politic.jpgO almeno CuloDritto, che è lo stesso.

Essendo libera di cazzeggiare, sto leggendo un sacco di roba.

Ad esempio ho trovato un articolo che parla dei trenta-quarantenni americani ai quali “non basta più restare adolescenti”, ma che “vogliono ritornare bambini”.
Praticamente c’è un esercito di dirigenti, impiegati e varia umanità che si ingozza di dolcetti per infanti, guarda cartoni animati, gioca alla Play, si iscrive ai tornei di kickball, fa skate e passa il tempo a giocare esattamente come i figli iscritti all’asilo nido.

Gli americani hanno coniato anche un termine per classificare il fenomeno: queste persone sono “adultiscenti”, metà adolescenti e metà adulti. Geniale, no?

Comunque la cosa bella è la scoperta che i dipendenti più produttivi sono quelli che si divertono di più, per cui gli impiegati delle maggiori aziende statunitensi sono attivamente incentivati a “tirare fuori il bambino che è in loro”.

Io da piccola facevo le stesse cose di adesso (leggere, disegnare, tampinare animali), più altre che ho smesso perché antisociali e continuamente sanzionate dai tutori del mio ordine infantile.
Tipo lanciare un urlo all’improvviso e senza motivo tenendo gli occhi chiusi (per poi modularlo sulla lunghezza d’onda che infrange i bicchieri), camminare chinandomi a toccare il pavimento ogni tre passi, mostrare le mutande in pubblico senza che nessuno me lo avesse chiesto.

Ora, generica grande azienda statunitense: assumimi. So che non ti deluderò.

Poi ho notato che c’è un’enorme quantità di gente che continua a glorificare il ’68 – con le sue proteste, la lotta, gli ideali condivisi, l’attivismo partecipativo – e dall’alto di qualche pulpito sprona i giovani di oggi a mobilitarsi per fare altrettanto.

La cosa mi diverte perché tutti parlano del ’68 come se l’avessero inventata personalmente, la rivoluzione nelle piazze, e non ci si fossero semplicemente trovati nel mezzo per il contesto storico, sociale, culturale, politico ed economico in cui sono vissuti.

Quindi immagino che anch’io, passati i cinquanta e con la nostalgia dei tempi che furono, prenderò a tampinare ragazzini tranquilli raccontando la storia della rivoluzione digitale, della rete che collegava il mondo; e dirò che l’ho creata io quella rete, ho dato il mio contributo. Giurerò che è stato il momento di creazione collettiva più importante della storia dell’umanità e che io ne facevo parte – anzi, che l’ho proprio fatto io – dato che senza il mio blog e i miei Tumblr e le foto del mio gatto su Flickr il web non sarebbe stato lo stesso.
Spiegherò che allora la rete era un posto sicuro, si poteva scendere nella piazza virtuale con qualsiasi avatar e tutti erano amici; c’era condivisione, voglia di crescere insieme, scambio di idee, fermento, discussioni accese, lotta politica, arte.

Ci si divertiva alla grande, ragazzi, erano i miei vent’anni, era una festa continua e una fantastica occasione di crescita personale.

Poi sospirerò, punterò il dito al naso di quegli stupidi che mi fisseranno con ottusità bovina e dirò che loro se la sognano, una cosa del genere, perché non hanno più ideali, non sanno cosa significa condividere con gli altri e confrontarsi con il diverso.
Tuonerò che le nuove generazioni si sono sedute sul web che abbiamo creato noi digitalini, che non hanno apportato miglioramenti, innovazioni, creatività: il web è fermo al 6.0 per colpa loro, che non si applicano e pensano tutto sia loro dovuto – mentre in cuor mio li maledirò per la loro inettitudine e mi domanderò dove abbiamo sbagliato.

Ah, che rabbia mi fanno venire già adesso, quegli imbecilli!

Ora esco e vado a comprare tempera verde da lanciare contro una tela.

luglio 12th, 2007Leo Hickman, l’istigatore

Leo Hickman.jpgLeo Hickman è giornalista del Guardian e ogni settimana un suo articolo compare su Internazionale per la rubrica Etichal Living.

Hickman “dà suggerimenti ai lettori sulle scelte migliori per rispettare il pianeta”.

Ho sempre letto i suoi pezzi con diffidenza, incerta se giudicare davvero importante uccidere i topi nel modo più umano possibile, preoccuparmi per gli uccelli mangiati dai gatti, informarmi se rifugi e chalet sono dotati di pannelli solari e riciclano l’acqua prima di scegliere la località sciistica in cui passare le vacanze.

Onestamente, ho sempre propeso per il no.
Inoltre non ho alcuna intenzione di “andare a rovistare nei cassonetti” per ridurre gli sprechi di cibo legati alla data di scadenza dei prodotti (n. 695, 1/7 giugno 2007) né di farmi venire il patema per lo sfruttamento del lavoro minorile in Brasile e Amazzonia ogni volta che ordino un succo d’arancia al bar.

Insomma, Leo Hickman mi è sempre sembrato un po’ fissato.
Ma ho sospeso il giudizio perché le questioni che affronta sono per me nuove e non ci ho mai riflettuto molto; inoltre numerose persone le trovano interessanti, e avverto un vago senso di colpa per l’inquinamento che produco quando qualcuno me lo fa notare.

Finché è comparso un articolo titolato “Come sposarsi in modo ecologico” (Internazionale 4/10 maggio 2007, n. 691), e qui non ho avuto più dubbi: io sarò anche ignorante e i miei comportamenti dissennati e incoscienti, ma Hickman è completamente fuori di testa.

Nell’articolo il Nostro racconta il giorno del suo matrimonio, svolto in maniera ecologica e rispettosa dell’ambiente.
Ecco in dettaglio cos’ha studiato per ottenere il minor impatto ambientale.

La scelta del vestito

Hickman racconta che la sposa “voleva sposarsi con il tradizionale abito bianco immacolato stile meringa.”

Ma lui le ha ricordato che “il poliestere con cui sono fatti molti abiti da sposa è un prodotto dell’industria petrolchimica e non è biodegradabile, mentre per poter dipanare la seta dai bozzoli, i bachi sono praticamente bolliti vivi o fatti fuori con scariche elettriche.”
Detto così fa senso. E cos’ha fatto, signor Hickman, allora?
Le ho spiegato in tutta franchezza che non avrei mai potuto sposare una donna disposta a indossare un abito fabbricato torturando poveri vermi innocenti”.
Sarebbe da scriteriati, è evidente.

Alla fine la sposa (stremata?) ha ceduto e indossato un abito fatto con fibre naturali di bamboo.
Ma non finisce qui.
Non pago, il sadico ha voluto riciclare il vestito dopo la cerimonia, “inviandolo – via nave – a un rifugio di panda nella Cina occidentale, dove è stato servito come cena al panda Ziyi e ai suoi quattro cuccioli”.


Le cerimonia nuziale

Usciti dalla chiesa, i novelli sposino sono stati accolti da una pioggia di semi di acero montano invece che di riso e coriandoli (non si sa bene perché), e al posto degli addobbi floreali hanno decorato l’ambiente con “semplici ciuffi d’erba intagliati e annodati con fili di paglia”. Fin qui, nulla di particolare.
Ma la parte migliore è il momento del lancio del bouquet.
Anche in questo frangente Hickman l’ecologista ha fatto sentire la sua voce: il bouquet non era di fiori, ma di erba e paglia; la sposa, poi, non lo ha potuto gettare tra le braccia protese delle amiche, come vuole la tradizione, ma ha dovuto depositarlo “sul mucchio della composta di un amico”.
Ma che schifo. Perché, signor Hickman, una cosa tanto kitsch? Perché “mescolandosi agli altri rifiuti organici si decomporrà fino a formare un ottimo concime naturale”.


L’anello di fidanzamento e le fedi

Hickman suggerisce al lettore di non regalare alla sposa “un diamante estratto dalle miniere africane”, ma piuttosto di comprarle “un gioiello in metallo con un diamante sintetico”.
I più spiantati tra voi troveranno brillante l’idea.
Per le fedi, inoltre, il giornalista consiglia di farle fare “in pietra o in legno: se per caso il matrimonio dovesse finire potrete sempre riciclarle”.
Se lo spiegate alla vostra sposa in questi precisi termini, capirà. Ditele che, se divorzierete, avrete comunque dieci grammi di legno o pietra da riciclare per il camino o il ciottolato davanti casa.

La luna di miele
Dopo aver fatto mangiare il vestito nuziale a un panda, gettato il bouquet su una montagna di cacca e infilato al suo dito una fede da Flinstones, potrete dire alla vostra sposa che il viaggio di nozze si fa in giardino. Sarà entusiasta: lo dice Hickman.

Infatti “i voli aerei sono tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici che ci stanno portando verso un futuro di alluvioni, siccità e calure estive insostenibili”, quindi i due sposini hanno passato la luna di miele “in giardino, in una tenda ecologica, in compagnia di api e uccellini.

Qui Hickman pare accorgersi di averla sparata grossa, e tenta un rimedio in extremis.
Se però non volete rinunciare a una cerimonia tradizionale, piantate 65 alberi d’alto fusto e dieci arbusti per compensare i danni che avete prodotto”.

Quando il comune sporgerà denuncia contro di voi per ri-forestamento abusivo di territorio pubblico, dite che Hickman vi ha istigato.

Magari mettono dentro anche lui.

cheers.jpgIl Trip mi appioppa una catena sui libri, l’ennesima.

Questa volta si tratta di scrivere cinque incipit di libri importanti, che hanno significato qualcosa per me.

Ci ho pensato, e concluso che sono state importanti le prime letture d’infanzia, senza le quali non sarebbero venute le successive.

Ecco quindi gli incipit di alcuni tra i miei libri del cuore.


Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll

Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, – e a che serve un libro, pensò Alice, – senza dialoghi né figure?

E si domandava alla meglio, (perché la canicola l’aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand’ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
Non c’era troppo da meravigliarsene, né Alice pensò che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: «Oimè! oimè! ho fatto tardi!» (quando in seguito ella se ne ricordò, s’accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, né con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe.
Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne.

Il mago di Oz, Frank Baum
Dorothy viveva nel bel mezzo delle grandi praterie del Kansas con lo zio Henry, che era fattore, e la zia Em, sua moglie.
Abitavano in una casa molto piccola, perché per costruirla era stato necessario far trasportare fin lì il legname con la ferrovia. Era composta di un’unica stanza: quattro pareti, il pavi¬mento e il tetto. Nella stanza c’erano una decrepita stufa assai malandata, una credenza con piattaia, un tavolo con tre o quattro sedie. Lo zio Henry e la zia Em dormivano in un grande letto in un angolo della stanza e Dorothy in un lettino situato in un altro angolo. Non c’erano ne soffitta né cantina, solo una buca nel terreno che veniva chiamata “cantina del ciclone”, perché sarebbe servita da rifugio alla famigliola nel caso ci fosse stato uno di quei tremendi uragani che, come tutti sanno, sono tanto violenti da trascinar via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.
Vi si accedeva passando attraverso una botola e scendendo una scaletta.

Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanasjev
La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio.

In un certo reame, in un certo stato, viveva una volta uno zar di nome Vyslav Andronovic. Egli aveva tre figli: il primo era il principe Dimitrij, il secondo il principe Vasilij, e il terzo il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovic aveva un giardino così ricco che non ce n’era uno migliore in nessun altro stato; in quel giardino crescevano vari alberi pregiati, da frutto e senza frutto, e lo zar aveva un melo preferito, da cui nascevano tutte mele d’oro. Aveva preso l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav un uccello di fuoco; le sue penne erano d’oro e gli occhi simili a cristalli d’oriente. Ogni notte volava in quel giardino e si posava sul melo preferito dello zar Vyslav, coglieva le mele d’oro e se ne volava via. Lo zar Vyslav era assai afflitto per quel melo, perché l’uccello di fuoco aveva strappato parecchie mele; perciò chiamati a sé i suoi tre figli disse loro: – Figli miei adorati! Chi di voi prenderà l’uccello di fuoco nel mio giardino? A chi lo acchiapperà vivo darò metà del mio regno io vivente, e dopo la mia morte lo avrà tutto -. Allora i principi suoi figli dissero ad una voce: – Sovrano e padre, maestà! Con infinito piacere noi cercheremo di prendere vivo l’uccello di fuoco.

Favole al telefono, Gianni Rodari
C’era una volta il ragionier Bianchi, di Varese. Era rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: Mi raccomando papà: tutte le sere una storia…
Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi.
Sono tutte un po’ corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe.

La fattoria degli animali, George Orwell
Il signor Jones, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna che danzava da una parte all’altra attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove la signora Jones già stava russando.
Non appena la luce nella stanza da letto si spense, tutta la fattoria fu un brusio, un’agitazione, uno sbatter d’ali. Durante il giorno era corsa voce che il Vecchio Maggiore, il verro Biancostato premiato a tutte le esposizioni, aveva fatto la notte precedente un sogno strano che desiderava riferire agli altri animali. Era stato convenuto che si sarebbero tutti riuniti nel grande granaio, non appena il signor Jones se ne fosse andato sicuramente a dormite. Il Vecchio Maggiore (così era chiamato, benché fosse stato esposto con il nome di Orgoglio di Willingdon) godeva di così alta considerazione nella fattoria che ognuno era pronto a perdere un’ora di sonno per sentire quello che egli aveva da dire.

Update: girovagando per blog ho scoperto di aver fatto la catena sbagliata.

In realtà non si trattava di scrivere cinque incipit di libri importanti per me, ma di libri generici che ho a portata di mano in questo momento.
Dato che oggi, di studiare, ne ho voglia mezza, faccio anche questa.
Anzi, guarda: scrivo l’incipit dei soli libri che ho sulla scrivania in questo istante, così finalmente qualcuno mi crederà quando dico di essere letteralmente sommersa dai libri.

China Candid, Sanh Ye
Ho realizzato le interviste che compongono il presente libro nell’arco di quattro anni. Mentre andavo in cerca delle persone che fossero in grado di raccontare questa storia, la loro storia, e, per definizione, una storia della Cina contemporanea, ho visitato più di un centinaio di città e paesi della Cina e intervistato più di cento cittadini della Repubblica Popolare.

Le con d’irene, Louis Aragon
Non svegliatemi, perdio, porci, non svegliatemi, attenti che mordo vedo rosso. Che orrore di nuovo la luce di nuovo la sporcizia l’instabilità questo sapore acido. Voglio rientrare nel mare cieco basta lampi che cosa voglion dire queste continue tempeste si vuole che io viva la vita del tuono al posto delle orecchie mi hanno messo lamiere a ogni respiro esplosioni di grisou i miei minatori fuggono lungo gallerie d’angoscia qui salta tutto salta tutto si spingono si accalcano.

Anna Karenina, Lev Tolstoj

Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Casa Oblonskij era tutta in subbuglio. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una storia con l’istitutrice francese che aveva lavorato in casa loro, e gli aveva annunciato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto.

Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes
Tutto è partito da questo principio: che non bisognava ridurre l’innamorato a un puro e semplice soggetto sintomatologico, ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d’inattuale, vale a dire d’intrattabile. Di qui la scelta di un metodo , che rinuncia agi esempi e si basa unicamente sull’azione d’un linguaggio immediato (niente metalinguaggio). La descrizione del discorso amoroso è dunque stata sostituita dalla sua simulazione, e a questo discorso è stata restituita la sua persona fondamentale, che è l’io, in modo da mettere in scena non già un’analisi, ma un’enunciazione.

Cucina esotica (399 ricette), Emilia Valli
Parte prima: Africa mediterranea (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto)
La cucina dell’Africa mediterranea rispecchia le vicende storiche cui il paese ha dovuto sottostare. Occore ricordare che tutta la zone fu sotto l’influenza dei turchi, che la dominarono dal 1500, diffondendo, tra l’altro, la predilezione dei dolciumi. Seguirono gli ebrei, le cui abitudini dilagarono in tutta l’area in oggetto, particolarmente per quanto riguarda le regole del digiuno e il rispetto scrupoloso delle feste comandate.

Germinale, Emile Zola
In mezzo all’aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d’un nero d’inchiostro, un uomo percorreva, solo, la strada maestra tra Marchiennes e Montsou; dieci chilometri di massicciata che si lanciava in linea retta attraverso campi di barbabietole. Quasi non vedeva dove metteva i piedi; e dell’immenso orizzonte piatto che lo circondava aveva solo sentore per le raffiche del vento di marzo: vaste raffiche che spazzavano la pianura come un mare; gelate da leghe e leghe di palude e di landa sule quali erano passate. Non un profilo d’alberi sul cielo; diritto come un molo, la strada si protendeva in un buio impenetrabile allo sguardo.

Poi, i libri di studio:

Editori italiani ieri e oggi, Nicola Tranfaglia
E’ nei decenni postunitari che nascono in Italia le prime case editrici, imprese private che, per quanto legate ancora, per la maggior parte, a una tipografia o a una cartoleria da cui sono state quasi generate, si propongono di pubblicare in modo continuativo opere destinate a un proprio pubblico. A ripercorrerne gli esordi, siamo colpiti da alcune peculiarità che – pur con una serie di grandi mutamenti da non sottovalutare – distinguono il caso italiano da quello di altri paesi europei e occidentali.

Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Gian Carlo Ferretti

L’editore potagonista, muovendosi nel solco della miglior tradizione dell’editoria libraria italiana, fa le sue prove più significative tra gli anni trenta e sessanta, e settanta in parte, da una fase artigianale o pre/proto-industriale a una fase industriale avanzata. Sono anzitutto i nomi di Arnoldo e Alberto Mondadori, Angelo Rizzoli, Valentino Bompiani e Giulio Einaudi, e inoltre Ugo Guanda, Leo Longanesi, Vito Laterza, Giangiacomo Feltrinelli, Livio Garzanti, e più tardi l’Adelphi di Bobi Bazlen e Roberto Calasso.

La protezione delle opere dell’ingegno. Le opere letterarie e scientifiche, le opere musicali e informatiche, V.M. De Sanctis

Capitolo 2
La pubblicazione delle opere letterarie e scientifiche avveniva e avviene soprattutto con il mezzo della diffusione dei suoi esemplari stampati.
Nei secoli, il progresso tecnologico ha trasformato la stampa con caratteri di legno in quella di Gutenberg con caratteri di piombo e, poi, dai processi tipografici si è passati a quelli litografici rotativi e a quelli offset a rotocalco.

La tutela del diritto d’autore, Bianca Manuela Gutierrez
Il diritto di autore è un diritto :
La capacità di autore è legata, nel diritto italiano, come è noto, al fatto della creazione, ma il diritto d’autore è un diritto tradizionalmente territoriale nel senso che la legge regolatrice è, in genere, non quella del territorio dove l’autore ha svolto la sua attività creativa o, in altri casi, dove l’opera è uscita la prima volta dall’inedito, ma quella del Paese dove l’autore chiede che essa sia tutelata.
(de Sanctis, V.M. 1997, 121 e ss. Cfr. anche Fabiani 1989, 1)

La mediazione editoriale, a cura di Cadioli, Decleva, Spinazzola

A mio parere qualunque storia del libro, dell’editoria e della letteratura dovrebbe trattare come tema centrale quello del processo mediante il quale i lettori, gli spettatori o gli ascoltatori danno un senso ai testi che percepiscono. La questione non è nuova nel campo della storia delle letterature; anzi ha prodotto, in relazione al rigido formalismo della Nouvelle critique o del New criticism, i vari approcci che hanno voluto “far uscire” la lettura dal testo e considerare la produzione del significato come una relazione dialogica tra ciò che propongono le opere e le categorie estetiche e interpretative del pubblico, o come un’interazione dinamica tra il testo e il lettore, oppure come il risultato di un “negoziato” tra le opere stesse e i discorsi o le normali procedure che sono al tempo stesso le matrici della creazione estetica e le condizioni della sua intelligibilità.

Voltare pagina, Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria, Paola Dubini
Fino ai prmi anni ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all’interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l’editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l’informazione, sotto forma di testo e immagini) e l’utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni.

Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam
Giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi tornavano alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, lo giuro, la cosa più bella della mia vita.

febbraio 28th, 2007Trop penser me font amours

kant.jpgL’altro giorno la prof. di filosofia ha detto che l’anima, per Kant, non può essere conosciuta mediante la scienza, ma può essere considerata un ideale che orienta l’agire.

L’uomo conosce solo ciò che cade sotto le determinazioni spazio-temporali dell’esperienza. L’anima non ci ricade, quindi non la si può conoscere: Kant sottrae l’anima all’intelletto, cioè alla Ragion Pura, ma la consegna alla Ragion Pratica”.

Io non me ne intendo, ma mi fido.

Dire che qualcosa non è conoscibile ma orienta l’azione è una buona tattica, soprattutto perché funziona da risposta universale alle domande dei settimanali femminili (Cos’è l’amore? Quanto è importante per te l’amicizia? Esiste l’uomo ideale?).

Funziona anche per internet (Come puoi sprecare le giornate davanti al monitor?), l’hobbystica (Che senso ha collezionare tappi di sughero?), gli istinti compulsivi (Che bisogno hai di quarantun paia di scarpe?) e i rapporti di coppia (Perché mi fai sempre tutte queste domande? Non ti fidi di me?).

Il concetto è stato grossolanamente riassunto dai Sex Pistols (non sai mai dove alberghi il genio, davvero) nello slogan “I don’t know what I want, but I know how to get it”.

Il gruppo fu fondato a tavolino da Vivienne Westwood, nota viveur e stilista londinese che ha da poco presentato la nuova collezione primavera/estate.

Essendo nani sulle spalle dei giganti, quindi, possiamo ragionevolmente concludere che tra un paio di mesi ogni serio pensatore vestirà circa così.

febbraio 22nd, 2007L’angolo della poesia

poesia1.jpgScende la sera sulla Nomentana
e io corro da te, dolce puttana.
Scende la notte, dorme Roma sfiancata
come te, bieca, calda, insaziata.

Ennio Flaiano, telegramma


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