Bonjour
Sono tornata.
Ecco qua l’imperdibile resoconto delle mie vacanze on the road, così come l’ho fedelmente riportato nella mia Moleskine mentale giorno dopo giorno. Chatwin, Hemingway, e poi io.
Culodritto, il talento che non volevate scoprire.
Italia – Austria
Coda di un’ora a Bologna, per il resto tutto liscio come l’olio.
In Austria le persone guidano nel modo in cui si dovrebbe guidare: in autostrada occupano davvero la corsia di destra, non formano lunghi incolonnamenti su quella centrale e mettono le frecce ad ogni sorpasso. Nella corsia di destra la velocità media è 130 Km/h; in quella più a sinistra supera i 200. E’ una figata.
Valore aggiunto del viaggio: i tunnel autostradali austriaci. Sono dei videogames: all’ingresso ci sono cartelli elettrici quadrati con una croce verde; nella carreggiata di fianco, irraggiungibile in ogni caso, ci sono identici cartelli elettrici con una croce rossa. Dentro, ci sono le luci colorate arancione e bianche che percorrono interamente la parte alta del tunnel; cartelli elettrici tondi, rossi e bianchi, lampeggianti, che segnalano la velocità massima consentita; strisce elettroniche verde fosforescente che indicano le uscite di emergenza. Sono stata lì lì per picconare il suv nella corsia di sinistra, che mi stava fregando il posto.
Vienna
Mi ha lasciata completamente indifferente. E’ una città con palazzi altissimi, curatissimi e bellissimi, ampie piazze con statue, centri commerciali e negozi di moda, miliardi di pizzerie, gelaterie e scritte in italiano. I trasporti pubblici sono numerosi, funzionano alla perfezione e sono sempre in orario; la gente è sobria, cortese, cammina composta e parla a bassa voce; la criminalità è pressoché assente; si può fumare ovunque, nei ristoranti e nelle stazioni; in tutta la capitale abitano circa dieci persone di colore (io ne ho viste tre – maschi, super gnocchi. Così, per la cronaca) e dieci musulmani (io ne ho visto uno). Descritta in questo modo la città può sembrare un paradiso per le persone che la abitano, e probabilmente è proprio così; andarci da turista, invece, è una gran palla. Non ha niente di specificamente caratteristico, un carattere peculiare che la distingua da qualsiasi grande città di qualsiasi altra parte del mondo. E’ una città senz’anima. E’ estremamente funzionale e a misura d’uomo, troppo; viene da guardarsi intorno e domandarsi il perché di tanta pacatezza, il perché di tanto silenzio, il perché di tanta scarsa integrazione. A me ha fatto venire in mente la puntata dei Simpson in cui vengono imposte le divise grigie ai bambini che vanno a scuola e loro, spontaneamente, iniziano a camminare a testa china battendo i passi all’unisono.
Il campeggio
Ovviamente è pulitissimo, ordinatissimo e silenziosissimo. Le ragazze alla reception e al bar sono disponibili, i servizi igienici sono lindi e ampi, la gente lascia tranquillamente cellulari di ultima generazione e ipod a caricarsi nelle spine dei bagni, senza preoccuparsi di sorvegliarli.
Vienna – Bratislava
Siamo giunti in Slovacchia in treno partendo da Vienna. Il treno austriaco spacca il minuto, è completamente vuoto, pulito in maniera surreale e giunge a destinazione in perfetto orario. Fuori dal finestrino scorrono stazioni ferroviarie con trenta binari paralleli, pale eoliche enormi e roteanti, distese di campi coltivati, incolonnati, che sommergono l’orizzonte.
In stazione il rappresentante delle forze dell’ordine slovacche preposto al controllo della mia carta d’identità mi fissa insistentemente le tette con sguardo interrogativo.
Bratislava
Un gioiellino. La città vecchia, piccola e conservata alla perfezione, resta nascosta dietro un orrido cavalcavia eretto in epoca stalinista. Somiglia molto a Praga, anche se gli edifici sono più concentrati. E’ piena di guglie, palazzi dai colori vivaci e diversi che se ne stanno l’uno accanto all’altro, finestre strane, panchine in ferro battuto e arzigogolato, straducole in ciottolato che si inerpicano su curve improbabili, torri, pennacchi, baldacchini, frontoni adorni di statue, lampioni da romanzo gotico. Splendida.
La città nuova è in via di costruzione. Quando ci siamo passati stavano rifacendo l’asfalto e la strada principale era tutta un cantiere. Era curioso vedere interi muri diroccati, sporchi e decadenti, sui quali erano stati piazzati enormi cartelloni pubblicitari, scintillanti e patinati; in alcuni casi le pubblicità erano state addirittura state dipinte, con tonalità brillanti, direttamente sui mattoni delle abitazioni.
Valore aggiunto della città: le esponenti del gentil sesso. Qui l’80% della popolazione è costituito da giovani sotto i trent’anni, e la maggior parte di questi giovani sono ragazze, bellissime. Hanno tutte il culo piccolo, le tette grosse, le gambe sottili, la pancia piatta. Se volete andare in un paese dell’est a rimorchiare ignare pulzelle a poca spesa, Culodritto vi consiglia Bratislava.
Usi e costumi locali: qui tutti guardano tutti, sempre e insistentemente. All’inizio ci siamo domandati cos’avessimo che non andava (“Oh, cioè, perché tutti ci pongano? Cazzo vogliono?”), poi abbiamo capito che non era una nostra prerogativa, quella di essere continuamente squadrati dalla testa ai piedi, ma una simpatica abitudine della zona, alla quale ci siamo umilmente conformati in rispetto alle tradizioni locali.
Vienna – Ungheria
Abbandonata l’autostrada poco dopo la frontiera, abbiamo percorso una statale che costeggia il lago Balaton per farci un’idea delle strade tipiche dell’Ungheria. Sono uguali alle nostre. Il paesaggio è verde e piatto, lo sguardo si perde in lontananza; si attraversano lunghi tratti in cui ci sono solo alberi ed erba, pochissime case, nessun cartello pubblicitario.
Ci siamo fermarti da Tesco, l’unica catena di supermercati presente nel paese; hanno dei panini che spaccano.
Lungo la via abbiamo fatto tappa a Balatonfured, una località turistica affollata di aspiranti bagnanti in mutande e calzini, che scivolano mollemente lungo le stradine che conducono al lago. Veramente brutta. Piena zeppa di pizzerie, negozi di souvenir, chioschi del gelato, baracchine che vendono chincaglieria inutile e varia. Il posteggiatore, non pervenuto nel momento in cui siamo entrati nel parcheggio, ci ha spillato 600 soldi autoctoni per aver lasciato la macchina trenta minuti.
Valore aggiunto del viaggio: la vecchia che vende panini della Shell (?) nell’ultimo autogrill austriaco, venti metri prima dell’ingresso in territorio ungherese. Indossa la classica divisa degli inservienti di autogrill, blu elettrico sgualcito; è tozza e grossa, ha i capelli unti e ti fissa con sguardo torvo, apertamente ostile. Sta gobba e comunica a gesti con gli avventori mentre mastica di continuo del cibo, sputacchiando pezzetti umidi tutto intorno. Ho deciso che è la vecchia carogna dei Goonies, temporaneamente riesumata per mio personale diletto. Sono rimasta a fissarla tutto il tempo, ipnotizzata.

(Continua)