Me voilà. Non che abbia molto da dire, sto solo studiando. Di conseguenza, godo bazza del brutto tempo, del freddo a metà giugno, delle piogge estemporanee e di tutti gli agenti atmosferici che in questa stagione fanno ruggire il popolo italico tutto, unito come un sol uomo in una grande, possente bestemmia.

Ho dato un esame (qui mi piace immaginare che voi, dall’altra parte dello schermo, scagliate con impeto un pugno chiuso verso il cielo e gridiate il mio nome con forza maschia e virile. Anche le lettrici, si) e mi si è rotto il computer con dentro tutto il materiale di studio degli altri tre esami (qui so che state ridendo, non mi faccio illusioni).
Preparare quattro esami contemporaneamente è un’esperienza al limite del lisergico, per quanto mi riguarda. Non capisco più un cazzo, in altre parole.
Dato che a me piacciono le cose lineari e logiche, poi, ho anche deciso di imparare il francese traducendo canzoni in lingua, adesso, e quindi studio ascoltando Jacques Brel, più che altro, che è il più figo di tutti. Questo produce un doppio effetto su di me: da un lato trovo il francese molto sexy, quindi sono perennemente attizzata; dall’altro le canzoni sono malinconiche, oscure e parlano più che altro di morte, quindi mi incupisco e mi diletto a crogiolarmi nel mio umor nero.
Sento di essere sull’orlo di uno sdoppiamento di personalità: CuloDritto, la ninfomane triste.

Tra le altre cose di pubblico interesse che non ho avuto la decenza di condividere con voi, ci sono: una breve sortita in Toscana costata la vita a un inerme vitello, una scottatura in spiaggia che mi ha fatto venire un herpes gigante sulle labbra (“Signorina, questa non è proprio un’urgenza da pronto soccorso”), l’acquisto di un paio di scarpe troppo piccole (“Fidati, poi si allargano”) e la sicurezza, alla fine, di una forte definizione identitaria (“E’ vero, hai proprio il CuloDritto. Come le galline”).

Poi sono anche stata in un pub – uno di quelli con le luci basse, la musica soffusa, i clienti discreti che sussurrano per non disturbare il prossimo – e ad un certo punto un barbaro si è alzato in piedi e ha intimato, con un urlo selvaggio: “Chi è CuloDritto?”.
Tutti i presenti si sono voltati a guardare; io sono sbiancata e ho tentato di mimetizzarmi con la tappezzeria, fallendo tragicamente.
Quindi ho fatto outing e ho chiesto spiegazioni.
Hai il bluetooth attaccato, il tuo cellulare si chiama CuloDritto”.
Ma davvero?
Avrei bisogno che qualcuno mi fermi, quando prendo simili iniziative.
Comunque il tizio pareva divertito dalla cosa (“Non avrei mai detto che una ragazza potesse chiamare così il suo telefono”), e mi ha inviato una simpatica suoneria per festeggiare. Ve la faccio sentire, che merita. Ascoltatela e schiattate d’invida, voi povere schiappe dai nickname ordinari e banali. Ah.

Vi lascio con questo scambio di battute che riguarda lo statuto presentazionale delle immagini e il suo rapporto con le qualità sensibili, estetiche e quindi morali del soggetto ritratto (eh?):
 
M: “Non voglio che mi si facciano fotografie: sono convinto che le foto rubino l’anima.”
RickyLeRoy: “Quindi se un milione di cinesi ti fotografa di spalle, muori?
 
A presto, miei amati.
 
 
 
*Vabbè.