentivati a “tirare fuori il bambino che è in loro”.

Io da piccola facevo le stesse cose di adesso (leggere, disegnare, tampinare animali), più altre che ho smesso perché antisociali e continuamente sanzionate dai tutori del mio ordine infantile.
Tipo lanciare un urlo all’improvviso e senza motivo tenendo gli occhi chiusi (per poi modularlo sulla lunghezza d’onda che infrange i bicchieri), camminare chinandomi a toccare il pavimento ogni tre passi, mostrare le mutande in pubblico senza che nessuno me lo avesse chiesto.

Ora, generica grande azienda statunitense: assumimi. So che non ti deluderò.

Poi ho notato che c’è un’enorme quantità di gente che continua a glorificare il ’68 – con le sue proteste, la lotta, gli ideali condivisi, l’attivismo partecipativo – e dall’alto di qualche pulpito sprona i giovani di oggi a mobilitarsi per fare altrettanto.

La cosa mi diverte perché tutti parlano del ’68 come se l’avessero inventata personalmente, la rivoluzione nelle piazze, e non ci si fossero semplicemente trovati nel mezzo per il contesto storico, sociale, culturale, politico ed economico in cui sono vissuti.

Quindi immagino che anch’io, passati i cinquanta e con la nostalgia dei tempi che furono, prenderò a tampinare ragazzini tranquilli raccontando la storia della rivoluzione digitale, della rete che collegava il mondo; e dirò che l’ho creata io quella rete, ho dato il mio contributo. Giurerò che è stato il momento di creazione collettiva più importante della storia dell’umanità e che io ne facevo parte – anzi, che l’ho proprio fatto io – dato che senza il mio blog e i miei Tumblr e le foto del mio gatto su Flickr il web non sarebbe stato lo stesso.
Spiegherò che allora la rete era un posto sicuro, si poteva scendere nella piazza virtuale con qualsiasi avatar e tutti erano amici; c’era condivisione, voglia di crescere insieme, scambio di idee, fermento, discussioni accese, lotta politica, arte.

Ci si divertiva alla grande, ragazzi, erano i miei vent’anni, era una festa continua e una fantastica occasione di crescita personale.

Poi sospirerò, punterò il dito al naso di quegli stupidi che mi fisseranno con ottusità bovina e dirò che loro se la sognano, una cosa del genere, perché non hanno più ideali, non sanno cosa significa condividere con gli altri e confrontarsi con il diverso.
Tuonerò che le nuove generazioni si sono sedute sul web che abbiamo creato noi digitalini, che non hanno apportato miglioramenti, innovazioni, creatività: il web è fermo al 6.0 per colpa loro, che non si applicano e pensano tutto sia loro dovuto – mentre in cuor mio li maledirò per la loro inettitudine e mi domanderò dove abbiamo sbagliato.

Ah, che rabbia mi fanno venire già adesso, quegli imbecilli!

Ora esco e vado a comprare tempera verde da lanciare contro una tela.

luglio 12th, 2007Leo Hickman, l’istigatore

Leo Hickman.jpgLeo Hickman è giornalista del Guardian e ogni settimana un suo articolo compare su Internazionale per la rubrica Etichal Living.

Hickman “dà suggerimenti ai lettori sulle scelte migliori per rispettare il pianeta”.

Ho sempre letto i suoi pezzi con diffidenza, incerta se giudicare davvero importante uccidere i topi nel modo più umano possibile, preoccuparmi per gli uccelli mangiati dai gatti, informarmi se rifugi e chalet sono dotati di pannelli solari e riciclano l’acqua prima di scegliere la località sciistica in cui passare le vacanze.

Onestamente, ho sempre propeso per il no.
Inoltre non ho alcuna intenzione di “andare a rovistare nei cassonetti” per ridurre gli sprechi di cibo legati alla data di scadenza dei prodotti (n. 695, 1/7 giugno 2007) né di farmi venire il patema per lo sfruttamento del lavoro minorile in Brasile e Amazzonia ogni volta che ordino un succo d’arancia al bar.

Insomma, Leo Hickman mi è sempre sembrato un po’ fissato.
Ma ho sospeso il giudizio perché le questioni che affronta sono per me nuove e non ci ho mai riflettuto molto; inoltre numerose persone le trovano interessanti, e avverto un vago senso di colpa per l’inquinamento che produco quando qualcuno me lo fa notare.

Finché è comparso un articolo titolato “Come sposarsi in modo ecologico” (Internazionale 4/10 maggio 2007, n. 691), e qui non ho avuto più dubbi: io sarò anche ignorante e i miei comportamenti dissennati e incoscienti, ma Hickman è completamente fuori di testa.

Nell’articolo il Nostro racconta il giorno del suo matrimonio, svolto in maniera ecologica e rispettosa dell’ambiente.
Ecco in dettaglio cos’ha studiato per ottenere il minor impatto ambientale.

La scelta del vestito

Hickman racconta che la sposa “voleva sposarsi con il tradizionale abito bianco immacolato stile meringa.”

Ma lui le ha ricordato che “il poliestere con cui sono fatti molti abiti da sposa è un prodotto dell’industria petrolchimica e non è biodegradabile, mentre per poter dipanare la seta dai bozzoli, i bachi sono praticamente bolliti vivi o fatti fuori con scariche elettriche.”
Detto così fa senso. E cos’ha fatto, signor Hickman, allora?
Le ho spiegato in tutta franchezza che non avrei mai potuto sposare una donna disposta a indossare un abito fabbricato torturando poveri vermi innocenti”.
Sarebbe da scriteriati, è evidente.

Alla fine la sposa (stremata?) ha ceduto e indossato un abito fatto con fibre naturali di bamboo.
Ma non finisce qui.
Non pago, il sadico ha voluto riciclare il vestito dopo la cerimonia, “inviandolo – via nave – a un rifugio di panda nella Cina occidentale, dove è stato servito come cena al panda Ziyi e ai suoi quattro cuccioli”.


Le cerimonia nuziale

Usciti dalla chiesa, i novelli sposino sono stati accolti da una pioggia di semi di acero montano invece che di riso e coriandoli (non si sa bene perché), e al posto degli addobbi floreali hanno decorato l’ambiente con “semplici ciuffi d’erba intagliati e annodati con fili di paglia”. Fin qui, nulla di particolare.
Ma la parte migliore è il momento del lancio del bouquet.
Anche in questo frangente Hickman l’ecologista ha fatto sentire la sua voce: il bouquet non era di fiori, ma di erba e paglia; la sposa, poi, non lo ha potuto gettare tra le braccia protese delle amiche, come vuole la tradizione, ma ha dovuto depositarlo “sul mucchio della composta di un amico”.
Ma che schifo. Perché, signor Hickman, una cosa tanto kitsch? Perché “mescolandosi agli altri rifiuti organici si decomporrà fino a formare un ottimo concime naturale”.


L’anello di fidanzamento e le fedi

Hickman suggerisce al lettore di non regalare alla sposa “un diamante estratto dalle miniere africane”, ma piuttosto di comprarle “un gioiello in metallo con un diamante sintetico”.
I più spiantati tra voi troveranno brillante l’idea.
Per le fedi, inoltre, il giornalista consiglia di farle fare “in pietra o in legno: se per caso il matrimonio dovesse finire potrete sempre riciclarle”.
Se lo spiegate alla vostra sposa in questi precisi termini, capirà. Ditele che, se divorzierete, avrete comunque dieci grammi di legno o pietra da riciclare per il camino o il ciottolato davanti casa.

La luna di miele
Dopo aver fatto mangiare il vestito nuziale a un panda, gettato il bouquet su una montagna di cacca e infilato al suo dito una fede da Flinstones, potrete dire alla vostra sposa che il viaggio di nozze si fa in giardino. Sarà entusiasta: lo dice Hickman.

Infatti “i voli aerei sono tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici che ci stanno portando verso un futuro di alluvioni, siccità e calure estive insostenibili”, quindi i due sposini hanno passato la luna di miele “in giardino, in una tenda ecologica, in compagnia di api e uccellini.

Qui Hickman pare accorgersi di averla sparata grossa, e tenta un rimedio in extremis.
Se però non volete rinunciare a una cerimonia tradizionale, piantate 65 alberi d’alto fusto e dieci arbusti per compensare i danni che avete prodotto”.

Quando il comune sporgerà denuncia contro di voi per ri-forestamento abusivo di territorio pubblico, dite che Hickman vi ha istigato.

Magari mettono dentro anche lui.

57519946.jpgEccomi.

Ho dato l’esame e improvvisamente è diventato chiaro perché il programma era così corposo, i concetti tanto numerosi e gli argomenti enormemente diversificati: non era un solo esame, erano due.
Uno di economia, l’altro di diritto.
Li ho dati insieme, in una botta sola; in termini di nuovo ordinamento, ho dato quattro esami in mattinata.
Se li avessi anche passati sarebbe proprio grandioso.

Comunque capita quasi sempre che, prima degli esami, mi succeda qualcosa di strano.

Oggi mi sono ritrovata nel mezzo del corteo della Coldiretti, con centinaia di manifestanti giallovestiti che mi fischiavano nelle orecchie sbattendomi in testa i loro cartelli.
Una folata di vento, poi, mi ha completamente avvolta dentro una bandiera e ho camminato per qualche tempo senza vedere niente, tipo involtino-CuloDritto ambulante.

Più tardi un tipo ha incrociato il mio sguardo mentre mi grattavo e ha detto “Mercì”. Mi piace pensare fosse un feticista e io il suo feticcio a passeggio.

Comunque adesso sono in vacanza e non ho niente da fare. Quest’anno non faccio viaggi e sono molto triste.
Se qualcuno volesse invitarmi nella sua casa al mare, baita di montagna, yatch in Sardegna, gang bang in casolare di campagna, non si faccia scrupoli e sappia che accetterò sicuramente (tranne per la gang bang. In campagna ci abito, vorrei diversificare il paesaggio).

Infine ho installato Google Analytics, un gioiellino per monitorare gli accessi al sito.

Questo aggeggio registra le parole chiave con cui i navigatori arrivano sul blog, e tiene traccia anche dell’ubicazione della rete che corrisponde ai loro IP.

In questo modo sono riuscita a sapere che, lo scorso mese, è giunto su queste pagine un tizio che lavora al Ministero dell’università e della ricerca scientifica cercando la parola “culo”.
Alla Bayer, invece, qualcuno si è informato sulle “donne arrapate”, dalla Rai sono partite richieste per “Tavoletta water catalano” e “culo”, mentre la Procter & Gamble ha avuto bisogno di maggiori delucidazioni sul termine “cazzobubbolo”.

Alla Hewlett-Packard si è navigato alla scoperta del “sesso in Cecoslovacchia”, al portale del comune di Roma c’è stato bisogno di un “bonsai fico italiano” e di qualche “bici da corsa”, mentre la Panini ha avuto assoluta necessità di trovare “agriturismi vicino Rjieka”.

Mi auguro ce l’abbiano fatta.

giugno 4th, 2007I Miti CuloDritto

Spencer Tunick è il maestro del nudo di massa.
Cioè un maniaco sessuale che si guadagna la gloria facendo spogliare gente per strada, il che me lo rende piuttosto simpatico.

File_20076311545.jpg

Ieri ha coinvolto 2.000 persone in un happening artistico nel cuore di Amsterdam: donne e uomini di ogni età si sono denudati e autostipati in un parcheggio a spirale, e così sono rimasti per ore aspettando che il maestro trovasse la giusta luce .

tunick.jpg

Secondo Benedetto Croce l’arte è un momento pre-logico e non si risolve nel rapporto con le tecniche. Secondo me si risolve nello sfogo del sadismo represso.

tunick_panoramica.jpg

Fossi un’artista, farei i miliardi.

febbraio 28th, 2007Trop penser me font amours

kant.jpgL’altro giorno la prof. di filosofia ha detto che l’anima, per Kant, non può essere conosciuta mediante la scienza, ma può essere considerata un ideale che orienta l’agire.

L’uomo conosce solo ciò che cade sotto le determinazioni spazio-temporali dell’esperienza. L’anima non ci ricade, quindi non la si può conoscere: Kant sottrae l’anima all’intelletto, cioè alla Ragion Pura, ma la consegna alla Ragion Pratica”.

Io non me ne intendo, ma mi fido.

Dire che qualcosa non è conoscibile ma orienta l’azione è una buona tattica, soprattutto perché funziona da risposta universale alle domande dei settimanali femminili (Cos’è l’amore? Quanto è importante per te l’amicizia? Esiste l’uomo ideale?).

Funziona anche per internet (Come puoi sprecare le giornate davanti al monitor?), l’hobbystica (Che senso ha collezionare tappi di sughero?), gli istinti compulsivi (Che bisogno hai di quarantun paia di scarpe?) e i rapporti di coppia (Perché mi fai sempre tutte queste domande? Non ti fidi di me?).

Il concetto è stato grossolanamente riassunto dai Sex Pistols (non sai mai dove alberghi il genio, davvero) nello slogan “I don’t know what I want, but I know how to get it”.

Il gruppo fu fondato a tavolino da Vivienne Westwood, nota viveur e stilista londinese che ha da poco presentato la nuova collezione primavera/estate.

Essendo nani sulle spalle dei giganti, quindi, possiamo ragionevolmente concludere che tra un paio di mesi ogni serio pensatore vestirà circa così.


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