ottobre 26th, 2007Your ad here!

Stamattina sono andata a Bologna a prendere un libro per la tesi – mento, in realtà sono andata a fare shopping – e ho trovato la stazione ricoperta di cartelloni come questo:

Pane amore sanita'

Si tratta della “campagna per aumentare la consapevolezza dei cittadini sulla “buona sanità” offerta dal Servizio Sanitario Nazionale” ed è stata realizzata da Oliviero Toscani per celebrare i 30 anni della sanità pubblica.

Il claim recita: “Pane, amore e sanità”.

Ora, io ho seri problemi con le pubblicità.

Nonostante stia per laurearmi in comunicazione di massa e possa aspirare a lavorare come copy, non capisco mai il senso dei claim. Lo interpreto male, o non lo interpreto affatto: il 90% degli spot mi sembrano insensati o sbagliati. Le pubblicità non mi avvicinano ai prodotti; semplicemente, mi fanno sentire estranea.

Il claim di cui sopra, ad esempio: cosa dovrebbe significare? A cosa dovrebbe farmi pensare?
Di primo acchito mi ha portato alla mente il titolo del celebre film di Comencini, “Pane, amore e fantasia”.
A questo punto ho fatto la (necessaria?) identificazione tra “Fantasia” e “Sanità”.
Ipotizzando che tutto ciò sia corretto (ossia che Toscani si aspettasse proprio questo dal pubblico), il claim è sbagliato.
L’associazione tra fantasia e sanità non è per niente positiva, ai miei occhi, anzi: è tutto il contrario. Una sanità che ha fantasia, per come la vedo io, è quella in cui i medici tirano a indovinare sulle cure da somministrare ai pazienti. E’ una sanità che conosciamo troppo bene, oltretutto, e che non è il caso di sbandierare con cartelloni giganti e spot sui megaschermi.
Ma evidentemente, non è questo il messaggio che passa.
Il messaggio percepito è sicuramente un altro, ma io non riesco a capire quale, né posso immaginarlo.

Alfa RomeoUn altro spot che mi lascia sbigottita è quello del’Alfa Romeo (qui c’è il video, se volete rinfrescarvi la memoria).
Questa pubblicità, per me, è stata completamente senza senso finché ho letto l’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam.
Ecco il payoff:

Osservate con quanta previdenza la Natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia.
Infuse nell’uomo più passione che ragione, perché tutto fosse meno triste.

Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe.
Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati, godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della follia.
Il cuore ha sempre ragione
.”

ErasmoDopo aver letto Erasmo ho scoperto che le cinque frasi di cui si compone sono tratte da capitoli diversi del suo Elogio, riscritte e semplificate per funzionare all’interno di uno spot.
La seconda frase del playoff, ad esempio (“Infuse nell’uomo più passione che ragione, perché tutto fosse meno triste”) recita testualmente: “Perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione”.

Le frasi sono diverse e vengono attribuite a soggetti differenti (nello spot l’artefice è la natura, mentre nel libro è Giove), ma il senso resta, bene o male, inalterato.

Quella che mi ha sempre lasciata perplessa, comunque, è la terza frase.
Secondo me è in contraddizione con tutte le altre: all’interno di un elogio della follia, la frase centrale elogia la ragione. E quindi il claim è sbagliato.
Ho provato a riscrivere la frase, per capire se l’errore è mio.
La frase, riscritta, diventa: “Se l’uomo non ha rapporti con la saggezza, allora non c’è la vecchiaia”, cioè: “Se l’uomo ha rapporti con saggezza, allora c’è la vecchiaia”, e quindi vuol dire: senza saggezza la razza umana sarebbe estinta.
No?

Ho cercato il passaggio in cui Erasmo enuclea questo principio.
Non lo enuclea. Al contrario: dice che la razza umana si estinguerebbe se fosse saggia.
Nel capitolo 31, infatti, parla di coloro che commettono suicidio, e spiega che sono “quelli che alla sapienza si erano accostati di più”. Quindi chiosa: “Credo vi sia chiaro che cosa accadrebbe se la sapienza si diffondesse; sarebbe necessario altro fango e un secondo Prometeo capace di plasmare altri uomini”.

Tradotta, la frase diventa: “Se l’uomo fosse saggio, allora l’uomo sarebbe estinto”, cioè “con saggezza la razza umana sarebbe estinta”.
Il che è l’esatto opposto di quello che dice la voce fuori campo dello spot.

Insomma, secondo me i pubblicitari sono delle capre.

11.JPG

L’argomento di oggi è: Graziano Cecchini, che ha tinto di rosso l’acqua della fontana di Trevi.
(Jingle di apertura)

I giornali, i telegiornali e i politici lo definiscono vandalo, ma questo significa solo che i ghost writer usano male l’italiano (poco credibile) oppure che la comunicazione di massa necessita di parole concise capaci di veicolare un’immagine chiara, definita e indipendente dall’oggetto cui si applicano (già meglio).

Vandalo è chi, secondo il Devoto-Oli, “distrugge o guasta, per gusto pervertito o per grossolana ignoranza o insensibilità”.
Graziano Cecchini non ha distrutto né guastato la Fontana (il colorante usato non ha danneggiato i marmi in maniera permanente), e il suo gesto non è stato dettato da grossolana ignoranza o insensibilità, ma serviva a veicolare un messaggio.
Non è neppure un innovatore (“chi propone o impone radicali revisioni e nuove soluzioni”), a differenza di quei futuristi cui rende omaggio: al massimo può essere definito un provocatore, cioè uno che “induce altri a commettere un reato o, mimetizzato tra la folla, suscita incidenti per turbare l’ordine pubblico”.

La sua provocazione si inscrive perfettamente nel sistema di valori esistente, non segna alcuna radicale rottura: riconosce la Fontana di Trevi come simbolo, riconosce il rosso come colore di pericolo, riconosce l’importanza dei monumenti nazionali e la necessità di non danneggiarli – in una parola, riconosce le convenzioni sociali, la legittimità delle leggi che infrange e l’autorità dello stato che le ha redatte.
E’ una provocazione istituzionale e conservatrice, che stabilizza invece di destabilizzare, che conserva invece di distruggere.

Questo è il motivo per cui molti l’hanno applaudita e altri auspicano di poterla replicare una volta a settimana: è solo un’allegra buffonata, che non minaccia nessuno, non spaventa e permette di sfogare un generico malcontento (Contestiamo! Tutti in piazza! Vaffanculo! Tingiamo la fontana di rosso!) mantenendo salde le proprie certezze.
Suppongo soddisfi anche la voluttà adolescenziale di sentirsi contestatori, ribelli e dannati senza mettere in discussione lo stile di vita.

Quindi, è arte oppure no?
(In realtà ho scritto tutta ’sta trafila solo per applicare la mia personale definizione di Arte e vedere se funziona).

Se arte è ciò che fa sentire di avere il culo parato, tingere di rosso l’acqua della fontata di Trevi è arte oppure no?
No, direi di no. Piuttosto che farmi sentire il culo parato, mi fa ridere per l’esistenza, là fuori, di simpatici cazzoni dediti a gesta strampalate.
No, non è arte.

Però è un sacco divertente.

Mbé?Settimana scorsa Le Monde ha pubblicato un articolo sul focolaio del virus Chikungunya nella provincia di Ravenna.
Pensare a qualche parigino seduto in un caffè che si interessa delle vicende di Savignano sul Rubicone è talmente surreale che da sola non sarei riuscita a immaginarlo.
Qui si detiene il primato dell’avanguardia nazionale, schiappe. Altro che Milano capitale della moda e quelle pugnette lì.

Io, poi, sono più all’avanguardia dell’avanguardia: ho preso per la seconda volta un virus della pelle.
Già beccarselo una sola volta è abbastanza strano, lo sapete da voi (conoscete qualcuno che l’abbia avuto?); inoltre il virus non è recidivo, tranne in rarissimi casi.

Il dermatologo ha detto proprio così, mentre mi guardava con lo stupore di un ricercatore che si trova davanti, in carne e ossa, dopo anni di esercizio, l’oggetto dei suoi studi didattici: “Sei uno di quei rarissimi casi in cui il virus è recidivo?!”
Golosone.

Comunque da tutto ciò discende che sono recidiva anche nel corpo, oltre che nei comportamenti; l’essere recidiva, perciò, costituisce la mia vera essenza, per cui il cambiamento mi è precluso, e quindi partirò con il freno a mano inserito finché avrò una macchina di cui disporre.
Macchine, siete avvertite.

Per concludere, un piccolo regalo a quelli che saltano i post sulla letteratura e la filosofia perché li trovano cervellotici e oscuri (ciao Bibo).
Ecco, quindi, il volto di Bush disegnato usando immagini pornografiche.
Nei riquadri, alcuni dettagli.

Porno Bush

L’opera, per la cronaca, è di Jonahtan Yeo.

settembre 7th, 2007V-Day, o della svista

V-DayDomani è il V-Day, giornata nazionale del Vaffanculo.

Organizzata online da Beppe Grillo, la manifestazione ha lo scopo di “protestare contro i politici condannati in via definitiva e che siedono sugli scranni del Parlamento, sostenere con una raccolta di firme la proposta di legge popolare per “cacciarli” dal Palazzo e soprattutto esprimere un disagio e una stanchezza per una politica che, secondo Grillo, è sempre più autoreferenziale e lontana anni luce dai cittadini e dalle loro attese.” (fonte).

Questo sulla carta.

In realtà il messaggio che passa, a causa del nome scelto per l’evento, è un altro; e precisamente: “Scendiamo tutti in piazza a sfogarci gridando Vaffanculo al vento”.

A pensarci, è una cosa molto punk.
Finché la fanno adolescenti coi capelli blu e una conoscenza piuttosto vaga del mondo e della vita, però, risulta divertente e riscuote empatia.
Quando i protagonisti, invece, sono piccoli borghesi cresciuti nel boom economico e capitanati da un maturo signore con il golfino marrone e gli occhi spiritati, la scena diventa improvvisamente triste.

Mettersi a urlare “Vaffanculo!” in coro significa non avere altra scelta.
Vuol dire non possedere mezzi per tirarsi fuori dalla condizione attuale, giudicata frustrante e senza futuro.
Vuol dire anche non sapere esattamente come ci si è finiti e non riuscire a individuarne il colpevole, quella persona o quella cosa contro cui prendersela per la miseria di oggi.
Vuol dire non avere un nemico, e quando un bacino di persone insoddisfatte e rabbiose si riunisce per ruggire contro niente e nessuno è molto pericoloso.
Portare queste persone in piazza significa far prendere loro coscienza della loro stessa esistenza.

Il “Divide et Impera” non funziona più, da quando c’è la coscienza di classe; rende meglio “L’ignoranza è forza”.

Questi cittadini sono ignoranti perché che non sanno da chi andare a reclamare per le spese troppo alte, i troppi pochi soldi, le città sporche, la delinquenza, la criminalità, la scuola a pezzi, la malasanità, i lavavetri, il cane randagio che fa pipì sul portone di casa.
Quindi vanno in piazza e urlano Vaffanculo, in cerca di una catarsi.

In una situazione del genere basta un niente, un’inezia, un pretesto minuscolo da prendere come capro espiatorio, e milioni di persone decideranno che esso è la causa di tutto.
Inizieranno a ruggire contro il pretesto e si convinceranno nell’intimo che è la cosa giusta da fare, perché è l’unica in loro possesso.
Un partito troverà il pretesto prima degli altri e la popolazione voterà quel partito, perché è così che funziona la storia.
L’ignoranza della gente è la forza di quel partito.

Alle prossime elezioni vincerà sicuramente la destra.

Beppe Grillo, che porta il popolo in piazza e si dichiara uomo di sinistra, sta per fare un enorme regalo ai suo detrattori, e non se ne accorge neppure.

politic.jpgO almeno CuloDritto, che è lo stesso.

Essendo libera di cazzeggiare, sto leggendo un sacco di roba.

Ad esempio ho trovato un articolo che parla dei trenta-quarantenni americani ai quali “non basta più restare adolescenti”, ma che “vogliono ritornare bambini”.
Praticamente c’è un esercito di dirigenti, impiegati e varia umanità che si ingozza di dolcetti per infanti, guarda cartoni animati, gioca alla Play, si iscrive ai tornei di kickball, fa skate e passa il tempo a giocare esattamente come i figli iscritti all’asilo nido.

Gli americani hanno coniato anche un termine per classificare il fenomeno: queste persone sono “adultiscenti”, metà adolescenti e metà adulti. Geniale, no?

Comunque la cosa bella è la scoperta che i dipendenti più produttivi sono quelli che si divertono di più, per cui gli impiegati delle maggiori aziende statunitensi sono attivamente incentivati a “tirare fuori il bambino che è in loro”.

Io da piccola facevo le stesse cose di adesso (leggere, disegnare, tampinare animali), più altre che ho smesso perché antisociali e continuamente sanzionate dai tutori del mio ordine infantile.
Tipo lanciare un urlo all’improvviso e senza motivo tenendo gli occhi chiusi (per poi modularlo sulla lunghezza d’onda che infrange i bicchieri), camminare chinandomi a toccare il pavimento ogni tre passi, mostrare le mutande in pubblico senza che nessuno me lo avesse chiesto.

Ora, generica grande azienda statunitense: assumimi. So che non ti deluderò.

Poi ho notato che c’è un’enorme quantità di gente che continua a glorificare il ’68 – con le sue proteste, la lotta, gli ideali condivisi, l’attivismo partecipativo – e dall’alto di qualche pulpito sprona i giovani di oggi a mobilitarsi per fare altrettanto.

La cosa mi diverte perché tutti parlano del ’68 come se l’avessero inventata personalmente, la rivoluzione nelle piazze, e non ci si fossero semplicemente trovati nel mezzo per il contesto storico, sociale, culturale, politico ed economico in cui sono vissuti.

Quindi immagino che anch’io, passati i cinquanta e con la nostalgia dei tempi che furono, prenderò a tampinare ragazzini tranquilli raccontando la storia della rivoluzione digitale, della rete che collegava il mondo; e dirò che l’ho creata io quella rete, ho dato il mio contributo. Giurerò che è stato il momento di creazione collettiva più importante della storia dell’umanità e che io ne facevo parte – anzi, che l’ho proprio fatto io – dato che senza il mio blog e i miei Tumblr e le foto del mio gatto su Flickr il web non sarebbe stato lo stesso.
Spiegherò che allora la rete era un posto sicuro, si poteva scendere nella piazza virtuale con qualsiasi avatar e tutti erano amici; c’era condivisione, voglia di crescere insieme, scambio di idee, fermento, discussioni accese, lotta politica, arte.

Ci si divertiva alla grande, ragazzi, erano i miei vent’anni, era una festa continua e una fantastica occasione di crescita personale.

Poi sospirerò, punterò il dito al naso di quegli stupidi che mi fisseranno con ottusità bovina e dirò che loro se la sognano, una cosa del genere, perché non hanno più ideali, non sanno cosa significa condividere con gli altri e confrontarsi con il diverso.
Tuonerò che le nuove generazioni si sono sedute sul web che abbiamo creato noi digitalini, che non hanno apportato miglioramenti, innovazioni, creatività: il web è fermo al 6.0 per colpa loro, che non si applicano e pensano tutto sia loro dovuto – mentre in cuor mio li maledirò per la loro inettitudine e mi domanderò dove abbiamo sbagliato.

Ah, che rabbia mi fanno venire già adesso, quegli imbecilli!

Ora esco e vado a comprare tempera verde da lanciare contro una tela.


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