Festival della LetteraturaSono stata al Festival della Letteratura.

Pensavo si trattasse di una cosa un pò snob, con un pubblico selezionato ed eventi interessanti cui assistere in atteggiamento compassato.
Nonostante tutto sono andata in avanscoperta, e dato che la Fortuna premia gli audaci non ho trovato niente di tutto questo.

Il Festival, al contrario, è pieno di giovani e si respira un’aria frizzante; gli incontri con gli autori si svolgono in un’atmosfera cameratesca, le strade di Mantova sono cariche di stand, colori, bambini che corrono, forestieri che girano col naso all’aria e gente che vaga senza riuscire a decidersi tra Orhan Pamuk e Natalino Balasso.
Insomma, è una figata galattica.

Mantova, poi, è splendida di suo; e Casa del Betto, il b&b in cui ho dormito, è una villa patronale ristrutturata a nuovo, con una camera arancio che soddisfa la voluttà di sentirsi ricchi sfondati almeno per un giorno.

Dato che sono una stordita impenitente, però, non avevo prenotato alcun incontro; così ho passato la mattinata a girovagare tra la biglietteria e lo stadio, cogliendo l’occasione per fare una capatina a Palazzo Te (di cui avevo ingnorato l’esistenza fino alla settimana scorsa, e che per penitenza mi ha lasciata a bocca aperta).

NarrativaIl pomeriggio sono andata ad ascoltare Giacomo Callo e Alessandro Zaccuri che hanno spiegato come si disegna una collana di narrativa – e mi sono compiaciuta con me stessa perché hanno parlato di questioni di editoria che già conoscevo, il che testimonia che Scienze della Comunicazione non è una facoltà inutile: serve ad ascoltare con consapevolezza due tizi che non conosci mentre parlano di questioni che ai più non interessano.

Guixé.jpgDopodiché sono stata all’incontro con Martì Guixé, che si occupa di food design e pare sia un artista coi controcazzi.
Per lo meno Beppe Finessi, che ha partecipato all’incontro con lui, pendeva letteralmente dalle sue labbra e lo fissava con la devozione di un discepolo.

Comunque questo Guixé è davvero forte.
Uno dei suoi progetti è il Food Facilities, un ristorante in cui si va a cena e si ordina ciò che si desidera, poi i gestori del locale telefonano alle rosticcerie d’asporto e si fanno consegnare la tua ordinazione. In questo modo non si litiga con gli amici perché uno vuole mangiare la pizza, un altro sushi e un altro ancora pretende tortillas messicane.
Geniale, no?
Se vi piace il genere, allucinato-ironico, vi consiglio un giro sul suo sito.

Neil GaimanDi sera sono andata all’incontro con Neil Gaiman in Piazza Virgiliana organizzato dai bravissimi ragazzi di Blurandevù, travestiti per l’occasione da personaggi di Sandman.

Gaiman è come lo immaginavo: brillante, alla mano e spettinato.
Uno dei cinque aggettivi coi quali si è descritto è stato “very very very very very lazy”, e dopo essere stato tradotto ha commentato “I thought that it would have been translated into ‘Lazissimo’”.
Poi ha letto un brano di American Gods, e lì mi sono sciolta.
A parte che ho amato molto il romanzo, non avevo mai sentito uno scrittore leggere in presa diretta un suo pezzo.
E’ emozionante!
Da grande farò la groupie di scrittori.

ZizekDomenica mattina, a un orario da disperati, ho visto la terza parte della Pervert’s guide to cinema in un piccolo cinema d’essai parrocchiale.
Nella pellicola c’è Zizek ripreso in diverse ambientazioni (davanti a un sipario, in salotto, su sfondo bianco, sopra una barca) mentre spiega alcuni film, ruggisce allo spettatore e gesticola furioso – come gli insegnati esasperati che ripetono una spiegazione per la quarta volta allo studente più lento della classe.
Difatti il pubblico in sala ha riso a voce alta quando il presentatore, prima della proiezione, ha detto “libido zizekiana”.

Daniele SilvestriAlle due del pomeriggio, infine, sono stata all’incontro con Daniele Silvestri, del quale confesso di non conoscere alcuna canzone (tranne La Paranza, suonata in Dolby Surround mentre è salito sul palco).
Anche lui è un bel tipo. Si è seduto davanti alla folla e ha iniziato a parlare con noi estranei della sua vita, delle sue idee, della sua musica e in genere di una scodellata incredibile di cazzi suoi.

Tranquillissimo, oltretutto.
Sembrava una di quelle chicchierate intime che ti fai con un vecchio amico dopo vari drink, intorno alle quattro e mezzo del mattino, blaterando serenamente cose che mai vorresti far sapere al prossimo e delle quali il giorno dopo avrai un ricordo offuscato ma piacevole.
Con la differenza che Daniele non barcollava sulla sedia rischiando di rovinare sulla folla, è chiaro.

Non che a me sia mai capitato, eh.

Dicevo per dire.

settembre 7th, 2007V-Day, o della svista

V-DayDomani è il V-Day, giornata nazionale del Vaffanculo.

Organizzata online da Beppe Grillo, la manifestazione ha lo scopo di “protestare contro i politici condannati in via definitiva e che siedono sugli scranni del Parlamento, sostenere con una raccolta di firme la proposta di legge popolare per “cacciarli” dal Palazzo e soprattutto esprimere un disagio e una stanchezza per una politica che, secondo Grillo, è sempre più autoreferenziale e lontana anni luce dai cittadini e dalle loro attese.” (fonte).

Questo sulla carta.

In realtà il messaggio che passa, a causa del nome scelto per l’evento, è un altro; e precisamente: “Scendiamo tutti in piazza a sfogarci gridando Vaffanculo al vento”.

A pensarci, è una cosa molto punk.
Finché la fanno adolescenti coi capelli blu e una conoscenza piuttosto vaga del mondo e della vita, però, risulta divertente e riscuote empatia.
Quando i protagonisti, invece, sono piccoli borghesi cresciuti nel boom economico e capitanati da un maturo signore con il golfino marrone e gli occhi spiritati, la scena diventa improvvisamente triste.

Mettersi a urlare “Vaffanculo!” in coro significa non avere altra scelta.
Vuol dire non possedere mezzi per tirarsi fuori dalla condizione attuale, giudicata frustrante e senza futuro.
Vuol dire anche non sapere esattamente come ci si è finiti e non riuscire a individuarne il colpevole, quella persona o quella cosa contro cui prendersela per la miseria di oggi.
Vuol dire non avere un nemico, e quando un bacino di persone insoddisfatte e rabbiose si riunisce per ruggire contro niente e nessuno è molto pericoloso.
Portare queste persone in piazza significa far prendere loro coscienza della loro stessa esistenza.

Il “Divide et Impera” non funziona più, da quando c’è la coscienza di classe; rende meglio “L’ignoranza è forza”.

Questi cittadini sono ignoranti perché che non sanno da chi andare a reclamare per le spese troppo alte, i troppi pochi soldi, le città sporche, la delinquenza, la criminalità, la scuola a pezzi, la malasanità, i lavavetri, il cane randagio che fa pipì sul portone di casa.
Quindi vanno in piazza e urlano Vaffanculo, in cerca di una catarsi.

In una situazione del genere basta un niente, un’inezia, un pretesto minuscolo da prendere come capro espiatorio, e milioni di persone decideranno che esso è la causa di tutto.
Inizieranno a ruggire contro il pretesto e si convinceranno nell’intimo che è la cosa giusta da fare, perché è l’unica in loro possesso.
Un partito troverà il pretesto prima degli altri e la popolazione voterà quel partito, perché è così che funziona la storia.
L’ignoranza della gente è la forza di quel partito.

Alle prossime elezioni vincerà sicuramente la destra.

Beppe Grillo, che porta il popolo in piazza e si dichiara uomo di sinistra, sta per fare un enorme regalo ai suo detrattori, e non se ne accorge neppure.

Il tuo monitor ti osservaStavo taggando i miei libri su anobii e sono stata colta da dubbi.

Ad esempio, l’etichetta “Disagio” per quali testi va usata?
A naso direi che può andare bene per Arancia Meccanica ed Estensione del dominio della lotta, ma non mi sembra adatta per Furore e Germinale.

Quindi ho pensato che il busillis possa dipendere dal significato che attribuisco alla parola “Disagio”, e ho stabilito che è qualcosa tipo “Insoddisfazione nonostante il benessere”.
Per questo non la trovo idonea a due romanzi che raccontano storie di poveracci, sfruttati e miserabili, mentre mi pare perfetta per quelli che trattano di borghesi con le ansie da prestazione.

E’ anche vero, però, che i disperati senza soldi e senza casa provano certamente diversi tipi di Disagio (gastronomico, logistico, esistenziale), per cui forse la mia definizione è riduttiva.

Ma è davvero un Disagio, quello che provano queste persone, o è qualcosa di più profondo?
Secondo me è qualcosa di più profondo, quindi i libri andrebbero taggati con parole come “Disperazione”, “Miseria”, “Pietà“.

Da questo ragionamento discende che Disagio è meno profondo di Disperazione e Miseria – e non suscita pietà ma, non so, riprovazione? Fastidio? Paura? Vabbè.
Comunque i tre termini appartengono alla stessa classe di elementi, che suppongo essere “Sofferenza”.

Ma non posso usare il tag “Sofferenza” perché un certo grado di sofferenza è presente in qualsiasi romanzo, e oserei dire in qualsiasi vita, quindi dovrei usarla per l’intera produzione narrativa mondiale, o per spiegare l’uomo, e così la svuoterei di significato.

Guardo sul dizionario.

Dice che Disagio significa “mancanza di agi, di comodità” oppure “imbarazzo” o anche “mancanza di una cosa utile, necessaria”.
Sofferenza, invece, è “dolore fisico o morale” oppure “sopportazione, pazienza” o anche “credito non riscosso alla scadenza” (questa mi mancava).
Disperazione è lo “stato d’animo di chi non ha più alcuna speranza e vive nello sconforto e nell’angoscia”.

Questo mi getta nel caos, perché chi vive nello sconforto e nell’angoscia prova certamente dolore morale, ma chi non ha agi non prova necessariamente dolore fisico (stare seduti su una sedia è più scomodo che stendersi sul divano; ma per cenare, ad esempio, è l’ideale. Mangiare sui triclini doveva essere micidiale per la digestione).

Pesco il Devoto-Oli e mi ricordo perché Internet è il Demonio.
Il Disagio, stampato su carta, diventa “Condizione o situazione sgradevole per motivi morali, economici, di salute”, oppure “condizione di privazione e di emarginazione economica o morale sofferta da alcuni gruppi di una società”, ma anche “senso di molestia o di imbarazzo” e “privazione, sofferenza, mancanza”.
Sofferenza è una “condizione tormentosa provocata dall’assiduità del dolore”, “patimento”, “pazienza, sopportazione” e il solito “reddito di difficile riscossione”.

Disperazione è uno “stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità”, “motivo di cruccio, scoraggiamento, avvilimento”.

Concludo che il Disagio va bene per i borghesi con ansia da prestazione ma anche per i poveri affamati; che la Sofferenza è caratterizzata da un’ estensione temporale (questo è un colpo basso, Devoto-Oli) e che la Disperazione c’entra qualcosa con l’apatia.

Così decido di scrivere un virus per impallare il funzionamento delle tag su anobii, pestare il monitor con la mazza chiodata e uscire a prendermi un drink.

settembre 3rd, 2007Tumblr Day 2007

Venerdì scorso è caduto il Blog Day, giorno della fratellanza tra blogger.
In occasione della ricorrenza, ogni possessore di blog è invitato a scrivere un post per segnalare cinque siti personali interessanti e meritevoli di lettura.
(Tra l’altro, colgo l’occasione per ringraziare quelli che mi hanno segnalata. Grazie!)

Tumblr Day 2007Invece oggi, lunedì 3 settembre, cade il Tumblr Day – e se non lo sapevate, manica di zotici scimmioni, è perché siete fuori dal giro di quelli che contano. Oppure perché l’ho inventato io stamattina, devo decidere.

Comunque oggi i tumbler sono invitati a scrivere un post per segnalare n* altri tumblr interessanti che meritano un’occhiata.

Eccone qualcuno dalla mia lista di amici:
(1) Puscic

(2) Tomisima
(3) Maestro Alberto
(4) No troubles
(5) Kariratum
(6) Mappeal
(7) Moet

(8) Paese Seia
(9) Il museo del mondo
(10) Addictions
(11) Lii
(12) Isa on the fly
(13) Chrisooya

(14) Tommaso

Concludo dicendo che il nome Tumblr mi suona male: il gruppo consonantico “bl” mi ricorda l’incipit di “Bleah”, e quando leggo la parola penso a qualcuno che fa una smorfia schifata.

n* = numero inteso positivo compreso tra uno e più infinito.


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