giugno 25th, 2007La mia laurea per un aforisma
Questo esame di economia e organizzazione delle imprese editoriali mi sta un poco frantumando le palle, per dirla con eleganza, però mi ha fatto scoprire un sacco di cose interessanti.
Tipo che Moravia si è autofinanziato la pubblicazione de Gli indifferenti e che il Times New Roman fu creato nel 1932 per il quotidiano Times.
O che i libri antichi non avevano uno spazio specifico per il titolo (che veniva semplicemente menzionato nelle prime righe del testo) né per l’autore. Nel medioevo, poi, la scrittura dell’opera si attribuiva al protagonista della stessa, e solo con l’umanesimo e il rinascimento si stabilisce il “principio di autoralità” (che è una cosa fichissima da scrivere. Davvero. Provate).
E ancora: la dedica ossequiosa deriva il nome da Gaio Mecenate, cui Virgilio dedicò le Georgiche.
Le dediche sono una roba incredibile, e mi ci perdo.
Le mie preferite sono quelle “a tutti gli individui degni della Gran Bretagna che portano il nome di Giorgio” (Martyrdom of St. George of Cappadocia, 1614, anonimo) e “alla mia anima” di Joyce (nella piece giovanile A brilliant career).
Anche i titoli sono una figata.
Per esempio il titolo originale di Robinson Crusoe era “La vita e le strane avventure di Robinson Crusoe, di York, marinaio, che visse per ventotto anni solo su un’isola deserta sulla costa d’America, presso le foci del grande fiume Orinoco”. Poi l’hanno cambiato perché bastava leggere il titolo e nessuno comprava il libro. (No, non è vero. E’ che sono una simpaticona).
Baudelaire avrebbe voluto intitolare “Les lesbiennes” i suoi fiori del Male, mentre L’insostenibile leggerezza dell’essere si sarebbe dovuto chiamare “Amore in Cecoslovacchia”. Eccetera.
Poi c’è Robert Escarpit che parla della crisi del romanzo contemporaneo; secondo lui è dovuta al fatto che il successo di un libro, oggi, poggia sulle virtù documentaristiche e non su quelle letterarie. E “L’ambiguità su cui poggia l’esperienza letteraria mal si addice alla conoscenza dettagliata del reale”.
Una frase che riscatta intere giornate passate sui libri.
giugno 20th, 2007Il diario di CuloDritto
Caro Blog, questo weekend sono stata a Fiuggi.
Ci vogliono due treni, un autobus e sette ore di viaggio per arrivarci partendo da casa mia: praticamente sono stata in ostaggio del Servizio Pubblico per un paio di giorni.
Sull’Eurostar c’era una corpulenta signora di Napoli che si è arenata in un posto prenotato e ha raccontato a tutto il vagone le sue disavventure con l’acquisto del biglietto. Tre volte.
A Roma Termini la fermata dell’autobus era stata spostata in via Giolitti, che ho percorso quasi per intero (è lunga qualche chilometro) senza trovare traccia di navetta. Alla fine ho desistito e chiesto ad un autista di linea.
Non sapeva nulla della navetta per Fiuggi.
L’autista di linea ha coinvolto nella discussione un tizio della manutenzione stradale, che per qualche motivo era immobile davanti all’autobus sotto il ciocco del sole, e anche tutti i passeggeri.
Ne è nato un forum on bus, dove ognuno diceva la sua mentre io non capivo nulla, e alla fine mi ha dato uno strappo per tornare in stazione.
Sulla tratta del ritorno cinque signore mi hanno indicato la navetta agognata, in sosta vietata sul parcheggio dei taxi, all’inizio di via Giolitti. L’ho raggiunta, trafelata, e conquistato un posto in seconda fila.
Sulla navetta per Fiuggi una signora è andata dal conducente per dirgli di alzare l’aria condizionata (“Qui si inizia a sudare”) e anche di andare più veloce che lei aveva fretta (“Stiamo facendo i 70, c’è la strada vuota. Se sapevo così prendevo il treno. Dai, vai più veloce”).
Io ero sempre più allibita.
A Fiuggi l’età media è 74 anni e l’aria ha un odore strano.
Fiuggi terme ha le terme, una strada e una piazza costruita di recente dove un caffè costa 3 euro.
Fiuggi città ha un municipio, un teatro in stile arabo e un groviglio di stradine strette con case in mattoni a vista e odori di cucina che escono dalle porte aperte.
Roma, che ho girato di straforo prima di tornare a casa, è sempre molto bella.
Per le strade c’erano trans con le zeppe e ragazzi con magliette leopardate, rimasti in città dopo il gay pride di sabato. Io ho pensato che è curioso rivendicare la propria normalità sfilando su carri di Carnevale con boa e catene borchiate, e credo che se fossi lesbica mi dissocerei.

Per il resto, ho verniciato la cucina.
Lo sciack sciack della vernice che viene stesa ricorda quello delle donne all’apice del piacere; mi meraviglia che i siti specializzati non abbiano una sezione “Painting” o affini.
Comunque l’ho fatta gialla tinta unita con una parte in spugnato.
Per lo spugnato ho comprato una vera spugna di mare, che costa uno sproposito ma trasmette emozioni intense.
Ad esempio quando la si bagna nell’acqua si gonfia in modo strano e dà la sensazione di avere qualcosa di vivo in mano.
Se la si annusa si sente distinto l’odore del mare (quel misto di salsedine, sale e organismi marini che resta sulla pelle insieme alla sabbia).
Poi la si impastra di vernice, la si strofina contro il muro e la si lava: riprende la sua consistenza vivo-spugnosa e anche il suo odore.
E’ incredibile, perché non ti aspetti una cosa del genere da niente che acquisti sigillato nel cellophane in un negozio.
Ho anche imparato come si prepara la minestra fatta in casa e ora ho sei chili di tagliatelle che occupano tutto il frigo (non ho ancora dimestichezza con le dosi).
Poi mi è arrivata una lettera dell’ospedale in cui mi si chiede di pagare 41 euro perchè l’anno scorso sono andata al pronto soccorso a far vedere un herpres che mi stava divorando la faccia, e la cura non è mica a gratesimo (la cura è stata: “Vai in farmacia e compra dello Zovirax“
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Se potessi corrispondere le parcelle in tagliatelle sarebbe tutto molto più semplice.
giugno 15th, 2007Fenicottero che fa stretching
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