What the hell am I trying to say?

Sono tornata, di nuovo.
Ero in un agriturismo tra Volterra e San Gimignano a festeggiare con i miei amici la seconda laurea di una di noi.
L’idea era stare via due giorni, ma il rientro a casa è sempre triste e quindi in quattro, irriducibili, abbiamo deciso di fermarci una notte in più. Solo che io avevo finito i soldi, tutti. Dato che i miei amici sono splendidi, quindi, e completamente pazzi, mi sono ritrovata a dormire sul letto a baldacchino di una suite a quattro stelle, tutto spesato (un cadeaux a CD che tra poco compie gli anni). Prosit, miei cari. Che figata galattica.

Passando a cose più serie, pensavo che potrei organizzare un incontro con i miei fans. Ci ritroviamo nella piazza di una qualche grande città italiana (tipo Venezia, che mi piace Cacciari; o anche Roma può andare) e facciamo festa grande. Io mi piazzo sul palco e inizio a dire cose insensate al microfono, proprio come quelle che scrivo sul blog, e voi state sotto a fare i CuloDritto-boys, sventolate bandiere giganti con chiappe burrose stampate in rilievo, urlate i cori con passione da stadio, vi sbucciate le mani a forza di applaudire quando pronuncia una frase con particolare enfasi. Originale, vero?

Infine, sono lieta di annunciare il ritorno della moda anni ’90: dopo i terribili anni ’70 e gli imbarazzanti anni ’80, finalmente per la prossima stagione autunno-inverno sono previste maglie a righe à la Kurt Cobain e vestiti a quadri da tagliaboschi del Nevada. Ho deciso, questo è l’anno che sarò trendissima.

It is now time to make it unclear
To write off lines that don’t make sense

I’m miss world, somebody kill me

Ho sempre avuto un pessimo rapporto con le patinatissime Barbie, che invece furoreggiavano tra le bambine della mia generazione.
Ne possedevo decine e decine, non per mia scelta: mi erano state consegnate in eredità dalla figlia di un’amica di mia mamma, evidentemente straviziata, che aveva fatto l’upgrade nella crescita femminile a metà anni ‘80: era passata alla lettura integrale di Cioè e all’adorazione di Tom Cruise travestito da aviatore.

Avevo una montagna di bambole, con tanto di bucolica tenuta di campagna, enorme. La residenza barbiesca non mi piaceva perché era a due piani e non c’erano scale; alla domanda “Come fanno a salire e scendere da un piano all’altro?” mi è stato risposto “Con la magia”.
Io ho costruito un ascensore usando una vecchia scatola da scarpe e nessun rudimento di edilizia, quindi l’ascensore riusciva (se andava bene) a portare le barbie al piano superiore, poi si disintegrava crollando miseramente su sé stesso e abbandonava le bamboline al loro triste destino di recluse casalinghe. Non che mi dispiacesse molto.

Le detestavo per un motivo principale: erano troppo snodabili. Io praticavo la ginnastica artistica a livelli quasi agonistici, e mi venivano le lacrime agli occhi dal dolore quando tentavo di fare la spaccata con la gamba sinistra in avanti; arrivavo a casa, poi, e c’era questa inutile massa di plastica che poteva essere piegata e torta e tirata a piacimento, mentre la bambolina idiota manteneva un’espressione sorridente e a la page mostrando segno di alcun cedimento.
Ne prendevo una e le facevo fare la spaccata di sinistra, aprendole le gambe a 180 gradi: rideva. Aumentavo l’apertura angolare, arrivando a 200, 210, 220. Ci riusciva. Poteva fare tutto, quella gran stronza. Accecata dal tiramento di culo, continuavo ad aumentarne l’apertura angolare fino a quando le gambe, semplicemente, si staccavano dal busto emettendo uno Stock! secco e definitivo. Oh.
A quel punto sentivo di essere riappacificata con me stessa, il mondo e l’universo, e andavo a guardare i cartoni animati in tv.
Certe volte, se mi sentivo particolarmente suscettibile, staccavo anche le braccia alla sventurata; così, giusto per non lasciare qualcosa a metà.

La seconda ragione per cui le avevo in antipatia era la loro identità fisica: possedevo un esercito di bambole, tutte uguali tra loro. Tutte sorridenti e bionde, con i capelli lunghi, gli occhi azzurri e parimenti alte. Come l’agente Smith di Matrix in versione pre-adolescenziale femminile, una cosa malata. Un errore del sistema. Un virus da cui difendersi, altrochè. Provavo l’impulso di buttarle fuori dalla finestra; in realtà qualcuna l’ho data in pasto al cane, ma questa è un’altra storia.
In genere cercavo di renderle differenti l’una dall’altra, pensando di fare loro cosa gradita: iniziavo truccandole. Nella mia mente il risultato era bellissimo: una barbie con l’ombretto viola e il rossetto rosso, una con il fard tondo sulle gote e la matita nera intorno agli occhi, un’altra con l’ombretto verde e le labbra chiarissime, dello stesso colore della carnagione, eccetera. Il risultato, a conti fatti, era penoso: sfiguravo i loro volti in maschere di colore, righe nere, castroni sulle varie tonalità del marrone. Erano orrende, ma non mi davo per vinta.
Potevo ancora provare con il taglio di capelli. Anche in questo caso, il risultato a cui puntavo era nitido ed elegante nella mia mente: una barbie con il caschetto nero, una con la frangia lunga color fucsia, una con i capelli verdi scalati, eccetera. Colorare i capelli non era facile, e in effetti il risultato era simile a quello del trucco: le loro chiome diventavano una massa informe di venti tonalità diverse. Diciamo meschiate, tò.
Poi, la parte migliore: il taglio vero e proprio. Iniziavo scalando leggermente le punte, ma non riuscivo mai a restare in pari: i capelli diventavano lunghi da una parte e corti dall’altra. Cercavo di pareggiarli di nuovo, ma era una lotta che non riuscivo a vincere: il taglio era sempre storto. Accorciando via via i capelli nel tentativo di renderli simmetrici, li finivo: tutte le volte mi ritrovavo le bambole rapate quasi a zero, ed erano di nuovo uguali tra loro. Avevano tutte la faccia sporca e irriconoscibile, con ciuffi di capelli, ugualmente sporchi, che spuntavano qua e là ai lati del cranio. Oltre ad essere tornate uguali, erano pure brutte. Affanculo le barbie. Staccavo loro anche la testa, e la storia finiva lì.

Mia mamma, negli anni, ha accumulato in un gran scatolone arti spezzati, pezzi di tronco e teste mozze, che rappresentano per intero la mia collezione di Barbie.
Ne abbiamo parlato l’altro giorno, per caso, e le ho raccontato quanto c’è scritto qui sopra: lei non lo sapeva, non glielo avevo mai detto. Questo significa che mi ha guardata, infante, sezionare le mie bambole e accanirmi su di loro con precisione da aguzzino pensando che fosse, tutto sommato, normale. Abbiamo convenuto che, succedesse ora, sarei stata in cura da uno psicanalista fin dai cinque anni.

Questo per dire: se trovate che i vostri figli abbiano comportamenti strani, non spaventatevi; non è detto che abbiano anche turbe psichiche. Se vi sembra che uccidano bambole, può essere che stiano solo cercando di umanizzarle. Non portateli da uno psichiatra, che ve ne tira fuori individui complessati a vita; lasciateli fare, che magari diventano come me. Pensate che culo.

agosto 7th, 2006(Continua)…

(Continua)

Budapest
Una città allucinante. E’ bellissima, e decadente. Ma non decadente in senso letterale: è proprio decadente nel senso che casca a pezzi. C’è una quantità di edifici meravigliosi, con forti influenze orientali; palazzi adorni dai colori vivaci, castelli che sembrano usciti da una fiaba, statue imponenti con enormi baffi, cupoloni luccicanti, sinagoghe da mille e una notte. Eppure è tutto dimesso, malcurato, lasciato alla propria sorte. Molte facciate sono completamente nere di inquinamento; i parchi (che potrebbero mozzare il fiato) sono spelacchiati e secchi, oltre che pieni di barboni che ronfano; contro il profilo di palazzi antichi e barocchi si stagliano altissime colate di cemento color pece, squadrate e francamente oscene, frutto di quello che da noi viene definito abuso edilizio. Se non altro ho capito il significato dell’espressione “valorizzazione del territorio”.
Il campeggio
Un capitolo a parte. Definirlo “campeggio” è decisamente pretenzioso: in realtà è una semplice strada chiusa adibita alla temporanea sosta di tende e camper sull’erba che cinge i lati dell’asfalto. La reception è un ex-vagone del tram, presumibilmente rimorchiato dalla stazione delle locomotive pochi chilometri avanti. I water hanno la tavoletta di legno; ogni giorno un peloso ungherese, ingrugnito, si premura di passare lo scopone dei sanitari sui sanitari medesimi, sulle docce, sui pavimenti, sui lavandini, sui ripiani che si usano per appoggiare le cose. La zona è quella delle colline di Budapest, che le guide dipingono bellissima; io so solo che, mentre arrancavo sotto i quaranta gradi di un sole feroce nel centro della città, in campeggio pioveva a dirotto. Tornati in tenda trovavamo ogni giorno i panni stesi annegati, la tenda zuppa, la terra scura (fine come sabbia) infiltrata in ogni fessura, e lì definitivamente arenata. Saremmo rimasti a Budapest un giorno in più, ma eravamo stremati dal campeggio.
Valore aggiunto del viaggio: gli ungheresi. Sono scorbutici e perennemente sudati, scoreggiano e ruttano pacificamente in pubblico come fossero nel tinello di casa; spintonano a mò di rugbisti la gente che hanno accanto se trovano che stia loro tra i piedi. Decisamente pittoreschi: sono più italiani degli italiani. Sfatato il mito delle ungheresi come donne più belle del mondo; ripeto: se volete fare il puttan-tour, andate in Slovacchia.
Valore aggiunto del viaggio #2: il ristorantino fuori mano ed elegante in cui siamo finiti, per caso, a cenare. Stile Milano Marittima, con camerieri in livrea che versano il vino e l’acqua nel bicchiere ogni volta che finisce. Cucina tradizionale ottima; spesa complessiva 50 euro. Gran bazza.

Budapest – Croazia
La strada che porta dall’Ungheria a Zagabria è una statale; questo percorso non è coperto da autostrada. La SS ungherese, veramente caratteristica, squarcia con malagrazia un bosco chilometrico, i cui altissimi alberi continuano ad assediare l’asfalto lungo tutto il tragitto, arrivando in alcune zone ad unire le fronde da un lato all’altro e oscurando così, di fatto, il sole.
La strada è interamente corrosa dalle ruote dei camion, che nel tempo hanno creato due solchi paralleli e profondi; le macchine, non riuscendo sempre a dribblarli, barcollano e sobbalzano aritmicamente fino in territorio croato. In certi punti della strada, naturalmente priva di piazzole di sosta e intasata di traffico, si stagliano nettamente le figure di alcune stoiche prostitute, bruttissime e comprensibilmente incazzate nere.
Entrando in Croazia il paesaggio cambia radicalmente; qui la strada è ampia e solida, ci sono piazzole (dotate di bagni chimici) ogni venti chilometri ed è bello appoggiare lo sguardo sui dolci pendii che si attraversano, sulle rocce rosse altissime, sui placidi fiumi che si allungano fino all’orizzonte e sui tetti dei piccoli paesi appollaiati in mezzo alle colline, giù in lontananza.
Arrivati a Rjieka, una città orrenda a pochi chilometri dall’Istria, ci siamo persi girando in tondo come indicato dai cartelli stradali. Parcheggiata la macchina in preda allo sconforto, siamo stati avvicinati da un indigeno che, in italiano, ci ha detto di andarcene da lì perché “Città grande, brutta”, ci ha spiegato la strada per Krk e, dopo essersi allontanato un istante, è tornato con una cartina stradale gigante della costa croata, che ci ha regalato dicendo “Ciapa!”. Grandioso.
Valore aggiunto del viaggio: le autostrade ungheresi. Mentre guidavo, speronando con nonchalance camion giganti e utilitarie degli anni ’50, ho visto con i miei occhi un ingorgo in prossimità di una rampa di immissione: una trentina di macchine stavano facendo retromarcia per risalire, contromano, la corsia di accelerazione, in modo da uscire dall’autostrada ed evitare la fila che si era formata qualche chilometro più avanti. Stento ancora a crederci, io stessa.
Fare la fila in autostrada, comunque, è un rito sociale in Ungheria: tutti scendono dalla vettura e si accendono una sigaretta, stringono amicizia con quelli che hanno attorno, gironzolano in lungo e in largo sbirciando all’interno delle altre macchine, fanno la pipì sull’erba a lato dell’asfalto, cose così. Tre camionisti, abbandonati i rispettivi automezzi, hanno preso a rincorrersi tra le automobili in coda facendo gaiamente a secchiate.

Krk
Un’isola. Non ho idea se sia più o meno bella di altre, dato che è la prima che vedo; il turismo balneare non è proprio il mio forte. Carina, comunque. Molto commerciale, presa d’assedio dagli italiani; di sera ci sono molti ristoranti aperti e diversi pub, frequentati più che altro da autoctoni. Il mare è bello, ma trovo che stare a prendere il sole stesi su una colata di cemento non sia proprio un’idea geniale. E comunque mi rompo le palle dopo un’ora. In ogni caso ha piovuto quasi tutto il tempo. Il turismo balneare non è, decisamente, il mio forte.
Il campeggio
Molto bello. Curato, pulito, dà direttamente sulla costa e permette di accedere a quattro o cinque spiaggettine private senza dover mettere il naso fuori dal campeggio. Ha un piccolo mercatino interno che comprende supermarket, bancarella di frutta e verdura, fornaio, edicola, ristorante e negozi di articoli da spiaggia. Manca il bar (pare che solo in Italia usi fare colazione fuori casa). Pecca: era quasi pieno, per cui non ci hanno fatti stare nella zona tende ma ci hanno messo in mezzo ai camper. I camper stanno vicini alla spiaggia (il che è una bazza), ma il campeggio non è in piano, bensì in pendenza: ogni volta che dovevo andare da qualsiasi parte (a fare pipì, a lavare i piatti, a telefonare, a comprare cibo, ecc) dovevo affrontare un’impervia salita del 30%. Sticazzi. E in campeggio c’era pure il pet-washing, un aggeggio malefico usato dai campeggiatori per lavare i propri cani, che esibivano un’aria parecchio depressa nel corso delle operazioni.
Hint: “La lingua croata somiglia all’italiano, di primo acchito. All’inizio ti sembra di capire quello che dicono, poi ci pensi e ti accorgi di non capire niente. E’ come la supercazzola di Teo Mammucari”.

Krk –Italia
Il tipico viaggio di ritorno. Tranquillo, senza fretta, con un filo di tristezza.

Fortuna che la settimana prossima parto di nuovo. :-)

agosto 5th, 2006Bonjour…

Bonjour

Sono tornata.
Ecco qua l’imperdibile resoconto delle mie vacanze on the road, così come l’ho fedelmente riportato nella mia Moleskine mentale giorno dopo giorno. Chatwin, Hemingway, e poi io.
Culodritto, il talento che non volevate scoprire.

Italia – Austria
Coda di un’ora a Bologna, per il resto tutto liscio come l’olio.
In Austria le persone guidano nel modo in cui si dovrebbe guidare: in autostrada occupano davvero la corsia di destra, non formano lunghi incolonnamenti su quella centrale e mettono le frecce ad ogni sorpasso. Nella corsia di destra la velocità media è 130 Km/h; in quella più a sinistra supera i 200. E’ una figata.
Valore aggiunto del viaggio: i tunnel autostradali austriaci. Sono dei videogames: all’ingresso ci sono cartelli elettrici quadrati con una croce verde; nella carreggiata di fianco, irraggiungibile in ogni caso, ci sono identici cartelli elettrici con una croce rossa. Dentro, ci sono le luci colorate arancione e bianche che percorrono interamente la parte alta del tunnel; cartelli elettrici tondi, rossi e bianchi, lampeggianti, che segnalano la velocità massima consentita; strisce elettroniche verde fosforescente che indicano le uscite di emergenza. Sono stata lì lì per picconare il suv nella corsia di sinistra, che mi stava fregando il posto.

Vienna
Mi ha lasciata completamente indifferente. E’ una città con palazzi altissimi, curatissimi e bellissimi, ampie piazze con statue, centri commerciali e negozi di moda, miliardi di pizzerie, gelaterie e scritte in italiano. I trasporti pubblici sono numerosi, funzionano alla perfezione e sono sempre in orario; la gente è sobria, cortese, cammina composta e parla a bassa voce; la criminalità è pressoché assente; si può fumare ovunque, nei ristoranti e nelle stazioni; in tutta la capitale abitano circa dieci persone di colore (io ne ho viste tre – maschi, super gnocchi. Così, per la cronaca) e dieci musulmani (io ne ho visto uno). Descritta in questo modo la città  può sembrare un paradiso per le persone che la abitano, e probabilmente è proprio così; andarci da turista, invece, è una gran palla. Non ha niente di specificamente caratteristico, un carattere peculiare che la distingua da qualsiasi grande città di qualsiasi altra parte del mondo. E’ una città senz’anima. E’ estremamente funzionale e a misura d’uomo, troppo; viene da guardarsi intorno e domandarsi il perché di tanta pacatezza, il perché di tanto silenzio, il perché di tanta scarsa integrazione. A me ha fatto venire in mente la puntata dei Simpson in cui vengono imposte le divise grigie ai bambini che vanno a scuola e loro, spontaneamente, iniziano a camminare a testa china battendo i passi all’unisono.
Il campeggio
Ovviamente è pulitissimo, ordinatissimo e silenziosissimo. Le ragazze alla reception e al bar sono disponibili, i servizi igienici sono lindi e ampi, la gente lascia tranquillamente cellulari di ultima generazione e ipod a caricarsi nelle spine dei bagni, senza preoccuparsi di sorvegliarli.

Vienna – Bratislava
Siamo giunti in Slovacchia in treno partendo da Vienna. Il treno austriaco spacca il minuto, è completamente vuoto, pulito in maniera surreale e giunge a destinazione in perfetto orario. Fuori dal finestrino scorrono stazioni ferroviarie con trenta binari paralleli, pale eoliche enormi e roteanti, distese di campi coltivati, incolonnati, che sommergono l’orizzonte.
In stazione il rappresentante delle forze dell’ordine slovacche preposto al controllo della mia carta d’identità mi fissa insistentemente le tette con sguardo interrogativo.

Bratislava
Un gioiellino. La città vecchia, piccola e conservata alla perfezione, resta nascosta dietro un orrido cavalcavia eretto in epoca stalinista. Somiglia molto a Praga, anche se gli edifici sono più concentrati. E’ piena di guglie, palazzi dai colori vivaci e diversi che se ne stanno l’uno accanto all’altro, finestre strane, panchine in ferro battuto e arzigogolato, straducole in ciottolato che si inerpicano su curve improbabili, torri, pennacchi, baldacchini, frontoni adorni di statue, lampioni da romanzo gotico. Splendida.
La città nuova è in via di costruzione. Quando ci siamo passati stavano rifacendo l’asfalto e la strada principale era tutta un cantiere. Era curioso vedere interi muri diroccati, sporchi e decadenti, sui quali erano stati piazzati enormi cartelloni pubblicitari, scintillanti e patinati; in alcuni casi le pubblicità erano state addirittura state dipinte, con tonalità brillanti, direttamente sui mattoni delle abitazioni.
Valore aggiunto della città: le esponenti del gentil sesso. Qui l’80% della popolazione è costituito da giovani sotto i trent’anni, e la maggior parte di questi giovani sono ragazze, bellissime. Hanno tutte il culo piccolo, le tette grosse, le gambe sottili, la pancia piatta. Se volete andare in un paese dell’est a rimorchiare ignare pulzelle a poca spesa, Culodritto vi consiglia Bratislava.
Usi e costumi locali: qui tutti guardano tutti, sempre e insistentemente. All’inizio ci siamo domandati cos’avessimo che non andava (“Oh, cioè, perché tutti ci pongano? Cazzo vogliono?”), poi abbiamo capito che non era una nostra prerogativa, quella di essere continuamente squadrati dalla testa ai piedi, ma una simpatica abitudine della zona, alla quale ci siamo umilmente conformati in rispetto alle tradizioni locali.

Vienna – Ungheria
Abbandonata l’autostrada poco dopo la frontiera, abbiamo percorso una statale che costeggia il lago Balaton per farci un’idea delle strade tipiche dell’Ungheria. Sono uguali alle nostre. Il paesaggio è verde e piatto, lo sguardo si perde in lontananza; si attraversano lunghi tratti in cui ci sono solo alberi ed erba, pochissime case, nessun cartello pubblicitario.
Ci siamo fermarti da Tesco, l’unica catena di supermercati presente nel paese; hanno dei panini che spaccano.
Lungo la via abbiamo fatto tappa a Balatonfured, una località turistica affollata di aspiranti bagnanti in mutande e calzini, che scivolano mollemente lungo le stradine che conducono al lago. Veramente brutta. Piena zeppa di pizzerie, negozi di souvenir, chioschi del gelato, baracchine che vendono chincaglieria inutile e varia. Il posteggiatore, non pervenuto nel momento in cui siamo entrati nel parcheggio, ci ha spillato 600 soldi autoctoni per aver lasciato la macchina trenta minuti.
Valore aggiunto del viaggio: la vecchia che vende panini della Shell (?) nell’ultimo autogrill austriaco, venti metri prima dell’ingresso in territorio ungherese. Indossa la classica divisa degli inservienti di autogrill, blu elettrico sgualcito; è tozza e grossa, ha i capelli unti e ti fissa con sguardo torvo, apertamente ostile. Sta gobba e comunica a gesti con gli avventori mentre mastica di continuo del cibo, sputacchiando pezzetti umidi tutto intorno. Ho deciso che è la vecchia carogna dei Goonies, temporaneamente riesumata per mio personale diletto. Sono rimasta a fissarla tutto il tempo, ipnotizzata.

(Continua)


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