Amarcord

Mio nonno è stato rinchiuso per tre anni in un campo di concentramento tedesco come prigioniero di guerra. Costretto ad arruolarsi come volontario a diciotto anni, è stato catturato sul fronte nel corso del suo primo combattimento e deportato a Buchenwald.
Il campo di Buchenwald, situato vicino alla città di Weimer, è rimasto famoso perchè al suo interno è stato sperimentato lo sterminio di massa a mezzo del lavoro, e anche per gli esperimenti di genetica che venivano effettuati in alcuni blocchi al suo interno.
Mio nonno lavorava agli altiforni, cioè passava le giornate davanti ad un forno a fondere acciaio e metallo per la costruzione di armi tedesche.
La principale ragione per cui è riuscito a sopravvivere è che faceva il pugile professionista prima di venir mandato in guerra: i soldati tedeschi che sorvegliavano il campo si divertivano a sfidare a boxe i detenuti, sfibrati dal lavoro e denutriti. Se il detenuto vinceva il combattimento gli veniva dato un pezzo di pane come premio; alla domanda “E se perdeva?” la risposta dei miei parenti è sempre stata un’alzata di spalle. Mio nonno, immagino, ha sempre vinto (i soldati tedeschi avevano la forza, ma difettavano nella tecnica).
Ogni tanto i tedeschi prendevano una manciata di detenuti, facevano loro indossare degli zoccoli di legno e li mandavano a correre lungo uno stretto sentiero costellato da filo spinato e reti percorse dall’alta tensione; chi sopravviveva poteva tornare nel blocco dal quale era stato prelevato.
I prigionieri di guerra erano tenuti separati dagli ebrei, dei quali scorgevano le figure da lontano e potevano vedere il fumo uscire dai forni crematori.
Nel campo, mio nonno ha trascorso tre anni in compagnia di un amico d’infanzia, prelevato insieme a lui al fronte e rinchiuso nello stesso blocco.
Quando la guerra stava per finire, e gli alleati erano già penetrati in Germania, i tedeschi sgombravano il campo prelevando manciate di detenuti e andandoli a impiccare sulla piazza pubblica di Weimer. Anche mio nonno è stato tra questi: allineato insieme a centinaia di altri detenuti, era fermo nell’ultima fila ad aspettare il proprio turno alla corda guardando i compagni agonizzare. Il suo amico d’infanzia era nella penultima fila; prima di andare sul patibolo ha dato a mio nonno una foto di sua moglie chiedendogli, nel caso fosse sopravvissuto, di recarsi da lei e dirle che la amava.
Quando i detenuti della penultima fila erano ormai privi di vita appesi alle corde, e il loro posto stava per essere preso dai detenuti dell’ultima, è scoppiato un bombardamento aereo degli alleati, e i tedeschi sono scappati a nascondersi lasciando i prigionieri sotto la pioggia di bombe.
Mio nonno è stato liberato dall’esercito inglese, ed è tornato in Italia a piedi. A dieci chilometri da casa è passato in mezzo ad un campo minato; una donna gli ha urlato l’informazione, gridando, quando era già a metà. Ha tentato la fortuna, proseguendo fin dall’altra parte, e gli è andata bene.

Oggi è il 27 gennaio, giornata della memoria della Shoa. Io me la ricordo così.
La cosa che mi fa più effetto pensare è che, se a mio nonno fosse andata diversamente (anche una sola volta, in una sola occasione, in una singola circostanza; e in tre anni trascorsi all’interno di un campo di concentramento le situazioni di questo tipo sono, credo, impossibili da contare) io non sarei qui.
Se non fosse tornato (un’eventualità tutt’altro che scontata, a rifletterci solo un secondo) non avrebbe mai conosciuto mia nonna, quindi non sarebbe nata mia mamma e non sarei nata io.
Questo è un pensiero che mi accompagna, latente, da che ho memoria – e credo non mi abbandonerà mai.

Passando ad argomenti più lievi, pur rimanendo in tema, oggi esce in Italia il nuovo libro di Amélie Nothomb, “Acido Solforico”, in cui l’autrice racconta di un reality show ambientato all’interno di un lager. Nella recensione di Fabio gambaro pubblicata su L’Espresso di questa settimana, c’è scritto “Nel suo nuovo romanzo (…) immagina l’inimmaginabile: un Grande Fratello girato in un campo di concentramento nazista”.
E dire che era venuto in mente anche a me per lo scorso post (“Il Campo” da “Se questo è un uomo” di Primo Levi), ma mi pareva scontato. E anche piuttosto di cattivo gusto, in realtà.
Però, dice, serve “a dare una scossa alle coscienze inebetite del popolo dei teledipendenti”. Ah, ecco.
A me queste espressioni fanno sempre ridere, perché è evidente che il “popolo dei teledipendenti” non va certo a comprare e leggere un libro del genere (ma quando mai, figurati), però l’intento è lodevole. E poi mi incuriosisce sapere che c’è una tipa che ha avuto la mia stessa idea (o io la sua), quindi mi sa che lo compro.