CuloDritto consiglia

Mark Crick è un fotografo londinese e ha pubblicato da poco il suo primo libro, La zuppa di Kafka (Ponte alle grazie editore, 113 pp., 10 euro).

Il sottotitolo recita “Storia della letteratura mondiale dalle origini a oggi, in sedici ricette”, perché l’autore interpreta sedici ricette come fossero racconti di altrettanti scrittori famosi.

Ci sono le uova al dragoncello alla maniera di Jane Austen, la supertorta al cioccolato alla maniera di Irvine Welsh, la fenkata alla maniera di Omero.

Quasi ogni ricetta, inoltre, è corredata da un’illustrazione (opera dell’autore stesso) che richiama lo stile e l’universo del Mostro Sacro a cui il testo è attribuito.

Ecco un assaggio.


Agnello in salsa di aneto alla maniera di Raymond Chandler

1 cosciotto magro di agnello da 1 Kg circa, tagliato a grossi pezzi
1 cipolla a fettine
1 carota tagliata a julienne
1 cucchiaio di semi di aneto tritati o 3-4 rametti di aneto fresco
1 foglia di alloro
12 grani di pepe
1/2 cucchiaino di sale
850 ml di brodo di pollo

50 g di burro
1 cucchiaio di farina
1 tuorlo d’uovo
3 cucchiai di panna
2 cucchiaini di succo di limone
pepe nero appena macinato

Buttai giù un sorso del mio whisky sour, spensi la sigaretta schiacciandola sul tagliere e osservai una cimice che arrancava per uscire dal lavandino. Avrei avuto bisogno di un tavolo da Maxim, cento verdoni e una bionda da mozzare il fiato.
Ma avevo solo un cosciotto di agnello, e nessun indizio per capire cosa farmene. Afferrai la carne. Era fredda e umidiccia come la stretta di mano di un coroner. Tirai fuori il coltello, e la tagliai a grossi pezzi. Sentire la lama nella mano mi fece venir voglia di affettare una cipolla, e prima che mi rendessi conto di quello che stavo facendo una carota era stesa a listelle sul ripiano della cucina. Non si mossero. Gettai il tutto in una pentola insieme a qualche rametto di aneto, una foglia di alloro, una manciata di pepe e una presa di sale. Cominciavano a riaversi, allora versai il brodo di pollo e alzai un po’ il fuoco. Volevo cuocermeli lentamente, il più lentamente possibile. Dopo 90 minuti e mezza pinta di bourbon non erano più tanto duri, e neanch’io. Separai la carne dalla verdura, poi ci piazzai sopra il coperchio per trattenere il vapore. Avevo ancora il coltello in mano, ma non si sentivano le sirene.
   In questa città l’untume arriva sempre in alto, così filtrai il sugo per schiumare il grasso. Versai un po’ d’acqua e misi un’altra volta la pentola sul fuoco. Era venuto il momento di affrontare il burro e la farina. Li rigirai per bene, li ridussi in una pappa che rovesciai nel brodo. Il frullino non ce l’avevo, allora usai il manganello per far fuori i grumi finché quella dannata pappetta fu perfettamente amalgamata. Iniziava a bollire, e decisi di lasciarla tranquilla per un paio di minuti.
   Montai il tuorlo d’uovo e la panna, li mescolai con un po’ di salsa bollente, versai di nuovo tutto nella pentola. Cominciai a torchiare il limone, e non ci volle molto perché sputasse quello che doveva sputare. Era facile, maledettamente facile, ma sapevo che se avessi lasciato la salsa bollire ancora il tuorlo d’uovo sarebbe diventato frittata.
   Ormai ero pronto per versarla sulla carne e servire, ma non avevo fame. La bionda non s’era fatta vedere. Era più tosta di quanto pensassi. Andai fuori a intossicarmi di sigarette e di whisky.