settembre 27th, 2007Barzelletta

(Si ringrazia Toscio per averla raccontata).

(Si ringrazia Toscio per averla raccontata).
Perché le persone, guardate da un certo punto di vista, sono francamente oscene.
Questi ammassi di carne che pulsa e friziona, con orifizi che sfiatano miasmi e la convinzione di essere nel giusto, sono immondi.
A volte, quando mi trovo in mezzo alla gente e sono particolarmente suscettibile, provo ribrezzo per quell’agglomerato di carne sudata e molla, che pende e sfrega e lascia la sua impronta su ogni superficie.
Mi ripudiano il tanfo digestivo dei fiati che risale dalle interiora, il fetore acre delle secrezioni e l’olezzo della pelle ripiegata su sé stessa.
Mi nausea il modo in cui i corpi spingono, pestano, sbattono e si comprimono l’uno contro l’altro, gli occhi disapprovano e i sospiri ammorbano l’aria con l’odore della carne in decomposizione.
In momenti come questi mi chiedo perché l’uomo stia ancora proliferando sul pianeta e penso che l’estinzione volontaria della razza umana sia una buona idea.
L’altro giorno mi è capitato uno di questi momenti; però ero a Venezia e stavo passeggiando, con altri dieci milioni di persone (densità percepita) sotto i portici del palazzo ducale.
E allora ho pensato che c’è un motivo per cui l’uomo non va estirpato dalla terra come una schifosa erbaccia, senza rimpianto e con decisione: il motivo è quel portico.
Il motivo è che, tra gli uomini, ce ne sono stati alcuni che hanno inventato, progettato e costruito quel portico, con quelle belle volte e le colonne di marmo chiaro che stemperano la luce e la calura.
Il motivo è l’arte.
L’uomo merita di restare al mondo perché produce arte.
Non ci dobbiamo sterminare con il napalm, evviva!, perché alcuni tra noi sanno fare cose come quella colonna.
Quella colonna vi riscatta.
Per merito suo posso tollerare le vostre ascelle pezzate, i rigurgiti improvvisi, le opinioni più meschine. Posso tollerare quelli che mi passano davanti in fila, quelli che mi pestano i piedi, quelli che non mi tollerano. Posso tollerare gli intolleranti. Posso tollerare tutto.
Tollero tutto.
E lo stesso fate voi.
La gente prende d’assedio le mostre e si interessa di cultura perché sa queste cose e cerca una ragione per essere salvata.
Finchè c’è arte c’è tolleranza.
E finchè c’è tolleranza c’è salvezza.
Immagino sia per questo che arte e religione sono sempre state intrecciate, e ora capisco i detrattori dell’arte contemporanea (non è immediato accettare di meritare la salvezza per una cacca dentro un barattolo).
Per cui, alla fine, è abbastanza facile capire cosa è arte e cosa non lo è: quello che ti fa tirare un respiro di sollievo è arte, il resto no.
Da qui discende la mia personale definizione di arte, che è: “Arte è quando senti di avere il culo parato”.
Ho accumulato roba da diffondere al mondo, ed è giunto il momento di smaltirla.
Quindi segnalo:
Chi pensa che la questione ebraica non possa essere affrontata con ironia e leggerezza dovrà ricredersi dopo questa lettura, davvero sorprendente.
L’unico problema è reperire il testo, che risulta fuori catalogo.
A me l’ha consigliato mia nonna, alla faccia di anobii e delle vostre diavolerie elettroniche.
Un’esposizione interessante, con opere contemporanee che non inventano nuovi canoni ma che meritano certamente un’occhiata.
Prossima volta compro il tavolino da nani in abbinato e indico una tavola rotonda sul libero arbitrio.
Mi hanno detto che sul blog sembro una pazza furiosa perché scrivo in maniera sconclusionata, salto di palo in frasca e tiro fuori senza preavviso argomenti e pensieri che non si aggrappano a niente, che non stanno da nessuna parte e dei quali non si comprende il capo né la coda, l’utilità né lo scopo, il senso né la forma.
“In ogni post dai l’idea di una che sia stata rinchiusa per anni in una camera isolata, senza mai comunicare con altre persone. Poi un giorno arriva qualcuno che dice: ‘Ecco, adesso puoi dire quello che hai da dire’, e lì, finalmente, ti scateni. E fai paura”.
E’ seguita una breve discussione in cui io testimoniavo per la mia sanità mentale e l’interlocutore mi raccontava dei suoi amici con blog normali, in cui scrivono i resoconti delle serate con gli amici e pubblicano foto delle vacanze al mare.
Tutto ciò mi ha fatto molto penare , e il mio animo sensibile si è sentito oppresso e tormentato da siffatta tenzone.
Finché ho letto Kierkegaard e Montaigne, e ho capito che il mio modo di scrivere non ravvisa quello dei pazzi furiosi, bensì dei filosofi.
Ah! Stolidi blogger con istantanee di culi pelosi che oltraggiano spiagge cristalline, laggiù, nel meriggio!
Io sono una filosofa e non lo sapevo.
Ora ho preso coscienza, ora so.
Nella fattispecie, so cosa chiedere al pasticcere che lavora da mia mamma.
Sto leggendo uno dei saggi di Montaigne dal titolato “Dell’educazione dei fanciulli”.
Nel saggio il filosofo spiega il modo in cui un precettore dovrebbe istruire un allievo che gli viene affidato.
Il precettore dovrebbe fare un sacco di roba, secondo Montaigne.
Tra le altre: adattarsi alle capacità del discepolo senza prevaricarlo; far fare al ragazzo esperienza del mondo e delle persone, evitando di riempirgli la testa di nozioni mnemoniche; insegnarli il valore, la temperanza e la giustizia; educarlo a capire gli impulsi che ci muovono e le loro cause.
Tutto condivisibile e stimolante.
Dopo trenta pagine su questo tono, il fanciullo arriva a formarsi un giudizio.
A questo punto è pronto per lo studio di retorica, matematica, fisica e geometria, che gli indicheranno la scienza a lui più congeniale, alla quale dedicare la sua vita.
Se però il fanciullo, dopo tutte questo sbattimento, è rimasto uno zotico con la passione per la lotta e le favole, allora non c’è davvero speranza.
Abbattuto, Montaigne getta la spugna.
E chiosa: “non trovo altro rimedio se non che al più presto il suo precettore lo strangoli, se non ci sono testimoni, oppure che lo si metta a fare il pasticcere in qualche buona città, fosse anche il figlio di un Duca”.
Domani vado da Sandro, il pasticcere, e gli punto una meringa alle tempie gridando: “La morte o i tortellini!”.
Poi gli racconto di Montaigne e gli chiedo come ci si sente a essere un buzzurro paraculato.
Secondo me non la prende bene.
Tempo fa avevo scritto un post sul senso di straniamento di quando “mi capita di provare un’incolmabile distanza tra me e il mio nome; è come se la parola Federica si svuotasse improvvisamente del suo significato, cioè non fosse più il mio nome proprio ma una parola tra le altre, più vuota delle altre, trasparente; e se ne stesse a pendere inerte davanti al mio naso, dandomi la sensazione di fissare la mia morte”.
Ora che studio Sartre ho scoperto cos’è.
Ecco la spiegazione, tratta da La Nausea:
“Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie”.
“Di solito l’esistenza si nasconde. (…) Quando credevo di pensare ad essa, evidentemente non pensavo nulla, avevo la testa vuota, o soltanto una parola, in testa, la parola ‘essere’. Oppure pensavo (…) all’appartenenza, mi dicevo che il mare apparteneva alla classe degli oggetti verdi o che il verde faceva parte delle qualità del mare. Anche quando guardavo le cose, ero a cento miglia dal pensare che esistevano: m’apparivano come un ornamento”.
“E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose (…). O piuttosto (…) tutto era scomparso: la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s’era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine – nude, d’una spaventosa e oscena nudità”.
“La parola Assurdità nasce ora sotto la mia penna (…) Capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa. Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale (…) Poco fa ho fatto l’esperienza dell’assoluto: l’assoluto o l’assurdo”.
“Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione d’un segmento intorno ad una delle sue estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascinava, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza (…) La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cos’era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa. Questa radice qui (…) era… al di sotto di qualsiasi spiegazione. Ciascuna delle sue qualità le sfuggiva un poco, traboccava fuori di essa, si solidificava a metà, diventava quasi una cosa; ciascuna di esse era di troppo alla radice”.
“Ho raschiato il mio tallone contro quell’artiglio nero: avrei voluto scorticarlo un po’ (…) per giuocare con l’assurdità del mondo. Ma quando ho ritirato il piede ho visto che la corteccia era rimasta nera. Nera? Ho sentito la parola sgonfiarsi, svuotarsi del suo senso con una rapidità straordinaria. Nera? La radice non era nera (…) il nero, come il cerchio, non esisteva”.
“Loschi, ecco cosa erano, i suoni, i profumi, i sapori (…) Quel nero lì, presenza amorfa e fiacca, oltrepassava di gran lunga la vista, l’odorato e il gusto. Ma questa dovizia finiva per diventare confusione, e, infine, non era più niente perché era troppo”.
“Questo momento è stato straordinario (…) un’estasi orribile. Ma nel seno stesso di quest’estasi era nascosto qualcosa di nuovo: comprendevo la Nausea, ora, la possedevo”.
“Era questo il vero segreto dell’esistenza. Mi sono ricordato che una domenica, non più di tre settimane fa, avevo già sorpreso sulle cose una specie d’aria di complicità. Era diretta a me? Ho sentito con disappunto che non avevo alcun mezzo di comprendere. Nessun mezzo. E tuttavia era là, in attesa, sembrava uno sguardo. (…) Le cose si sarebbero dette pensieri che si fermassero a metà strada, che s’obliassero, che obliassero ciò che avevano voluto pensare, e che restassero così, ondeggianti, con un bizzarro, piccolo significato che le sorpassava. M’infastidiva, questo piccolo significato: non potevo comprenderlo (…) avevo appreso sull’esistenza tutto quello che potevo sapere”.
Ecco cos’era il mio senso di estraneità: semplice Nausea dovuta alla comprensione dell’Esistenza, che è Assurda e della quale non posso sapere altro.
Non fa una piega.