Da secoli l’uomo si interroga sul rapporto tra esseri viventi ed elabora strategie per confrontarsi con l’Altro.
Negli ultimi anni una domanda si è imposta con urgenza nella mente dell’uomo contemporaneo: esiste un modo legalmente accettato per sfogare la respressione sul mio animale domestico?
Oggi possiamo rispondere con certezza: si, esiste.
Su territorio olandese è finalmente in vendita la prima Birra per cani.

E’ stata ideata dall’olandese Gerrie Berendsen, che ha dichiarato: “Una volta all’anno andiamo a caccia in Austria con i cani. A fine giornata sediamo in veranda e beviamo una birra, così abbiamo pensato che anche i cani ne meritino una“.
La Berendsen garantisce che la Kwispelbier è “non alcolica e adatta al consumo da parte dell’uomo“.
Il cane dello spot, infatti, sfoggia un paio di occhi a palla da alcolista cronico e trasmette l’idea della dipendenza forzata.

Se vi sentite irosi e volete mollare un calcio al cane, ma temete che i vicini sentano i guaiti e vi denuncino alla protezione animali, uscite e comprate questa innovativa bevanda canina.
Potete rimpinzare la vostra bestia di alcool e guardarla scendere la china della perdita di coscienza, sprofondarla in un oblio senza luce e rincuorarvi pensando che, in fondo, nel mondo c’è qualcuno che sta peggio di voi.
Una bottiglia di Kwispelbier costa quanto quattro Heineken, ma ne vale la pena.
Quand’ero piccola girava per casa un portasigarette in legno, decisamente pacchiano.
Era costituito da un piccolo cassetto al cui interno andava riposta una fila ordinata di sigarette. Sopra il piano del cassetto troneggiava un uccello, intagliato alla meno peggio, impettito e con il becco leggermente aperto.
Premendo una leva si azionava un meccanismo: il cassetto si apriva e l’uccello si piegava in avanti, poi afferrava una sigaretta tra il becco e tornava in posizione eretta, offrendo in dono il suo tesoro al tabagista.
Mi piaceva un sacco ma non potevo giocarci perché era stato costruito male: nove volte su dieci il becco a punta finiva per bucare le sigarette, che andavano buttate via tra copiose bestemmie e grida isteriche.
Ovviamente me ne sbattevo e ci giocavo lo stesso, perché il movimento dell’uccello mi affascinava (inserire una battutta volgare a piacere).
Passavo ore a fissarlo andare su e giù, perché c’era un’incongruenza tra la postura con la quale era stato scolpito (che riusciva a trasmettere l’idea del movimento) e la rigidità del movimento stesso.
Ora che sono ragazza di mondo e passo tre quarti delle giornate aspettando un treno, un autobus, un semaforo o un professore, mi sono accorta che le città sono infestate dai piccioni – uccelli immondi che, dimentichi di ogni istinto di sopravvivenza, ti strisciano sui piedi e mirano ai tuoi occhi mentre planano.
Chiaramente Hitchcock sbagliava a preoccuparsi tanto di gabbiani e corvi.
Avendo sempre piccioni tra i piedi, ho provato a vedere se potrebbero funzionare da portasigarette. Quando me ne trovo uno che mi oscilla davanti, allungo la punta della scarpa e faccio leva sotto il suo culo, aspettando ogni volta che inclini il becco al suolo mantenendo una posizione ieratica.
Non lo fanno mai.
Zampettano in avanti, si spostano, ondeggiano il collo; generalmente se ne vanno con andatura goffa e molleggiata senza neppure voltarsi.
Stupidi piccioni.

Aygo (a sinistra) e Gohan (a destra).
Per un certo tempo ho creduto che “vergare” significasse “scrivere con il pisello”.
Immaginavo questi tizi nudi chini su un tavolo, con la schiena piegata e intenti a disegnare complicate lettere dell’alfabeto stringedo la maletta tra le dita, ma sentivo che c’era qualcosa che non andava.
Nonostante tutto, trovavo ridondante l’espressione “Vergare a mano” (perché, mi chiedevo, volendo ce la farebbe anche da solo?).
La pratica di portare una mano davanti alla bocca prima di starnutire è barbara.
Forse impedisce ai bacilli di spandersi nell’aria e venire risucchiati dai setti nasali delle persone limitrofe (anche se ho i miei dubbi), ma contravviene alle minime norme di igiene personale: andare in giro con una mano spalmata di saliva non è socialmente accettato, e i raffreddati vivono il dramma della marginalizzazione.
E’ ora di dire basta a tutto questo.
Propongo di iniziare a starnutisce indirizzando gli schizzi verso il pavimento (o al limite, se proprio qualcuno vuole fare il sofisticato, verso una pianta, un termosifone, un cestino del rusco) e lasciare che la gravità si occupi del resto.
Comincio io: ho sempre sentito una scintilla rivoluzionaria ardermi dentro.