ottobre 23rd, 2007L’arte non è una cosa seria, dico sul serio
L’argomento di oggi è: Graziano Cecchini, che ha tinto di rosso l’acqua della fontana di Trevi.
(Jingle di apertura)
I giornali, i telegiornali e i politici lo definiscono vandalo, ma questo significa solo che i ghost writer usano male l’italiano (poco credibile) oppure che la comunicazione di massa necessita di parole concise capaci di veicolare un’immagine chiara, definita e indipendente dall’oggetto cui si applicano (già meglio).
Vandalo è chi, secondo il Devoto-Oli, “distrugge o guasta, per gusto pervertito o per grossolana ignoranza o insensibilità”.
Graziano Cecchini non ha distrutto né guastato la Fontana (il colorante usato non ha danneggiato i marmi in maniera permanente), e il suo gesto non è stato dettato da grossolana ignoranza o insensibilità, ma serviva a veicolare un messaggio.
Non è neppure un innovatore (“chi propone o impone radicali revisioni e nuove soluzioni”), a differenza di quei futuristi cui rende omaggio: al massimo può essere definito un provocatore, cioè uno che “induce altri a commettere un reato o, mimetizzato tra la folla, suscita incidenti per turbare l’ordine pubblico”.
La sua provocazione si inscrive perfettamente nel sistema di valori esistente, non segna alcuna radicale rottura: riconosce la Fontana di Trevi come simbolo, riconosce il rosso come colore di pericolo, riconosce l’importanza dei monumenti nazionali e la necessità di non danneggiarli – in una parola, riconosce le convenzioni sociali, la legittimità delle leggi che infrange e l’autorità dello stato che le ha redatte.
E’ una provocazione istituzionale e conservatrice, che stabilizza invece di destabilizzare, che conserva invece di distruggere.
Questo è il motivo per cui molti l’hanno applaudita e altri auspicano di poterla replicare una volta a settimana: è solo un’allegra buffonata, che non minaccia nessuno, non spaventa e permette di sfogare un generico malcontento (Contestiamo! Tutti in piazza! Vaffanculo! Tingiamo la fontana di rosso!) mantenendo salde le proprie certezze.
Suppongo soddisfi anche la voluttà adolescenziale di sentirsi contestatori, ribelli e dannati senza mettere in discussione lo stile di vita.
Quindi, è arte oppure no?
(In realtà ho scritto tutta ’sta trafila solo per applicare la mia personale definizione di Arte e vedere se funziona).
Se arte è ciò che fa sentire di avere il culo parato, tingere di rosso l’acqua della fontata di Trevi è arte oppure no?
No, direi di no. Piuttosto che farmi sentire il culo parato, mi fa ridere per l’esistenza, là fuori, di simpatici cazzoni dediti a gesta strampalate.
No, non è arte.
Però è un sacco divertente.


Sembra che io sia dispersa in mare, ma non è così facile.