ottobre 15th, 2006Prologo…
Federica
Federica
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Dalla prossima settimana esce CuloDritto, la prima rivista italiana che tratta solo argomenti proposti dai lettori.
Dalla cultura alla cucina, dalla politica all’oroscopo, dalla moda all’economia: tutto quello che gli internauti digitano sui motori di ricerca e viene registrato dal contatore Shynistat di questo sito.
Ogni dubbio sarà fugato, ogni incertezza spazzata via: ciascuna domanda troverà una risposta.
CuloDritto: la soluzione delle tue ricerche.

CuloDritto: solo nelle migliori edicole della tua città.
La formazione musicale di CuloDritto (2)
A quattordici anni conoscevo a memoria l’intera discografia dei Guns. Il gruppo era alla frutta e il loro ultimo album, The spaghetti incident, faceva schifo.
Non avevo più niente di interessante da ascoltare.
Il mio amichetto delle medie si era appassionato ai Doors e aveva preso a parlare in modo allusivo, di porte della percezione e ampliamento dei sensi.
“Non capisco il tuo gergo” gli dicevo, perplessa.
“Ascolta i Doors, Fede, e capirai”, mi rispondeva a mò di Sfinge.
E allora ho ascoltato i Doors.
Ovviamente mi sono innamorata subito di Jim e ho comprato tutto quello che c’era da comprare (perché io ero un’adolescente alternativa perfettamente in grado di sottrarsi alle logiche del consumismo, chiaro).
Tra le altre, ho comprato questo libro, che conteneva tutti i testi (tradotti) e brani di commento del tipo:
“Nessun poeta moderno ha scritto meglio di Jim Morrison dell’alienazione e delle sensazioni di isolamento, di terrore e di mancanza di senso. Siamo stati murati, instradati, ariacondizionati, cine-plessati, programmati, condizionati, immutabilmente diretti dal materialismo, dal consumismo e dal capitalismo, inconsapevoli delle nostre emozioni, soltanto vagamente consci dei nostri impoveriti spiriti prossimi alla morte per inedia.”
E anche:
“Nietzsche, Van Gogh, Rimbaud, Baudelaire, Poe, Blake, Artaud, Cocteau, Nijinskij, Byron, Coleridge, Dylan Thomas, Brendan Behan…i folli, i predestinati alla distruzione, gli scrittori, poeti e pittori, gli artisti della strenua resistenza all’autorità, tenaci nella lealtà nei confronti della loro vera natura, a qualsiasi costo – era questa la linea con cui Morrison si identificava appassionatamente, ed era al loro livello che lui aspirava.”
E infine:
“ ‘Alcuni nascono per la dolce gioia’, scrisse Jim, ‘e alcuni nascono per la notte senza fine’. E non vi erano dubbi da quale versante Jim avesse passato la più parte del suo tempo.”
Non c’erano neanche dubbi su quale parte del versante progettassi di passare il mio, di tempo.
Ma vi pare?
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Ho letto tutti i libri di Rimbaud, Baudelaire e Nietzsche tra i quattordici e i quindici anni.
Non ci capivo assolutamente nulla, ma tenerli tra le mani mi faceva sentire molto ribelle e predestinata.
Per Natale sono andata a pranzo dai parenti travestita da punk stringendo Genealogia della morale sotto il braccio, da sfogliare annoiata quando la discussione languiva.
I miei parenti mi guardavano di traverso e si preoccupavano per me (“E’ strana quella ragazzina. Diventerà mica lesbica? Ti piacciono i maschietti, vero, Fede?”).
Dai testi dei Doors ho imparato un sacco di cose.
Ad esempio in The End c’è un rimando al complesso di Edipo, di cui non avevo mai sentito parlare.
Sapere che i maschi provano l’impulso di andare a letto con la loro mamma mi ha fatto decidere di lanciare la mia prole giù da un dirupo nel caso sia maschia.
(Lo so, c’è anche quella storia di Elettra. Che ci posso fare? Adotterò un pinguino.)
C’erano, comunque, una quantità di metafore che continuavano a sfuggirmi. Tipo “cavalcare il serpente”, “il grido della farfalla”, “sprecare l’aurora” e cose del genere.
In una canzone Jim diceva “Potremmo programmare un omicidio o fondare una religione”. Non mi pareva un’idea malvagia, tutto sommato, ma non ne afferravo bene lo scopo.
Negli anni, poi, ho familiarizzato con il concetto di “spalancamento delle porte della percezione” e molte cose mi si sono spiegate in maniera quasi naturale, intuitiva.
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Ho letto dei manuali. Perché, che avevate capito?
CuloDritto consiglia
Agnello in salsa di aneto alla maniera di Raymond Chandler
1 cipolla a fettine
1 carota tagliata a julienne
1 cucchiaio di semi di aneto tritati o 3-4 rametti di aneto fresco
1 foglia di alloro
12 grani di pepe
1/2 cucchiaino di sale
850 ml di brodo di pollo
1 cucchiaio di farina
1 tuorlo d’uovo
3 cucchiai di panna
2 cucchiaini di succo di limone
pepe nero appena macinato
Buttai giù un sorso del mio whisky sour, spensi la sigaretta schiacciandola sul tagliere e osservai una cimice che arrancava per uscire dal lavandino. Avrei avuto bisogno di un tavolo da Maxim, cento verdoni e una bionda da mozzare il fiato.
Ma avevo solo un cosciotto di agnello, e nessun indizio per capire cosa farmene. Afferrai la carne. Era fredda e umidiccia come la stretta di mano di un coroner. Tirai fuori il coltello, e la tagliai a grossi pezzi. Sentire la lama nella mano mi fece venir voglia di affettare una cipolla, e prima che mi rendessi conto di quello che stavo facendo una carota era stesa a listelle sul ripiano della cucina. Non si mossero. Gettai il tutto in una pentola insieme a qualche rametto di aneto, una foglia di alloro, una manciata di pepe e una presa di sale. Cominciavano a riaversi, allora versai il brodo di pollo e alzai un po’ il fuoco. Volevo cuocermeli lentamente, il più lentamente possibile. Dopo 90 minuti e mezza pinta di bourbon non erano più tanto duri, e neanch’io. Separai la carne dalla verdura, poi ci piazzai sopra il coperchio per trattenere il vapore. Avevo ancora il coltello in mano, ma non si sentivano le sirene.
In questa città l’untume arriva sempre in alto, così filtrai il sugo per schiumare il grasso. Versai un po’ d’acqua e misi un’altra volta la pentola sul fuoco. Era venuto il momento di affrontare il burro e la farina. Li rigirai per bene, li ridussi in una pappa che rovesciai nel brodo. Il frullino non ce l’avevo, allora usai il manganello per far fuori i grumi finché quella dannata pappetta fu perfettamente amalgamata. Iniziava a bollire, e decisi di lasciarla tranquilla per un paio di minuti.
Montai il tuorlo d’uovo e la panna, li mescolai con un po’ di salsa bollente, versai di nuovo tutto nella pentola. Cominciai a torchiare il limone, e non ci volle molto perché sputasse quello che doveva sputare. Era facile, maledettamente facile, ma sapevo che se avessi lasciato la salsa bollire ancora il tuorlo d’uovo sarebbe diventato frittata.
Ormai ero pronto per versarla sulla carne e servire, ma non avevo fame. La bionda non s’era fatta vedere. Era più tosta di quanto pensassi. Andai fuori a intossicarmi di sigarette e di whisky.
Rieccomi
Un’ora e mezza di gemiti e lamenti, intercalati da una selezione scelta di ballate tirolesi e canti alpini rivisitati in dialetto sardo.
Un’esperienza unica per una notte bagnata.
CuloDritto: sentila, per non sentirti solo.