HH7680-001.jpgQuand’ero piccola girava per casa un portasigarette in legno, decisamente pacchiano.

Era costituito da un piccolo cassetto al cui interno andava riposta una fila ordinata di sigarette. Sopra il piano del cassetto troneggiava un uccello, intagliato alla meno peggio, impettito e con il becco leggermente aperto.
Premendo una leva si azionava un meccanismo: il cassetto si apriva e l’uccello si piegava in avanti, poi afferrava una sigaretta tra il becco e tornava in posizione eretta, offrendo in dono il suo tesoro al tabagista.

Mi piaceva un sacco ma non potevo giocarci perché era stato costruito male: nove volte su dieci il becco a punta finiva per bucare le sigarette, che andavano buttate via tra copiose bestemmie e grida isteriche.
Ovviamente me ne sbattevo e ci giocavo lo stesso, perché il movimento dell’uccello mi affascinava (inserire una battutta volgare a piacere).
Passavo ore a fissarlo andare su e giù, perché c’era un’incongruenza tra la postura con la quale era stato scolpito (che riusciva a trasmettere l’idea del movimento) e la rigidità del movimento stesso.

Ora che sono ragazza di mondo e passo tre quarti delle giornate aspettando un treno, un autobus, un semaforo o un professore, mi sono accorta che le città sono infestate dai piccioni – uccelli immondi che, dimentichi di ogni istinto di sopravvivenza, ti strisciano sui piedi e mirano ai tuoi occhi mentre planano.
Chiaramente Hitchcock sbagliava a preoccuparsi tanto di gabbiani e corvi.

Avendo sempre piccioni tra i piedi, ho provato a vedere se potrebbero funzionare da portasigarette. Quando me ne trovo uno che mi oscilla davanti, allungo la punta della scarpa e faccio leva sotto il suo culo, aspettando ogni volta che inclini il becco al suolo mantenendo una posizione ieratica.

Non lo fanno mai.
Zampettano in avanti, si spostano, ondeggiano il collo; generalmente se ne vanno con andatura goffa e molleggiata senza neppure voltarsi.

Stupidi piccioni.