1.30 di notte. Risuona la sirena di un transatlantico in salotto.
Nitida, secca e potente.
Salto sulla sedia come un cartone animato e scruto intorno, circospetta: lievemente angosciata.

Butto un occhio alla zona giorno: è immersa nell’oscurità, immobile, tranquilla.
Nel resto della casa tutti dormono.

Mi domando se la sirena sia suonata davvero; mi domando se non stia iniziando a sentire le voci, piuttosto.
Un albero che cade in un bosco fa rumore, se nessuno lo ascolta? Il Nautilus può issarmi il divano in coperta, se nessuno sta attento?

Per fugare ogni dubbio busso alla porta di mio fratello e domando, disinvolta: “Hai sentito anche tu una nave in salotto, per caso?”

“Si” dice, il tono di uno che ne ha viste di peggio.

“E’ un allarme del computer per avvisarmi di una cosa” spiega, laconico; poi scende e lo disattiva.

“Fatti rompere” gli urlo a bassavoce mentre scende le scale, un algido distacco nelle mie parole.

“Ma non è la sirena di una nave” insinua, sedicente.

“E’ l’allarme di Lost”.