maggio 30th, 2007Somiglianze

Femore (a sinistra) e pipe del termosifone (a destra).

Femore (a sinistra) e pipe del termosifone (a destra).
Allora, la storia è questa: devo animare sagome di animali in modo che i movimenti sembrino veri.
Per farlo uso Flash, che adopero con disinvoltura pari a quella con cui manovro una trivella idraulica.
Per darvi un’idea della mia inettitudine, vi faccio vedere cosa riesco a produrre in un’ora di lavoro.
Questo.
Chiaramente fa schifo, e il movimento non sembra vero: dà più l’idea che il toro stia per autoesplodere.
E ciò non è bene. I tori non autoesplodono e CuloDritto si laureerà. Ripetiamolo tutti insieme dieci volte consecutive.
Il mio amico Lox mi ha insegnato i rudimenti di Flash e ha animato una manciata di bestie, ma il fatto che abbia un lavoro e una vita sociale rallenta fastidiosamente lo svolgimento del lavoro (il lavoro è: lui anima gli animali mentre io fumo sigarette, gesticolo e chioccio “Più in alto”, “Più fluido”, “Così non va” e simili. CuloDritto, l’amica dei tuoi sogni).
Ora, il punto è: c’è qualcuno tra voi che mi sa aiutare a sistemare questi movimenti e dar loro una parvenza di veridicità?
In cambio si vince l’apposizione del proprio nick tra i ringraziamenti della tesi, tanta gloria e la foto delle tette di tutte le mie amiche.
Il Trip mi appioppa una catena sui libri, l’ennesima.
Questa volta si tratta di scrivere cinque incipit di libri importanti, che hanno significato qualcosa per me.
Ci ho pensato, e concluso che sono state importanti le prime letture d’infanzia, senza le quali non sarebbero venute le successive.
Ecco quindi gli incipit di alcuni tra i miei libri del cuore.
Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll
Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, – e a che serve un libro, pensò Alice, – senza dialoghi né figure?
E si domandava alla meglio, (perché la canicola l’aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand’ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
Non c’era troppo da meravigliarsene, né Alice pensò che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: «Oimè! oimè! ho fatto tardi!» (quando in seguito ella se ne ricordò, s’accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, né con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe.
Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne.
Il mago di Oz, Frank Baum
Dorothy viveva nel bel mezzo delle grandi praterie del Kansas con lo zio Henry, che era fattore, e la zia Em, sua moglie.
Abitavano in una casa molto piccola, perché per costruirla era stato necessario far trasportare fin lì il legname con la ferrovia. Era composta di un’unica stanza: quattro pareti, il pavi¬mento e il tetto. Nella stanza c’erano una decrepita stufa assai malandata, una credenza con piattaia, un tavolo con tre o quattro sedie. Lo zio Henry e la zia Em dormivano in un grande letto in un angolo della stanza e Dorothy in un lettino situato in un altro angolo. Non c’erano ne soffitta né cantina, solo una buca nel terreno che veniva chiamata “cantina del ciclone”, perché sarebbe servita da rifugio alla famigliola nel caso ci fosse stato uno di quei tremendi uragani che, come tutti sanno, sono tanto violenti da trascinar via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.
Vi si accedeva passando attraverso una botola e scendendo una scaletta.
Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanasjev
La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio.
In un certo reame, in un certo stato, viveva una volta uno zar di nome Vyslav Andronovic. Egli aveva tre figli: il primo era il principe Dimitrij, il secondo il principe Vasilij, e il terzo il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovic aveva un giardino così ricco che non ce n’era uno migliore in nessun altro stato; in quel giardino crescevano vari alberi pregiati, da frutto e senza frutto, e lo zar aveva un melo preferito, da cui nascevano tutte mele d’oro. Aveva preso l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav un uccello di fuoco; le sue penne erano d’oro e gli occhi simili a cristalli d’oriente. Ogni notte volava in quel giardino e si posava sul melo preferito dello zar Vyslav, coglieva le mele d’oro e se ne volava via. Lo zar Vyslav era assai afflitto per quel melo, perché l’uccello di fuoco aveva strappato parecchie mele; perciò chiamati a sé i suoi tre figli disse loro: – Figli miei adorati! Chi di voi prenderà l’uccello di fuoco nel mio giardino? A chi lo acchiapperà vivo darò metà del mio regno io vivente, e dopo la mia morte lo avrà tutto -. Allora i principi suoi figli dissero ad una voce: – Sovrano e padre, maestà! Con infinito piacere noi cercheremo di prendere vivo l’uccello di fuoco.
Favole al telefono, Gianni Rodari
C’era una volta il ragionier Bianchi, di Varese. Era rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: Mi raccomando papà: tutte le sere una storia…
Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi.
Sono tutte un po’ corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe.
La fattoria degli animali, George Orwell
Il signor Jones, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna che danzava da una parte all’altra attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove la signora Jones già stava russando.
Non appena la luce nella stanza da letto si spense, tutta la fattoria fu un brusio, un’agitazione, uno sbatter d’ali. Durante il giorno era corsa voce che il Vecchio Maggiore, il verro Biancostato premiato a tutte le esposizioni, aveva fatto la notte precedente un sogno strano che desiderava riferire agli altri animali. Era stato convenuto che si sarebbero tutti riuniti nel grande granaio, non appena il signor Jones se ne fosse andato sicuramente a dormite. Il Vecchio Maggiore (così era chiamato, benché fosse stato esposto con il nome di Orgoglio di Willingdon) godeva di così alta considerazione nella fattoria che ognuno era pronto a perdere un’ora di sonno per sentire quello che egli aveva da dire.
Update: girovagando per blog ho scoperto di aver fatto la catena sbagliata.
In realtà non si trattava di scrivere cinque incipit di libri importanti per me, ma di libri generici che ho a portata di mano in questo momento.
Dato che oggi, di studiare, ne ho voglia mezza, faccio anche questa.
Anzi, guarda: scrivo l’incipit dei soli libri che ho sulla scrivania in questo istante, così finalmente qualcuno mi crederà quando dico di essere letteralmente sommersa dai libri.
China Candid, Sanh Ye
Ho realizzato le interviste che compongono il presente libro nell’arco di quattro anni. Mentre andavo in cerca delle persone che fossero in grado di raccontare questa storia, la loro storia, e, per definizione, una storia della Cina contemporanea, ho visitato più di un centinaio di città e paesi della Cina e intervistato più di cento cittadini della Repubblica Popolare.
Le con d’irene, Louis Aragon
Non svegliatemi, perdio, porci, non svegliatemi, attenti che mordo vedo rosso. Che orrore di nuovo la luce di nuovo la sporcizia l’instabilità questo sapore acido. Voglio rientrare nel mare cieco basta lampi che cosa voglion dire queste continue tempeste si vuole che io viva la vita del tuono al posto delle orecchie mi hanno messo lamiere a ogni respiro esplosioni di grisou i miei minatori fuggono lungo gallerie d’angoscia qui salta tutto salta tutto si spingono si accalcano.
Anna Karenina, Lev Tolstoj
Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Casa Oblonskij era tutta in subbuglio. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una storia con l’istitutrice francese che aveva lavorato in casa loro, e gli aveva annunciato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto.
Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes
Tutto è partito da questo principio: che non bisognava ridurre l’innamorato a un puro e semplice soggetto sintomatologico, ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d’inattuale, vale a dire d’intrattabile. Di qui la scelta di un metodo
Cucina esotica (399 ricette), Emilia Valli
Parte prima: Africa mediterranea (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto)
La cucina dell’Africa mediterranea rispecchia le vicende storiche cui il paese ha dovuto sottostare. Occore ricordare che tutta la zone fu sotto l’influenza dei turchi, che la dominarono dal 1500, diffondendo, tra l’altro, la predilezione dei dolciumi. Seguirono gli ebrei, le cui abitudini dilagarono in tutta l’area in oggetto, particolarmente per quanto riguarda le regole del digiuno e il rispetto scrupoloso delle feste comandate.
Germinale, Emile Zola
In mezzo all’aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d’un nero d’inchiostro, un uomo percorreva, solo, la strada maestra tra Marchiennes e Montsou; dieci chilometri di massicciata che si lanciava in linea retta attraverso campi di barbabietole. Quasi non vedeva dove metteva i piedi; e dell’immenso orizzonte piatto che lo circondava aveva solo sentore per le raffiche del vento di marzo: vaste raffiche che spazzavano la pianura come un mare; gelate da leghe e leghe di palude e di landa sule quali erano passate. Non un profilo d’alberi sul cielo; diritto come un molo, la strada si protendeva in un buio impenetrabile allo sguardo.
Poi, i libri di studio:
Editori italiani ieri e oggi, Nicola Tranfaglia
E’ nei decenni postunitari che nascono in Italia le prime case editrici, imprese private che, per quanto legate ancora, per la maggior parte, a una tipografia o a una cartoleria da cui sono state quasi generate, si propongono di pubblicare in modo continuativo opere destinate a un proprio pubblico. A ripercorrerne gli esordi, siamo colpiti da alcune peculiarità che – pur con una serie di grandi mutamenti da non sottovalutare – distinguono il caso italiano da quello di altri paesi europei e occidentali.
Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Gian Carlo Ferretti
L’editore potagonista, muovendosi nel solco della miglior tradizione dell’editoria libraria italiana, fa le sue prove più significative tra gli anni trenta e sessanta, e settanta in parte, da una fase artigianale o pre/proto-industriale a una fase industriale avanzata. Sono anzitutto i nomi di Arnoldo e Alberto Mondadori, Angelo Rizzoli, Valentino Bompiani e Giulio Einaudi, e inoltre Ugo Guanda, Leo Longanesi, Vito Laterza, Giangiacomo Feltrinelli, Livio Garzanti, e più tardi l’Adelphi di Bobi Bazlen e Roberto Calasso.
La protezione delle opere dell’ingegno. Le opere letterarie e scientifiche, le opere musicali e informatiche, V.M. De Sanctis
Capitolo 2
La pubblicazione delle opere letterarie e scientifiche avveniva e avviene soprattutto con il mezzo della diffusione dei suoi esemplari stampati.
Nei secoli, il progresso tecnologico ha trasformato la stampa con caratteri di legno in quella di Gutenberg con caratteri di piombo e, poi, dai processi tipografici si è passati a quelli litografici rotativi e a quelli offset a rotocalco.
La tutela del diritto d’autore, Bianca Manuela Gutierrez
Il diritto di autore è un diritto
La capacità di autore è legata, nel diritto italiano, come è noto, al fatto della creazione, ma il diritto d’autore è un diritto tradizionalmente territoriale nel senso che la legge regolatrice è, in genere, non quella del territorio dove l’autore ha svolto la sua attività creativa o, in altri casi, dove l’opera è uscita la prima volta dall’inedito, ma quella del Paese dove l’autore chiede che essa sia tutelata.
(de Sanctis, V.M. 1997, 121 e ss. Cfr. anche Fabiani 1989, 1)
La mediazione editoriale, a cura di Cadioli, Decleva, Spinazzola
A mio parere qualunque storia del libro, dell’editoria e della letteratura dovrebbe trattare come tema centrale quello del processo mediante il quale i lettori, gli spettatori o gli ascoltatori danno un senso ai testi che percepiscono. La questione non è nuova nel campo della storia delle letterature; anzi ha prodotto, in relazione al rigido formalismo della Nouvelle critique o del New criticism, i vari approcci che hanno voluto “far uscire” la lettura dal testo e considerare la produzione del significato come una relazione dialogica tra ciò che propongono le opere e le categorie estetiche e interpretative del pubblico, o come un’interazione dinamica tra il testo e il lettore, oppure come il risultato di un “negoziato” tra le opere stesse e i discorsi o le normali procedure che sono al tempo stesso le matrici della creazione estetica e le condizioni della sua intelligibilità.
Voltare pagina, Economia e gestione strategica nel settore dell’editoria libraria, Paola Dubini
Fino ai prmi anni ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all’interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l’editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l’informazione, sotto forma di testo e immagini) e l’utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni.
Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam
Giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi tornavano alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, lo giuro, la cosa più bella della mia vita.
Forse non ve l’ho mai detto, ma sono anche una cuoca provetta.
Provetta nel senso che ogni giorno invento ricette con quanto il frigo offre in dono, e poi le somministro a parenti ignari che fungono da cavie inconsapevoli ma sazie.
Stasera me n’è uscita una che non è male.
La posto sul blog perchè tra sei ore avrò già dimenticato ingredienti e svolgimento, e alla domanda “Cos’hai mangiato stasera?” fisserò un muro e mi metterò a urlare.
Crudité di zucchine con carpaccio di funghi e basilico
(quanto fa figo, detto così?)

Ingredienti
4 zucchine
2 funghi freschi
1 pomodoro
Basilico
Erba cipollina
Aceto di vino
Aceto balsamico
Sale+Pepe
Tagliare a pezzetti il pomodoro, i funghi, il basilico e l’erba cipollina, poi unire l’aceto balsamico, il sale e il pepe.
Sbollentare le zucchine per 5 minuti in una pentola contenente acqua bollente (salata) e un cucchiaio di aceto di vino.
Scolare le zucchine e passarle per qualche minuto in una padella antiaderente, per farle diventare croccanti, poi stenderci sopra il miscuglio di verdure.
Mettere in frigo e servire fredde.
Bisogna che qualcuno brevetti il pelo autoepilante, che muore dopo essere stato strappato un certo numero di volte (propongo cinquanta).
L’ingegneria genetica farà il resto.
Comunque ho un nuovo incubo ricorrente: dover sostenere nuovamente l’esame di maturità.
Sogno che il diploma sia scaduto e che a giugno debba tornare al liceo per discutere di fisica, chimica, informatica, biologia, matematica e scienze della terra, così da potermi finalmente laureare.
Ma sono ottimista: ogni volta mi dico che si, per giugno ce la posso fare. Poi mi getto dal letto pensando di dover ripassare la curva di Gauss, e faccio training autogeno per reprimere l’impulso di autostrangolarmi.
Volevo anche dire che il linguaggio giuridico è brutto e sgrammaticato, e i giuristi andrebbero puniti con api nelle orecchie per le parole che usano.
Non fosse per loro, termini come “contrassegnazione” e “confondibilità” sarebbero stati obliati da tempo, e non mi sentirei ignorante nell’averne ignorata l’esistenza fino ad ora.
Inoltre sono
tornate
le formicheInoltre sono tornate le formiche.
Frotte di formiche che insediano gli interstizi dei mobili, si arrampicano sulle pareti e cercano il loro seppuku nel vaso dello zucchero.
La gente, angosciata, mette mano a polveri e veleni per sterminare la silenziosa armata nera; ma a me le formiche piacciono.
Da piccola ho passato intere estati a giocarci.
Mi piazzavo in cortile e le seguivo, diligente, in coda alla loro fila indiana.
Guardavo le loro tane e facevo il tifo per le nere quando le rosse, prepotenti e laide, attaccavano in forze l’accampamento nemico.
Piazzavo in terra enormi briciole di pane e ne seguivo il trasporto per lunghi tragitti, a bocca aperta.
Cercavo di schiacciarle con la scarpa e mi domandavo come facessero a sopravvivere, ogni volta (non l’ho ancora capito).
Ne prendevo una sul dito, mi facevo solleticare un pò e poi la soffiavo via, con tutto il fiato che avevo: quella ricadeva, violentemente, da qualche parte lontano, e si rialzava come niente fosse.
Tutto sommato non mi sarebbe dispiaciuto essere una di loro.
Certo, conducevano un’esistenza ripetitiva e sgobbavanno da mattina a sera, ma potevano volare, rimbalzare, appiattirsi al suolo ed erano anche intecambiabili (nel senso che non si distingueva l’una dell’altra), per cui duravano all’infinito.
Tipo Blob, ma più carino.
CuloDritto RSA: cataclismi per l’umanità con un occhio di riguardo al lato estetico.