settembre 20th, 2007Sweet, Sugar, Candyman

PasticciereMi hanno detto che sul blog sembro una pazza furiosa perché scrivo in maniera sconclusionata, salto di palo in frasca e tiro fuori senza preavviso argomenti e pensieri che non si aggrappano a niente, che non stanno da nessuna parte e dei quali non si comprende il capo né la coda, l’utilità né lo scopo, il senso né la forma.

“In ogni post dai l’idea di una che sia stata rinchiusa per anni in una camera isolata, senza mai comunicare con altre persone. Poi un giorno arriva qualcuno che dice: ‘Ecco, adesso puoi dire quello che hai da dire’, e lì, finalmente, ti scateni. E fai paura”.

E’ seguita una breve discussione in cui io testimoniavo per la mia sanità mentale e l’interlocutore mi raccontava dei suoi amici con blog normali, in cui scrivono i resoconti delle serate con gli amici e pubblicano foto delle vacanze al mare.

Tutto ciò mi ha fatto molto penare , e il mio animo sensibile si è sentito oppresso e tormentato da siffatta tenzone.

Finché ho letto Kierkegaard e Montaigne, e ho capito che il mio modo di scrivere non ravvisa quello dei pazzi furiosi, bensì dei filosofi.
Ah! Stolidi blogger con istantanee di culi pelosi che oltraggiano spiagge cristalline, laggiù, nel meriggio!

Io sono una filosofa e non lo sapevo.
Ora ho preso coscienza, ora so.

Nella fattispecie, so cosa chiedere al pasticcere che lavora da mia mamma.

Sto leggendo uno dei saggi di Montaigne dal titolato “Dell’educazione dei fanciulli”.
Nel saggio il filosofo spiega il modo in cui un precettore dovrebbe istruire un allievo che gli viene affidato.
Il precettore dovrebbe fare un sacco di roba, secondo Montaigne.
Tra le altre: adattarsi alle capacità del discepolo senza prevaricarlo; far fare al ragazzo esperienza del mondo e delle persone, evitando di riempirgli la testa di nozioni mnemoniche; insegnarli il valore, la temperanza e la giustizia; educarlo a capire gli impulsi che ci muovono e le loro cause.
Tutto condivisibile e stimolante.

Dopo trenta pagine su questo tono, il fanciullo arriva a formarsi un giudizio.
A questo punto è pronto per lo studio di retorica, matematica, fisica e geometria, che gli indicheranno la scienza a lui più congeniale, alla quale dedicare la sua vita.

Se però il fanciullo, dopo tutte questo sbattimento, è rimasto uno zotico con la passione per la lotta e le favole, allora non c’è davvero speranza.
Abbattuto, Montaigne getta la spugna.
E chiosa: “non trovo altro rimedio se non che al più presto il suo precettore lo strangoli, se non ci sono testimoni, oppure che lo si metta a fare il pasticcere in qualche buona città, fosse anche il figlio di un Duca”.

Domani vado da Sandro, il pasticcere, e gli punto una meringa alle tempie gridando: “La morte o i tortellini!”.
Poi gli racconto di Montaigne e gli chiedo come ci si sente a essere un buzzurro paraculato.

Secondo me non la prende bene.

Come i più arguti tra voi avranno subodorato, ho cambiato la grafica.
Ora l’impostazione è irrimediabilmente diversa su Explorer e Firefox, non so arginare la deriva e penso la spaccerò per innovativa soluzione di design, tipo a partire da questo istante.

Sono anche stata in Costa Azzurra!
Ma ve la racconto un’altra volta, che sono impegnata a cazzeggiare e non posso perdere tempo stando a scrivere su queste pagine.
Dalla prossima settimana, invece, ricomincio a studiare – quindi il blog riprenderà forza e vigore.

Nel frattempo, bontà vostra, potreste dirmi se il blog è leggibile o vi compaiono cose strane, come il testo incolonnato con una parola per riga o amenità del genere.
E no, le cose strane non sono volute. So che a volte sembro fuori di senno, ma questo sito mi serve per mantenere una parvenza di normalità.

Ora io e il mio copricapo a forma di perizoma andiamo a preparare il pranzo.

A presto, miei amati.

01acc.jpg02mdf.jpg03nov.jpgMi è passato l’herpes.
Lo dico perché ci convivevo da venti giorni e ormai mi ci ero abituata e ci parlavo, come col gatto.

Non scrivo molto sul blog perché mi sono lanciata con Tumblr.
Ne apro praticamente uno al giorno, sto diventando monomaniacale e la cosa mi intriga invece di preoccuparmi.
Ad oggi sono attivi Accessori, Modi di fare e Novità, ma se ne nessuno mi ferma arriverò al numero magico, undici, che è primitivo dell’azione perché individua i giocatori necessari ad una squadra di calcio.

Poi Saintdraw mi ha mandato una mail dicendo, eccitato, di aver finalmente trovato l’ideale del CuloDritto: si è manifestato, con estemporaneità, in una foto su sito porno.
Questa.

Imitazione servile

Ora, ecco il mio monito: diffidate dalle imitazioni servili, dai plagi invidiosi e dai culi con i brufoli, o peste vi colga.

Tra qualche settimana questo blog andrà in crash perché devo aggiornare la versione di Wordpress e cambiare tutta la grafica, per cui ci metterò un po’ a farlo tornare online.
Nel frattempo potete usare i commenti per darmi suggerimenti sul nuovo colore da usare (il rosa mi ha smarciato), segnarvi il mio indirizzo email ad uso futuro, mandarmi vostre foto mentre vi masturbate e tutte le altre cose che già sapete.

cheers.jpgIl Trip mi appioppa una catena sui libri, l’ennesima.

Questa volta si tratta di scrivere cinque incipit di libri importanti, che hanno significato qualcosa per me.

Ci ho pensato, e concluso che sono state importanti le prime letture d’infanzia, senza le quali non sarebbero venute le successive.

Ecco quindi gli incipit di alcuni tra i miei libri del cuore.


Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll

Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, – e a che serve un libro, pensò Alice, – senza dialoghi né figure?

E si domandava alla meglio, (perché la canicola l’aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand’ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
Non c’era troppo da meravigliarsene, né Alice pensò che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: «Oimè! oimè! ho fatto tardi!» (quando in seguito ella se ne ricordò, s’accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, né con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe.
Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne.

Il mago di Oz, Frank Baum
Dorothy viveva nel bel mezzo delle grandi praterie del Kansas con lo zio Henry, che era fattore, e la zia Em, sua moglie.
Abitavano in una casa molto piccola, perché per costruirla era stato necessario far trasportare fin lì il legname con la ferrovia. Era composta di un’unica stanza: quattro pareti, il pavi¬mento e il tetto. Nella stanza c’erano una decrepita stufa assai malandata, una credenza con piattaia, un tavolo con tre o quattro sedie. Lo zio Henry e la zia Em dormivano in un grande letto in un angolo della stanza e Dorothy in un lettino situato in un altro angolo. Non c’erano ne soffitta né cantina, solo una buca nel terreno che veniva chiamata “cantina del ciclone”, perché sarebbe servita da rifugio alla famigliola nel caso ci fosse stato uno di quei tremendi uragani che, come tutti sanno, sono tanto violenti da trascinar via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.
Vi si accedeva passando attraverso una botola e scendendo una scaletta.

Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanasjev
La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio.

In un certo reame, in un certo stato, viveva una volta uno zar di nome Vyslav Andronovic. Egli aveva tre figli: il primo era il principe Dimitrij, il secondo il principe Vasilij, e il terzo il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovic aveva un giardino così ricco che non ce n’era uno migliore in nessun altro stato; in quel giardino crescevano vari alberi pregiati, da frutto e senza frutto, e lo zar aveva un melo preferito, da cui nascevano tutte mele d’oro. Aveva preso l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav un uccello di fuoco; le sue penne erano d’oro e gli occhi simili a cristalli d’oriente. Ogni notte volava in quel giardino e si posava sul melo preferito dello zar Vyslav, coglieva le mele d’oro e se ne volava via. Lo zar Vyslav era assai afflitto per quel melo, perché l’uccello di fuoco aveva strappato parecchie mele; perciò chiamati a sé i suoi tre figli disse loro: – Figli miei adorati! Chi di voi prenderà l’uccello di fuoco nel mio giardino? A chi lo acchiapperà vivo darò metà del mio regno io vivente, e dopo la mia morte lo avrà tutto -. Allora i principi suoi figli dissero ad una voce: – Sovrano e padre, maestà! Con infinito piacere noi cercheremo di prendere vivo l’uccello di fuoco.

Favole al telefono, Gianni Rodari
C’era una volta il ragionier Bianchi, di Varese. Era rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: Mi raccomando papà: tutte le sere una storia…
Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi.
Sono tutte un po’ corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe.

La fattoria degli animali, George Orwell
Il signor Jones, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna che danzava da una parte all’altra attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove la signora Jones già stava russando.
Non appena la luce nella stanza da letto si spense, tutta la fattoria fu un brusio, un’agitazione, uno sbatter d’ali. Durante il giorno era corsa voce che il Vecchio Maggiore, il verro Biancostato premiato a tutte le esposizioni, aveva fatto la notte precedente un sogno strano che desiderava riferire agli altri animali. Era stato convenuto che si sarebbero tutti riuniti nel grande granaio, non appena il signor Jones se ne fosse andato sicuramente a dormite. Il Vecchio Maggiore (così era chiamato, benché fosse stato esposto con il nome di Orgoglio di Willingdon) godeva di così alta considerazione nella fattoria che ognuno era pronto a perdere un’ora di sonno per sentire quello che egli aveva da dire.

Update: girovagando per blog ho scoperto di aver fatto la catena sbagliata.

In realtà non si trattava di scrivere cinque incipit di libri importanti per me, ma di libri generici che ho a portata di mano in questo momento.
Dato che oggi, di studiare, ne ho voglia mezza, faccio anche questa.
Anzi, guarda: scrivo l’incipit dei soli libri che ho sulla scrivania in questo istante, così finalmente qualcuno mi crederà quando dico di essere letteralmente sommersa dai libri.

China Candid, Sanh Ye
Ho realizzato le interviste che compongono il presente libro nell’arco di quattro anni. Mentre andavo in cerca delle persone che fossero in grado di raccontare questa storia, la loro storia, e, per definizione, una storia della Cina contemporanea, ho visitato più di un centinaio di città e paesi della Cina e intervistato più di cento cittadini della Repubblica Popolare.

Le con d’irene, Louis Aragon
Non svegliatemi, perdio, porci, non svegliatemi, attenti che mordo vedo rosso. Che orrore di nuovo la luce di nuovo la sporcizia l’instabilità questo sapore acido. Voglio rientrare nel mare cieco basta lampi che cosa voglion dire queste continue tempeste si vuole che io viva la vita del tuono al posto delle orecchie mi hanno messo lamiere a ogni respiro esplosioni di grisou i miei minatori fuggono lungo gallerie d’angoscia qui salta tutto salta tutto si spingono si accalcano.

Anna Karenina, Lev Tolstoj

Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Casa Oblonskij era tutta in subbuglio. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una storia con l’istitutrice francese che aveva lavorato in casa loro, e gli aveva annunciato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto.

Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes
Tutto è partito da questo principio: che non bisognava ridurre l’innamorato a un puro e semplice soggetto sintomatologico, ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d’inattuale, vale a dire d’intrattabile. Di qui la scelta di un metodo , che rinuncia agi esempi e si basa unicamente sull’azione d’un linguaggio immediato (niente metalinguaggio). La descrizione del discorso amoroso è dunque stata sostituita dalla sua simulazione, e a questo discorso è stata restituita la sua persona fondamentale, che è l’io, in modo da mettere in scena non già un’analisi, ma un’enunciazione.

Cucina esotica (399 ricette), Emilia Valli
Parte prima: Africa mediterranea (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto)
La cucina dell’Africa mediterranea rispecchia le vicende storiche cui il paese ha dovuto sottostare. Occore ricordare che tutta la zone fu sotto l’influenza dei turchi, che la dominarono dal 1500, diffondendo, tra l’altro, la predilezione dei dolciumi. Seguirono gli ebrei, le cui abitudini dilagarono in tutta l’area in oggetto, particolarmente per quanto riguarda le regole del digiuno e il rispetto scrupoloso delle feste comandate.

Germinale, Emile Zola
In mezzo all’aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d’un nero d’inchiostro, un uomo percorreva, solo, la strada maestra tra Marchiennes e Montsou; dieci chilometri di massicciata che si lanciava in linea retta attraverso campi di barbabietole. Quasi non vedeva dove metteva i piedi; e dell’immenso orizzonte piatto che lo circondava aveva solo sentore per le raffiche del vento di marzo: vaste raffiche che spazzavano la pianura come un mare; gelate da leghe e leghe di palude e di landa sule quali erano passate. Non un profilo d’alberi sul cielo; diritto come un molo, la strada si protendeva in un buio impenetrabile allo sguardo.

Poi, i libri di studio:

Editori italiani ieri e oggi, Nicola Tranfaglia
E’ nei decenni postunitari che nascono in Italia le prime case editrici, imprese private che, per quanto legate ancora, per la maggior parte, a una tipografia o a una cartoleria da cui sono state quasi generate, si propongono di pubblicare in modo continuativo opere destinate a un proprio pubblico. A ripercorrerne gli esordi, siamo colpiti da alcune peculiarità che – pur con una serie di grandi mutamenti da non sottovalutare – distinguono il caso italiano da quello di altri paesi europei e occidentali.

Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Gian Carlo Ferretti

L’editore potagonista, muovendosi nel solco della miglior tradizione dell’editoria libraria italiana, fa le sue prove più significative tra gli anni trenta e sessanta, e settanta in parte, da una fase artigianale o pre/proto-industriale a una fase industriale avanzata. Sono anzitutto i nomi di Arnoldo e Alberto Mondadori, Angelo Rizzoli, Valentino Bompiani e Giulio Einaudi, e inoltre Ugo Guanda, Leo Longanesi, Vito Laterza, Giangiacomo Feltrinelli, Livio Garzanti, e più tardi l’Adelphi di Bobi Bazlen e Roberto Calasso.

La protezione delle opere dell’ingegno. Le opere letterarie e scientifiche, le opere musicali e informatiche, V.M. De Sanctis

Capitolo 2
La pubblicazione delle opere letterarie e scientifiche avveniva e avviene soprattutto con il mezzo della diffusione dei suoi esemplari stampati.
Nei secoli, il progresso tecnologico ha trasformato la stampa con caratteri di legno in quella di Gutenberg con caratteri di piombo e, poi, dai processi tipografici si è passati a quelli litografici rotativi e a quelli offset a rotocalco.

La tutela del diritto d’autore, Bianca Manuela Gutierrez
Il diritto di autore è un diritto :
La capacità di autore è legata, nel diritto italiano, come è noto, al fatto della creazione, ma il diritto d’autore è un diritto tradizionalmente territoriale nel senso che la legge regolatrice è, in genere, non quella del territorio dove l’autore ha svolto la sua attività creativa o, in altri casi, dove l’opera è uscita la prima volta dall’inedito, ma quella del Paese dove l’autore chiede che essa sia tutelata.
(de Sanctis, V.M. 1997, 121 e ss. Cfr. anche Fabiani 1989, 1)

La mediazione editoriale, a cura di Cadioli, Decleva, Spinazzola

A mio parere qualunque storia del libro, dell’editoria e della letteratura dovrebbe trattare come tema centrale quello del processo mediante il quale i lettori, gli spettatori o gli ascoltatori danno un senso ai testi che percepiscono. La questione non è nuova nel campo della storia delle letterature; anzi ha prodotto, in relazione al rigido formalismo della Nouvelle critique o del New criticism, i vari approcci che hanno voluto “far uscire” la lettura dal testo e considerare la produzione del significato come una relazione dialogica tra ciò che propongono le opere e le categorie estetiche e interpretative del pubblico, o come un’interazione dinamica tra il testo e il lettore, oppure come il risultato di un “negoziato” tra le opere stesse e i discorsi o le normali procedure che sono al tempo stesso le matrici della creazione estetica e le condizioni della sua intelligibilità.

Voltare pagina, Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria, Paola Dubini
Fino ai prmi anni ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all’interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l’editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l’informazione, sotto forma di testo e immagini) e l’utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni.

Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam
Giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi tornavano alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, lo giuro, la cosa più bella della mia vita.

marzo 22nd, 2007Bah

SzpurB0110s.jpgIl blog è tornato, rendiamo grazie al blog.
Non so cosa sia successo, perché né se esista un modo per evitare che si ripeta. Ho deciso di accettare il mio destino telematico con distacco e rassegnazione, come un asceta.
Ieri ho rovesciato un bicchiere colmo d’acqua sopra il case.

Ad ogni modo l’altro giorno pascolavo al supermercato con il cestino della spesa rapida appeso al braccio, novella Cappuccetto Rosso che raccoglie funghi avvolti nel cellophane, e ho fissato il cartello delle rape. C’era scritto “Rape” e io ho letto, sbigottita “Stupro: 1,86 euro al Kg, tasto 54”.
Mi è venuta in mente una scena vagamente orwelliana, e comunque il primo pensiero è stato “Beh, è poco”.
Poi mi sono vergognata e guardata intorno temendo che qualcuno sospettasse qualcosa, ma tutti vagavano intontiti nella distesa di verdure in promozione e quindi ho mondato la coscienza comprando otto carciofini e un sacchetto di cipolle.

Poi sono stata colta da dubbio: perché si dice “Stare dietro i fornelli”? Un cuoco non sta dietro i fornelli, ci sta davanti.
Il posto
della
donna è
dietro i fornelli!
Il posto della donna è dietro i fornelli!”, dicono. Per quanto ne so, la maggior parte delle case hanno graziose piastrelle dietro i fornelli, quindi cosa significa la frase? Che la donna va murata viva?

Non ha senso: una donna murata viva non è utile (non prepara la cena), e comunque non si capisce perché murarla proprio in cucina, con tutti i posti più comodi presenti in casa (la si può murare nel garage, per dire, o nel ripostiglio degli attrezzi).
L’espressione potrebbe derivare dalla conformazione delle case nell’antichità: forse un tempo la cuoca stava dietro i fornelli, non davanti.
Ma neanche così regge: ho visto case vecchie e decrepite, con il bagno in giardino, una sola stanza da letto per l’intera famiglia e una minuscola cucina con il fornello per cucinare; e anche lì si stava davanti.
Se i fornelli fossero posizionati a metà della cucina il cuoco potrebbe starci dietro; ma questo richiederebbe una stanza molto ampia, e l’estetica sarebbe scadente. In ogni caso, non ho mai visto alcuna casa con i fornelli in mezzo alla cucina.
Potrebbe anche essere un’espressione figurata: “stare dietro i fornelli” significa, in senso lato, seguire il procedimento di cottura e tenere sotto controllo la preparazione del cibo.
Ammesso che il senso sia questo, la frase continua a non avere senso: dire che “Il posto della donna è dietro i fornelli” implica una collocazione spaziale che esula dall’attività di cottura (si può prestare attenzione al cibo che cuoce anche seduti su una sedia, o girando intorno ai fornelli).

Insomma, non riesco a uscirne.

Però sono contenta che il blog sia tornato.


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