settembre 6th, 2007Una tranquilla serata di fine estate
Stavo taggando i miei libri su anobii e sono stata colta da dubbi.
Ad esempio, l’etichetta “Disagio” per quali testi va usata?
A naso direi che può andare bene per Arancia Meccanica ed Estensione del dominio della lotta, ma non mi sembra adatta per Furore e Germinale.
Quindi ho pensato che il busillis possa dipendere dal significato che attribuisco alla parola “Disagio”, e ho stabilito che è qualcosa tipo “Insoddisfazione nonostante il benessere”.
Per questo non la trovo idonea a due romanzi che raccontano storie di poveracci, sfruttati e miserabili, mentre mi pare perfetta per quelli che trattano di borghesi con le ansie da prestazione.
E’ anche vero, però, che i disperati senza soldi e senza casa provano certamente diversi tipi di Disagio (gastronomico, logistico, esistenziale), per cui forse la mia definizione è riduttiva.
Ma è davvero un Disagio, quello che provano queste persone, o è qualcosa di più profondo?
Secondo me è qualcosa di più profondo, quindi i libri andrebbero taggati con parole come “Disperazione”, “Miseria”, “Pietà“.
Da questo ragionamento discende che Disagio è meno profondo di Disperazione e Miseria – e non suscita pietà ma, non so, riprovazione? Fastidio? Paura? Vabbè.
Comunque i tre termini appartengono alla stessa classe di elementi, che suppongo essere “Sofferenza”.
Ma non posso usare il tag “Sofferenza” perché un certo grado di sofferenza è presente in qualsiasi romanzo, e oserei dire in qualsiasi vita, quindi dovrei usarla per l’intera produzione narrativa mondiale, o per spiegare l’uomo, e così la svuoterei di significato.
Guardo sul dizionario.
Dice che Disagio significa “mancanza di agi, di comodità” oppure “imbarazzo” o anche “mancanza di una cosa utile, necessaria”.
Sofferenza, invece, è “dolore fisico o morale” oppure “sopportazione, pazienza” o anche “credito non riscosso alla scadenza” (questa mi mancava).
Disperazione è lo “stato d’animo di chi non ha più alcuna speranza e vive nello sconforto e nell’angoscia”.
Questo mi getta nel caos, perché chi vive nello sconforto e nell’angoscia prova certamente dolore morale, ma chi non ha agi non prova necessariamente dolore fisico (stare seduti su una sedia è più scomodo che stendersi sul divano; ma per cenare, ad esempio, è l’ideale. Mangiare sui triclini doveva essere micidiale per la digestione).
Pesco il Devoto-Oli e mi ricordo perché Internet è il Demonio.
Il Disagio, stampato su carta, diventa “Condizione o situazione sgradevole per motivi morali, economici, di salute”, oppure “condizione di privazione e di emarginazione economica o morale sofferta da alcuni gruppi di una società”, ma anche “senso di molestia o di imbarazzo” e “privazione, sofferenza, mancanza”.
Sofferenza è una “condizione tormentosa provocata dall’assiduità del dolore”, “patimento”, “pazienza, sopportazione” e il solito “reddito di difficile riscossione”.
Disperazione è uno “stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità”, “motivo di cruccio, scoraggiamento, avvilimento”.
Concludo che il Disagio va bene per i borghesi con ansia da prestazione ma anche per i poveri affamati; che la Sofferenza è caratterizzata da un’ estensione temporale (questo è un colpo basso, Devoto-Oli) e che la Disperazione c’entra qualcosa con l’apatia.
Così decido di scrivere un virus per impallare il funzionamento delle tag su anobii, pestare il monitor con la mazza chiodata e uscire a prendermi un drink.