Mundo Civilizado

Un tizio allampanato che da grande sogna di fare il Regista Alternativo viene inspiegabilmente munito di non una telecamera e trova qualcuno che lo paghi per mettersi alle calcagna di quattro sconosciuti e filmarli incessantemente per un mese, sullo stile del Grande Fratello.

Questo non è l’incipit del film, ma la premessa.
La cosa più sorprendente di questa pellicola è che sia stata prodotta davvero.

Il regista sceglie di non fare il suo lavoro: semplicemente riunisce un gruppo di ragazzi sotto ai 20 anni, li porta giù a Catania, li mette a dormire tutti insieme in un appartamento da villeggiatura e li fa girare per afro e rave party per la maggior parte del tempo.

Gli attori non recitano: interpretano sé stessi. Si grattano, vagano per le strade, fumano un chiloom, ballano (male), si stropicciano gli occhi, non fanno un cazzo dalla mattina alla sera, guardano perplessi la telecamera che non li molla per un istante e si vede chiaramente che neanche loro riescono a capacitarsi del fatto che quello sia davvero un set cinematografico.

Gli attori non inscenano dialoghi scritti in precedenza: parlano tra loro. E dicono, ovviamente, un sacco di minchiate. A parte la pochezza dei contenuti (che meriterebbe un capitolo a parte, ma anche no) la maggior parte dei dialoghi restano in sospeso tra un “insomma” e un “cioè” – a testimonianza imperitura della tragica perdita di senso nel mondo contemporaneo, forse. O forse quei quattro tizi sono delle persone poco interessanti di loro, e basta. Allo spettatore non è dato svelare questo arcano.

Il regista non “riprende” nel classico senso del termine (sceglie le inquadrature, la luce, la posizione dei soggetti, eccetera): il regista “registra”. In concreto segue le gesta inutili degli inutili personaggi e le filma così come vengono, senza andare molto per il sottile. Innumerevoli gli interni in cui lo schermo resta completamente buio per un paio di minuti dietro fila, quelle in cui c’è una folla di gente e lo spettatore ne vede solo le nuche, quelle dove la telecamera viene sadicamente sballottata dal cameraman verso l’alto, il basso, destra, sinistra e infine (non pago!) in tondo, e sullo schermo compaiono solo delle strisce luminose che traballano e danno la nausea.

Lo sviluppo narrativo è inesistente: le scene si susseguono una all’altra senza alcun nesso logico né cronologico. Il film si potrebbe vedere anche dalla fine all’inizio, e non ci si accorgerebbe della differenza.

La fase di montaggio non serve a sostenere la trama e permettere allo spettatore di seguirne lo sviluppo: serve a “mixare” le varie scene registrate, così come un dj mixa i pezzi della playlist. Colpisce l’uso massiccio delle dissolvenze di immagini statiche, un azzardo passato di moda da circa un secolo.

Consiglio di CD: Non guardatelo. Piuttosto portate a passeggio il cane, leggete Novella 2000, fissate un muro.