febbraio 20th, 2007Blogage (vedi anche Collog)

wiki.jpgIl termine Blogage (dalla composizione di “Collage” e “Blog”) indica la tecnica usata per costruire frasi combinando parole contenute in uno o più blog.

La tecnica del blogage é usata nel giornalismo a partire dal XXI secolo per creare batterie di opinioni a piacere.

Il blogage può essere realizzato su un singolo blog oppure su blog diversi. Il corpus di riferimento produce blogage individuali oppure colletivi.

Esempio di blogage individuale
CuloDritto lamenta la mancanza di un bidet nelle migliori edicole delle nostre città, e per risolvere il problema propone “Un’ora e mezza di gemiti e lamenti, intercalati da una selezione scelta di ballate tirolesi e canti alpini rivisitati in dialetto sardo”.
Gli editorialisti de L’Espresso appoggiano l’iniziativa.

Esempio di blogage collettivo
Molti blogger ritengono che una lobotomia frontale sia solo un espediente per fare sesso: nella rete è opinione diffusa che gli stupidi siano sessualmente più appetibili e possano soddisfare i desideri dei partner più esigenti.
Parole di sconforto dal ministro Fioroni: “Possibili restrizioni nell’accesso alla rete”.
Ed è subito polemica.

(Questa voce è solo un abbozzo).

febbraio 19th, 2007CuloDritto Translator (beta)

Alla mia ultima cena voglio vedere i miei fratelli, e i miei cani e i miei gatti, e il limite del mare.
Alla mia ultima cena voglio vedere i miei vicini, e in più qualche cinese in guisa di cugino.
Voglio che si beva più vino che a Messa, quel vino così buono che ho assaggiato ad Arbois.
Voglio che si divori, dopo qualche prete, un fagiano gigante spedito da Perigord.
Poi voglio che mi si conduca in alto sulla mia collina, per guardare gli alberi dormire e fermarne le braccia.
E poi, ancora, voglio scagliare le pietre al cielo e gridare “Dio è morto” un’ultima volta.

Alla mia ultima cena voglio vedere i miei asini, i miei muli e le mie oche, le mie vacche e le mie femmine.
Alla mia ultima cena voglio vedere quelle baldracche delle quali fui maestro e Re, o che furono le mie maestre.
Quando avrò nella pancia abbastanza per annegare la terra, farò a pezzi i miei vetri per imporre il silenzio.
E canterò a squarciagola, alla morte che avanza, le romanze licenziose che spaventano le monachelle.
Poi voglio che mi si conduca in alto sulla mia collina, a guardare la sera che avanza, lentamente, verso la pianura.
E là, ancora in piedi, insulterò i borghesi, senza timore e senza rimorso, un’ultima volta.

Dopo la mia ultima cena voglio che se ne vadano tutti, una volta finito di gozzovigliare; da qualsiasi altra parte, tranne che sotto il mio tetto.
Dopo la mia ultima cena voglio sedermi, installarmi tutto solo come un Re accolto dalle sue vestali.
Dalla mia pipa brucerò i ricordi d’infanzia, i sogni irrealizzati e i resti della speranza.
E non custodirò altro, per vestire il mio animo, che l’idea di un roseto e un nome di donna.

E poi guarderò ancora in alto, verso la mia collina che danza, che si intuisce, che finirà per affondare.
E dentro l’odore dei fiori, che presto si spegnerà, dico che avrò paura, un’ultima volta.

(Jacques Brel, Le dernier repas)

febbraio 17th, 2007Somiglianze

somiglianze1.jpg

Sac à poche (a sinistra) e cappucci à la Ku Klux Klan (a destra).

Da questa prospettiva, sembra che anche i depositari del culto in Atmosphere portino sulla testa enormi sacchetti ripieni di crema (e così il dramma si trasformò in farsa, eccetera).

1.30 di notte. Risuona la sirena di un transatlantico in salotto.
Nitida, secca e potente.
Salto sulla sedia come un cartone animato e scruto intorno, circospetta: lievemente angosciata.

Butto un occhio alla zona giorno: è immersa nell’oscurità, immobile, tranquilla.
Nel resto della casa tutti dormono.

Mi domando se la sirena sia suonata davvero; mi domando se non stia iniziando a sentire le voci, piuttosto.
Un albero che cade in un bosco fa rumore, se nessuno lo ascolta? Il Nautilus può issarmi il divano in coperta, se nessuno sta attento?

Per fugare ogni dubbio busso alla porta di mio fratello e domando, disinvolta: “Hai sentito anche tu una nave in salotto, per caso?”

“Si” dice, il tono di uno che ne ha viste di peggio.

“E’ un allarme del computer per avvisarmi di una cosa” spiega, laconico; poi scende e lo disattiva.

“Fatti rompere” gli urlo a bassavoce mentre scende le scale, un algido distacco nelle mie parole.

“Ma non è la sirena di una nave” insinua, sedicente.

“E’ l’allarme di Lost”.

febbraio 14th, 2007San Valentino

svalentino.jpg

Luogotenente CuloDritto augura buone feste.


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