(Continua)

Budapest
Una città allucinante. E’ bellissima, e decadente. Ma non decadente in senso letterale: è proprio decadente nel senso che casca a pezzi. C’è una quantità di edifici meravigliosi, con forti influenze orientali; palazzi adorni dai colori vivaci, castelli che sembrano usciti da una fiaba, statue imponenti con enormi baffi, cupoloni luccicanti, sinagoghe da mille e una notte. Eppure è tutto dimesso, malcurato, lasciato alla propria sorte. Molte facciate sono completamente nere di inquinamento; i parchi (che potrebbero mozzare il fiato) sono spelacchiati e secchi, oltre che pieni di barboni che ronfano; contro il profilo di palazzi antichi e barocchi si stagliano altissime colate di cemento color pece, squadrate e francamente oscene, frutto di quello che da noi viene definito abuso edilizio. Se non altro ho capito il significato dell’espressione “valorizzazione del territorio”.
Il campeggio
Un capitolo a parte. Definirlo “campeggio” è decisamente pretenzioso: in realtà è una semplice strada chiusa adibita alla temporanea sosta di tende e camper sull’erba che cinge i lati dell’asfalto. La reception è un ex-vagone del tram, presumibilmente rimorchiato dalla stazione delle locomotive pochi chilometri avanti. I water hanno la tavoletta di legno; ogni giorno un peloso ungherese, ingrugnito, si premura di passare lo scopone dei sanitari sui sanitari medesimi, sulle docce, sui pavimenti, sui lavandini, sui ripiani che si usano per appoggiare le cose. La zona è quella delle colline di Budapest, che le guide dipingono bellissima; io so solo che, mentre arrancavo sotto i quaranta gradi di un sole feroce nel centro della città, in campeggio pioveva a dirotto. Tornati in tenda trovavamo ogni giorno i panni stesi annegati, la tenda zuppa, la terra scura (fine come sabbia) infiltrata in ogni fessura, e lì definitivamente arenata. Saremmo rimasti a Budapest un giorno in più, ma eravamo stremati dal campeggio.
Valore aggiunto del viaggio: gli ungheresi. Sono scorbutici e perennemente sudati, scoreggiano e ruttano pacificamente in pubblico come fossero nel tinello di casa; spintonano a mò di rugbisti la gente che hanno accanto se trovano che stia loro tra i piedi. Decisamente pittoreschi: sono più italiani degli italiani. Sfatato il mito delle ungheresi come donne più belle del mondo; ripeto: se volete fare il puttan-tour, andate in Slovacchia.
Valore aggiunto del viaggio #2: il ristorantino fuori mano ed elegante in cui siamo finiti, per caso, a cenare. Stile Milano Marittima, con camerieri in livrea che versano il vino e l’acqua nel bicchiere ogni volta che finisce. Cucina tradizionale ottima; spesa complessiva 50 euro. Gran bazza.

Budapest – Croazia
La strada che porta dall’Ungheria a Zagabria è una statale; questo percorso non è coperto da autostrada. La SS ungherese, veramente caratteristica, squarcia con malagrazia un bosco chilometrico, i cui altissimi alberi continuano ad assediare l’asfalto lungo tutto il tragitto, arrivando in alcune zone ad unire le fronde da un lato all’altro e oscurando così, di fatto, il sole.
La strada è interamente corrosa dalle ruote dei camion, che nel tempo hanno creato due solchi paralleli e profondi; le macchine, non riuscendo sempre a dribblarli, barcollano e sobbalzano aritmicamente fino in territorio croato. In certi punti della strada, naturalmente priva di piazzole di sosta e intasata di traffico, si stagliano nettamente le figure di alcune stoiche prostitute, bruttissime e comprensibilmente incazzate nere.
Entrando in Croazia il paesaggio cambia radicalmente; qui la strada è ampia e solida, ci sono piazzole (dotate di bagni chimici) ogni venti chilometri ed è bello appoggiare lo sguardo sui dolci pendii che si attraversano, sulle rocce rosse altissime, sui placidi fiumi che si allungano fino all’orizzonte e sui tetti dei piccoli paesi appollaiati in mezzo alle colline, giù in lontananza.
Arrivati a Rjieka, una città orrenda a pochi chilometri dall’Istria, ci siamo persi girando in tondo come indicato dai cartelli stradali. Parcheggiata la macchina in preda allo sconforto, siamo stati avvicinati da un indigeno che, in italiano, ci ha detto di andarcene da lì perché “Città grande, brutta”, ci ha spiegato la strada per Krk e, dopo essersi allontanato un istante, è tornato con una cartina stradale gigante della costa croata, che ci ha regalato dicendo “Ciapa!”. Grandioso.
Valore aggiunto del viaggio: le autostrade ungheresi. Mentre guidavo, speronando con nonchalance camion giganti e utilitarie degli anni ’50, ho visto con i miei occhi un ingorgo in prossimità di una rampa di immissione: una trentina di macchine stavano facendo retromarcia per risalire, contromano, la corsia di accelerazione, in modo da uscire dall’autostrada ed evitare la fila che si era formata qualche chilometro più avanti. Stento ancora a crederci, io stessa.
Fare la fila in autostrada, comunque, è un rito sociale in Ungheria: tutti scendono dalla vettura e si accendono una sigaretta, stringono amicizia con quelli che hanno attorno, gironzolano in lungo e in largo sbirciando all’interno delle altre macchine, fanno la pipì sull’erba a lato dell’asfalto, cose così. Tre camionisti, abbandonati i rispettivi automezzi, hanno preso a rincorrersi tra le automobili in coda facendo gaiamente a secchiate.

Krk
Un’isola. Non ho idea se sia più o meno bella di altre, dato che è la prima che vedo; il turismo balneare non è proprio il mio forte. Carina, comunque. Molto commerciale, presa d’assedio dagli italiani; di sera ci sono molti ristoranti aperti e diversi pub, frequentati più che altro da autoctoni. Il mare è bello, ma trovo che stare a prendere il sole stesi su una colata di cemento non sia proprio un’idea geniale. E comunque mi rompo le palle dopo un’ora. In ogni caso ha piovuto quasi tutto il tempo. Il turismo balneare non è, decisamente, il mio forte.
Il campeggio
Molto bello. Curato, pulito, dà direttamente sulla costa e permette di accedere a quattro o cinque spiaggettine private senza dover mettere il naso fuori dal campeggio. Ha un piccolo mercatino interno che comprende supermarket, bancarella di frutta e verdura, fornaio, edicola, ristorante e negozi di articoli da spiaggia. Manca il bar (pare che solo in Italia usi fare colazione fuori casa). Pecca: era quasi pieno, per cui non ci hanno fatti stare nella zona tende ma ci hanno messo in mezzo ai camper. I camper stanno vicini alla spiaggia (il che è una bazza), ma il campeggio non è in piano, bensì in pendenza: ogni volta che dovevo andare da qualsiasi parte (a fare pipì, a lavare i piatti, a telefonare, a comprare cibo, ecc) dovevo affrontare un’impervia salita del 30%. Sticazzi. E in campeggio c’era pure il pet-washing, un aggeggio malefico usato dai campeggiatori per lavare i propri cani, che esibivano un’aria parecchio depressa nel corso delle operazioni.
Hint: “La lingua croata somiglia all’italiano, di primo acchito. All’inizio ti sembra di capire quello che dicono, poi ci pensi e ti accorgi di non capire niente. E’ come la supercazzola di Teo Mammucari”.

Krk –Italia
Il tipico viaggio di ritorno. Tranquillo, senza fretta, con un filo di tristezza.

Fortuna che la settimana prossima parto di nuovo. :-)