gennaio 27th, 2006Amarcord…
Amarcord
Mio nonno è stato rinchiuso per tre anni in un campo di concentramento tedesco come prigioniero di guerra. Costretto ad arruolarsi come volontario a diciotto anni, è stato catturato sul fronte nel corso del suo primo combattimento e deportato a Buchenwald.
Il campo di Buchenwald, situato vicino alla città di Weimer, è rimasto famoso perchè al suo interno è stato sperimentato lo sterminio di massa a mezzo del lavoro, e anche per gli esperimenti di genetica che venivano effettuati in alcuni blocchi al suo interno.
Mio nonno lavorava agli altiforni, cioè passava le giornate davanti ad un forno a fondere acciaio e metallo per la costruzione di armi tedesche.
La principale ragione per cui è riuscito a sopravvivere è che faceva il pugile professionista prima di venir mandato in guerra: i soldati tedeschi che sorvegliavano il campo si divertivano a sfidare a boxe i detenuti, sfibrati dal lavoro e denutriti. Se il detenuto vinceva il combattimento gli veniva dato un pezzo di pane come premio; alla domanda “E se perdeva?” la risposta dei miei parenti è sempre stata un’alzata di spalle. Mio nonno, immagino, ha sempre vinto (i soldati tedeschi avevano la forza, ma difettavano nella tecnica).
Ogni tanto i tedeschi prendevano una manciata di detenuti, facevano loro indossare degli zoccoli di legno e li mandavano a correre lungo uno stretto sentiero costellato da filo spinato e reti percorse dall’alta tensione; chi sopravviveva poteva tornare nel blocco dal quale era stato prelevato.
I prigionieri di guerra erano tenuti separati dagli ebrei, dei quali scorgevano le figure da lontano e potevano vedere il fumo uscire dai forni crematori.
Nel campo, mio nonno ha trascorso tre anni in compagnia di un amico d’infanzia, prelevato insieme a lui al fronte e rinchiuso nello stesso blocco.
Quando la guerra stava per finire, e gli alleati erano già penetrati in Germania, i tedeschi sgombravano il campo prelevando manciate di detenuti e andandoli a impiccare sulla piazza pubblica di Weimer. Anche mio nonno è stato tra questi: allineato insieme a centinaia di altri detenuti, era fermo nell’ultima fila ad aspettare il proprio turno alla corda guardando i compagni agonizzare. Il suo amico d’infanzia era nella penultima fila; prima di andare sul patibolo ha dato a mio nonno una foto di sua moglie chiedendogli, nel caso fosse sopravvissuto, di recarsi da lei e dirle che la amava.
Quando i detenuti della penultima fila erano ormai privi di vita appesi alle corde, e il loro posto stava per essere preso dai detenuti dell’ultima, è scoppiato un bombardamento aereo degli alleati, e i tedeschi sono scappati a nascondersi lasciando i prigionieri sotto la pioggia di bombe.
Mio nonno è stato liberato dall’esercito inglese, ed è tornato in Italia a piedi. A dieci chilometri da casa è passato in mezzo ad un campo minato; una donna gli ha urlato l’informazione, gridando, quando era già a metà. Ha tentato la fortuna, proseguendo fin dall’altra parte, e gli è andata bene.
La cosa che mi fa più effetto pensare è che, se a mio nonno fosse andata diversamente (anche una sola volta, in una sola occasione, in una singola circostanza; e in tre anni trascorsi all’interno di un campo di concentramento le situazioni di questo tipo sono, credo, impossibili da contare) io non sarei qui.
Se non fosse tornato (un’eventualità tutt’altro che scontata, a rifletterci solo un secondo) non avrebbe mai conosciuto mia nonna, quindi non sarebbe nata mia mamma e non sarei nata io.
Questo è un pensiero che mi accompagna, latente, da che ho memoria – e credo non mi abbandonerà mai.
E dire che era venuto in mente anche a me per lo scorso post (“Il Campo” da “Se questo è un uomo” di Primo Levi), ma mi pareva scontato. E anche piuttosto di cattivo gusto, in realtà.
Però, dice, serve “a dare una scossa alle coscienze inebetite del popolo dei teledipendenti”. Ah, ecco.
A me queste espressioni fanno sempre ridere, perché è evidente che il “popolo dei teledipendenti” non va certo a comprare e leggere un libro del genere (ma quando mai, figurati), però l’intento è lodevole. E poi mi incuriosisce sapere che c’è una tipa che ha avuto la mia stessa idea (o io la sua), quindi mi sa che lo compro.
gennaio 27th, 2006 at 12:41 pm
e ieri Hamas ha vinto
gennaio 27th, 2006 at 12:43 pm
Brava Culodritto. Questo sarà di gran lunga il migliore articolo sulla Giornata della Memoria uscito oggi sui media italiani. Dico sul serio.
Filter
gennaio 27th, 2006 at 12:51 pm
Bellissimo post. :)
gennaio 27th, 2006 at 1:14 pm
Morè, ti capisco, mio nonno (materno) è stato fatto prigioniero durante la campagna di Russia. Lui che all’epoca pesava circa 85kg, è tornato a casa dopo due anni dalla fine della guerra che ne pesava 38, con i piedi rovinati dal gelo. Mia nonna, per due anni, è stata la moglie di quello che non è tornato dalla Russa. E capisco che per lui, il giorno della memoria, sia un giorno veramente diverso dagli altri.
gennaio 27th, 2006 at 2:21 pm
concordo con filter.
gennaio 27th, 2006 at 3:31 pm
Giaggià! O.
gennaio 27th, 2006 at 3:36 pm
Forse è banale, ma BEL POST(O)!
gennaio 27th, 2006 at 4:56 pm
ciao more’, e’ da un po’ che non ci si vede…sono capitato qui per caso, rileggendo vecchi 3d su clarence. e volevo dirti che ti capisco, come tanti altri…mio nonno e’ stato 2 anni in un campo di concentramento, e l’ho conosciuto quando era gia’ un uomo distrutto…mi raccontava quello che succedeva lassu’, a me, ad un bambino di 7 anni che lasciava parlare il nonno ma intanto inorridiva dentro di se’. ora non riesco neanche a vedere un documentario, a leggere un libro, a sentire niente che parli di quelle cose…tanto, oltre ai suoi racconti non si puo’ andare…un bacio. daking
gennaio 27th, 2006 at 5:29 pm
100% d’accordo con Filter
anch’io ricordo -molto vagamente- amici di mio nonno che raccontavano dei campi… ed è tutt’altra cosa rispetto allo studio sui libri.
un bacio
gennaio 27th, 2006 at 10:26 pm
Mio nonno è stato prigioniero dei tedeschi per quasi tre anni, nei quali ha sempre camminato sotto la minaccia delle armi, percorrendo a piedi alcune migiaia di chilometri e ricevendo raramente cibo, se non dalle popolazioni più indulgenti, ma mai dalle guardie.
Ci penso anche io spesso che sarebbe bastato un niente, e non sarei mai nato :)
gennaio 28th, 2006 at 4:53 pm
Beh, grazie a tutti. Sinceramente non pensavo che questo post sarebbe piaciuto così tanto; in genere la gente non è molto interessata ad ascoltare storie di questo tipo.
A me affascinano molto, invece; anzi, mi piacerebbe leggere anche quelle dei nonni degli altri commentatori. ;-)
(Dak, ben rintrovato! :-P )
gennaio 28th, 2006 at 7:20 pm
gennaio 28th, 2006 at 9:38 pm
Questo é uno dei post piú belli che ho letto da te!
Grazie!
(Giá, é bello raccontare agli altri quelle fantastiche storie che i nonni ci raccontavano sempre da piccoli… Non ci stancavammo mai di sentirli questi nonni cosí saggi che lo sapevano tutto e l’avevano vissuto tutto!)
gennaio 30th, 2006 at 10:11 am
Trascorsa la giornata della memoria, propongo l’odierna giornata dell’umorismo nero esclamando “che culo (dritto) tuo nonno, non ha combattuto che una sola battaglia”.
Che è un po’ come cercare a tutti i costi di vedere il buono dove di buono non ce n’è nemmeno uno sputo minuscolo.
gennaio 30th, 2006 at 10:13 am
P.S.: il tuo post è molto bello.
Il racconto di buonanima mio nonno è il seguente: cristiano, riformato perché troppo bassino, durante la seconda guerra s’è rinchiuso per diversi anni con i familiari nella sua casa, a Napoli. Nessuno gli ha fatto niente, a parte quell’unica volta che è andato al mercato nero per comprare la pasta e s’è fatto beccare al primo colpo.
Non è che abbia avuto una vita interessante, mio nonno buonanima.
gennaio 30th, 2006 at 10:22 am
E c’e’ gente che sventola svastiche allo stadio, in italia…
:(
gennaio 30th, 2006 at 12:29 pm
Anche a me interessano molto questi racconti, anche se è un interesse che va al di là della curiosità.. non so, forse perchè sembrano così lontani dal mondo in cui noi viviamo adesso (anche se ci sono persone che vivono in condizioni disumane in posti della terra di cui non conosciamo nè il nome nè l’esistenza), che sapere che i nostri nonni le hanno vissute sulla propria pelle, è come se non fossero poi così lontane. In fondo sono appena due generazioni, poco più di cinquanta/sessant’anni.
I miei nonni hanno avuto esperienze diverse.
Il nonno paterno è stato rinchiuso, come il tuo, in un campo di concentramento tedesco. Non ricordo quale nè per quanto tempo, comunque mi raccontava che i prigionieri e gli ebrei erano separati da una rete ad alta tensione col filo spinato in cima, e che lui e molti altri italiani quando arrivavano le razioni di cibo, molto misere anche per loro, davano sempre il pane agli ebrei. Solo che i buchi della rete erano troppo piccoli per una pagnotta intera, quindi dovevano dividerla in pezzi più piccoli e poi passare ogni pezzettino dall’altra parte. Quella zona però era molto controllata dai tedeschi e quindi dovevano fare in fretta e spesso succedeva che qualche suo compagno non tornava più al proprio blocco. Mio nonno ha avuto molta fortuna perchè il campo di concentramento in cui era stato imprgionato era molto piccolo e dopo qualche tempo i tedeschi decisero di chiuderlo e trasferire tutti i deportati in un altro campo molto più grande. Lui riuscì a nascondersi, aspettò che il campo fosse deserto e poi tornò in Italia a piedi. Nel tornare fu aiutato da una famiglia di ebrei nascosta in un sotterraneo di non so cosa appena passate le Alpi. Lo ospitarono per qualche giorno fino a che lui non decise che doveva tornare a casa. Quando tornò scopri che un suo fratello (l’unico ad avere già famiglia) era stato mandato in Russia e non si sapeva nulla di lui. Ovviamente non se n’è mai saputo nulla. Non è più tornato. E da allora quando si ricadeva sulla questione, mio nonno ripeteva sempre: “Ah quel mona là. El sarà morto, te vedarè. Quel mona.” (Questo lo so perchè mia nonna, poi mio padre e poi la sottoscritta, siamo stati testimoni di tale fenomeno verbale.)
Il nonno materno invece ha avuto tutt’altra avventura. Lui venne mandato in Libia a combattere insieme ai tedeschi. Ne ha passate davvero tante.. ha conosciuto il generale Rommel, e dice che a differenza di quanto si dice, non era il più spietato di tutti, che in confronto ai suoi superiori era nulla. Mi racconta spesso di un episodio in particolare, di quando arrivarono in una città e per ordine dei generali tedeschi dovevano distruggere tutto quanto. Quando finirono, andarono dai generali e ricevettero l’ordine di fare piazza pulita anche degli abitanti. Quest’ordine però era riservato ai tedeschi, perchè gli italiani non erano evidentemente considerati abbastanza. I tedeschi rinchiusero vecchi, uomini, donne e bambini in un edificio e incendiarono tutto. Anche lui, mio nonno dico, ebbe una fortuna smodata. Quando gli alleati bombardavano ognuno di loro aveva una buca coperta dicespugli dove rifugiarsi, immagina in mezzo al deserto quanto possa essere sicura una buca, comunque a parte ciò… lui aveva la sua buca. Durante un bombardamento, corse verso la sua buca e quando arrivò, si accorse che era già stata occupata da non so chi e quindi decise di nascondersi dietro un sasso enorme che stava a un centinaio di metri. La bomba cadde proprio sopra la sua buca e lui si salvò, però se tutto fosse andato come doveva andare, sarebbe morto. Della sua squadra erano rimasti solanto in quattro e un giorno ricevettero l’ordine di passare da un posto di guardia inglese in cui di solito stavano due soldati. Due di loro erano addetti alla guida della jeep e gli altri due si sarebbero seduti sui parafango (che erano molto larghi) delle ruote della jeep e avrebbero ucciso le due guardie. Era l’unico modo per passare, o morivano loro e gli inglesi. Tirarono a sorte e per fortuna non toccò a mio nonno sparare, non l’avrebbe sopportato dice.
Finalmente poi arrivarono gli americani (in quel periodo in cui era stata appena annunciata la liberazione e c’era un pò di confusione tra gli italiani, non sapevano se stavano con o contro i tedeschi) e portarono tutti i soldati italiani negli Stati Uniti, dopo un mese di mare arrivarono e lì mio nonno mi racconta che sono stati bene. Lavoravano e venivano pagati, avevano da mangiare, e avevano anche del tempo libero per fare quello che gli pareva. Mio nonno ha imparato a giocare a pallavolo in quel campo, faceva l’alzatore, e mi racconta che dato che erano abbastanza bravi, li hanno iscritti ad un torneo locale e che hanno vinto una coppa. E qui arrivano i mister d’Italia, hehehe. Il governo americano mandò al governo italiano i soldi che i prigionieri avevano guadagnato lavorando, con l’ordine di ridistribuirli alle rispettive famiglie, ma il governo italiano non lo fece mai, la questione andò nel dimenticatoio e di quei soldi non si seppe più nulla.
PS: Appena ho letto il titolo di questo post ho pensato: adesso le scrivo, bello il film di Fellini! Così si incazza e pensa ma guarda che razza di coglione esistono in giro… hehehe! Però poi visto quello di cui scrivevi ho pensato che non fosse proprio il caso, ecco. a m’arcord. mi ricordo.
gennaio 31st, 2006 at 12:05 am
Ciao,
il tuo post mi ha colpito per le tante similitudini con quella che e’ stata la storia di mio nonno, deportato anche lui in un campo di concentramento, costretto a lavorare in un altoforno e ancora vivo solo perche’ il fato ha voluto cosi’, solo perche’ il soldato tedesco che contava avanzando lungo la fila di prigionieri, si e’ fermato all’uomo che lo precedeva. Lui era salvo, con i pantaloni bagnati dalla paura, ma gli altri sono stati fucilati pochi minuti dopo. Nei suoi ultimi anni ha anche scritto un diario sulla sua vita durante la prigionia, con storie di sofferenze e umiliazioni, uguali e comuni a quelle di tanti altri , ma c’erano anche piccole storie esileranti, come quando una donna tedesca (di una bruttezza inaudita, bozzo peloso in faccia compreso) a cui tagliava la legna pretendeva anche altri “servizi” (naturalmente non elargiti). Alcune frasi erano divertenti soltanto per come le scriveva, sgrammaticate e scritte nella sua parlata da romano verace, tipo “..in quer periodo stavo alle dipendenze de un’ufficiale inglese, un certo Gion”. Nel suo tormentato ritorno in Italia mio nonno invece non si imbatte’ in mine, ma bensi in un bunker trasformato in banca.. dove decine e decine di disperati come lui trovarono milioni in valuta tedesca, se non che’, qualcuno comincio a dire “il Marco tedesco non vale niente, e’ carta straccia ormai” e tutti ci credettero, bruciandoli e buttandoli. Puoi immaginare la faccia di mio nonno, quando tornato a Roma, per curiosita’ provo’ a cambiare i pochi marchi rimastigli nelle tasche aspettandosi di venir deriso, mentre invece il Marco aveva tenuto il suo valore e l’impiegato li cambio’ senza batter ciglio.. bhe io so che faccia farei sapendo di aver gettato via una schedina del superenalotto con 6 vincente. Cavolo non e’ una bella faccia! Si vede che era destino che fossi nipote di imbianchino e non “figlio di papa’, Bmw munito”
La forza di mio nonno e’ stata quella di riuscire a continuare a sperare, ridere e scherzare sempre, e forse solo questo spiega il fatto che nei campi di concentramento uomini alti forti e muscolosi morivano in poco tempo, mentre altri che vi giungevano gia’ piccoli e mingherlini magari sono ancora vivi oggi. E’ la determinazione a vivere! Anche io ho pensato spesso a questo fato strano, a cui devo la vita, solo perche’ ha salvato mio nonno da una conteggio assurdo.. ma la verita’ e’ che devo anche ringraziare lui, perche’ non si e’ lasciato andare, perche’ ha resistito, mentre tanti altri si sono lasciati morire, e lasciarsi morire in quelle condizioni era facile e comprensibile, sopraffatti dallo sconforto, schiacciati in un mondo dove non si vedeva alcun futuro per loro!
Ti saluto e grazie per lo spunto, per avermi fatto riflettere su questa cosa!
Axel73
gennaio 31st, 2006 at 1:52 pm
[Sojue] Grazie anche a te. Mio nonno, comunque, non me le ha mai raccontate molto volentieri. A me sono state “tramandate” più che altro da mia mamma. ;-)
[Reo] Infatti, almeno si è scampato la prima, di guerre mondiali. ;-)
[Il.Poeta] Già. Ma questo è un discorso un pò troppo ampio per essere sviscerato nei commenti, mi sa. Comunque ho una mia teoria sugli stadi, ma non so se ve la dico. Ho paura di essere linciata. :-P
[Efils] Beh, anche i tuoi nonni hanno avuto le loro avventure, come dire. Il mio nonno paterno non è andato in guerra, come del resto nessuno dei miei parenti da quel ramo. Penso sia dovuto al fatto che vivevano in un paesino vicino a Predappio, il paese natale del Duce, e mi hanno detto che probabilmente quella zona è stata risparmiata dalla guerra proprio per questo motivo. Là non hanno mai bombardato, non hanno avuto l’occupazione, niente. La guerra non c’è praticamente stata. E’ una cosa che non viene detta molto, in giro.
Chissà perchè, poi.
Comunque Amarcord è un gran bel film. :-P
[Axel] Che storia, magari si sono conosciuti. :-P
Quella cosa dei tizi mingherlini che sopravvivevano, mentre gli uomini robusti e grandi cadevano come mosche, è stata sempre raccontata anche a me. Mio nonno dice che faceva molta impressione, a vedersi, perchè era esattamente l’opposto di quanto tutti si sarebbero aspettati.
L’unica cosa divertente che mi ha raccontato è stata la scena del ritorno: arrivato quasi davanti a casa, nessuno dei parenti lo aveva riconosciuto subito (perchè era in condizioni misere: magro, sporco, distrutto, piegato). Solo il cane ha capito chi era, e gli è corso incontro.
Un Novello Ulisse, altrochè. :-P
febbraio 1st, 2006 at 3:33 am
“Il suo amico d’infanzia era nella penultima fila; prima di andare sul patibolo ha dato a mio nonno una foto di sua moglie chiedendogli, nel caso fosse sopravvissuto, di recarsi da lei e dirle che la amava.”
Sai, CuloDritto, io non riesco proprio ad accettare storie come questa. E’ assurdo dover morire così.
Ciao.
Falstaff
febbraio 1st, 2006 at 11:55 am
La cosa che io non riesco a capire, di quel fatto lì, è che mio nonno dice che il gesto non è stato dettato dalla speranza.
A me sembrava una cosa scontata, l’espressione tangibile della frase “La speranza è l’ultima a morire”, e invece mi ha più volte ribadito che il motivo non era quello, assolutamente.
Non sono mai riuscita a farmi dire quale fosse; penso che non riesca a esprimerlo con le parole.