CuloDritto è presidio medico chirurgico. Leggere attentamente le istruzioni. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

La professoressa consegna i compiti: venti domande a scelta multipla su due libri.

CD: “Scusi,io ho preparato un programma diverso. Ho fatto due libri, ma solo uno di quelli richiesti nel test.”
Prof: “Vabbè, fai solo dieci domande e per l’altro ti interrogo. Come si chiama, quest’altro libro?
CD: “Non mi ricordo.”

Prof: “…….”

CD: “Però c’erano da fare tre capitoli a scelta di cinque.”

Prof: “…….”

CD: “……..”

Prof: “Vabbè, fai il compito che ci pensiamo dopo.”

CD: “Ok. Mi presterebbe un penna, che l’ho dimenticata?


CuloDritto, una cura medioevale per i tuoi nervi.


Comunque la facoltà di psicologia di Bologna, dove sono andata a sostenere questo esame, è un ambiente surreale. L’ingresso è collocato sui viali, e davanti alla porta transitano sempiternamente guidatori abbruttiti, incazzati e bestemmianti, zingare in cerca di elemosina, pedoni che urlano nei loro cellulari, motorini lanciati lungo i marciapiedi, punkabbestia muniti di enormi cani scagazzanti, studenti che si trascinano in giro con aria bohemienne.
Varcata la soglia, tutto cambia.
La facoltà è quasi sempre semi-deserta; a parte un piccolo nugolo di studentesse che fuma nel giardinetto d’ingresso, le stanze e i corridoi risultano, ad un occhio inesperto, assolutamente privi di forme di vita. Sembra non ci sia nessuno, dentro: mai.
Sedendo da qualche parte e avendo la pazienza di aspettare un po’, però, si scoprono gli organismi che popolano questo curioso microsistema, che al profano dà l’idea di essere perfettamente autosufficiente e altamente immune agli attacchi esterni.


Dietro lo sportello della portineria c’è una donna; è simpatica, disponibile, e riesce a fornire le informazioni di cui le persone hanno bisogno. Questa è una specie di visione per lo studente medio di materie umanistiche, rassegnato a farsi maltrattare da segretari scortesi che non hanno mai una risposta certa ai loro interrogativi.


Fissando i lunghi corridoi sobri, vuoti e silenziosi, poi, ci si accorge che ogni tanto una porta si apre, repentina; ne esce una professoressa – in genere una bella donna, curata e dal portamento fiero – che richiude l’uscio alle sue spalle e si dirige, con falcate sicure e sguardo fisso in avanti, verso un’altra porta, che apre e trascina dietro di sé una volta entrata.
La cosa caratteristiche è che non si vede mai ripassare la stessa professoressa, presumibilmente di ritorno al suo ufficio: le porte si aprono e richiudono, entrano persone e ne escono altre, e non capita mai che due docenti aprano contemporaneamente l’uscio del proprio studio e si incrocino nel corridoio; il profano, con un lieve stato d’ansia, prova la straniante sensazione di essere finito in un quadro di Escher.


Anche gli studenti di questa facoltà hanno qualcosa di incongruo, di non lineare; la maggior parte sono studentesse, e stupisce osservare che sono tutte molto carine. E’ raro imbattersi in una racchia, qui: le ragazze, come le professoresse, sono tutte alte, magre, belle e hanno modi aggraziati e saldi, calmi e fermi. Sembrano comparse di un film. Un film sulla società delle amazzoni, tipo.


E poi, la chicca del dipartimento: l’antro dei laboratori. Vi si accede scendendo una scala angusta, le cui pareti si restringono di gradino in gradino; verso la fine è collocata la toilette, sulla sinistra, e per entrarvi bisogna chinare la testa.
Io ci sono andata solo una volta, nei laboratori, in qualità di cavia per un test di psicologia; ne conservo un ricordo colorito.
I laboratori sono collocati sotto terra, e sono ricavati da quelle che furono, probabilmente, le cantine dell’edificio: il muro è in mattoni a vista, impregnati di umidità e, forse, anche di muschio. L’illuminazione dell’ambiente è uguale a quello delle miniere: c’è un filo nero che percorre il muro per tutta la sua lunghezza, intervallato regolarmente da lampade fissate ai mattoni attraverso griglie metalliche.
In giro regna un disordine totale, e la prima cosa che il profano associa a quei luoghi sono le torture medioevali (“Scusi, prof, cosa si intende esattamente con ‘cavia’ di un esperimento psicologico?”), o anche la pratica dell’elettroshock nei manicomi, cose così.
Non ho avuto tempo di guardami bene intorno; stavo seguendo la professoressa nei labirintici corridoi del sottosuolo bolognese, ed ero concentrata a non perdermi; l’impressione complessiva che ne ho ricavato, piuttosto vaga in verità, è stata la sensazione di essere circondata da reti, affari metallici, fili e oggetti dalla dubbia provenienza, accatastati insieme in un mucchio mostruoso.
Infine, improvvisamente, la luce: la professoressa ha aperto una porta, e ci siamo ritrovate in una saletta con postazione internet, sedie confortevoli, luce da inizio millennio, muri intonacati, libri. Le solite cose che si trovano nelle università, insomma.

Poi non ricordo più niente, so solo che mi sono risvegliata nuda in mezzo a un prato.

Lega per la tutela dei diritti nella difesa dell’associazione no profit dell’ente per la promozione del sostegno nella solidarietà e per la cura sperimentale nella donazione e nell’organizzazione dell’attività di promozione per il progetto di crescita del destinare


giugno 8th, 2006A grande richiesta*

 
Me voilà. Non che abbia molto da dire, sto solo studiando. Di conseguenza, godo bazza del brutto tempo, del freddo a metà giugno, delle piogge estemporanee e di tutti gli agenti atmosferici che in questa stagione fanno ruggire il popolo italico tutto, unito come un sol uomo in una grande, possente bestemmia.

Ho dato un esame (qui mi piace immaginare che voi, dall’altra parte dello schermo, scagliate con impeto un pugno chiuso verso il cielo e gridiate il mio nome con forza maschia e virile. Anche le lettrici, si) e mi si è rotto il computer con dentro tutto il materiale di studio degli altri tre esami (qui so che state ridendo, non mi faccio illusioni).
Preparare quattro esami contemporaneamente è un’esperienza al limite del lisergico, per quanto mi riguarda. Non capisco più un cazzo, in altre parole.
Dato che a me piacciono le cose lineari e logiche, poi, ho anche deciso di imparare il francese traducendo canzoni in lingua, adesso, e quindi studio ascoltando Jacques Brel, più che altro, che è il più figo di tutti. Questo produce un doppio effetto su di me: da un lato trovo il francese molto sexy, quindi sono perennemente attizzata; dall’altro le canzoni sono malinconiche, oscure e parlano più che altro di morte, quindi mi incupisco e mi diletto a crogiolarmi nel mio umor nero.
Sento di essere sull’orlo di uno sdoppiamento di personalità: CuloDritto, la ninfomane triste.

Tra le altre cose di pubblico interesse che non ho avuto la decenza di condividere con voi, ci sono: una breve sortita in Toscana costata la vita a un inerme vitello, una scottatura in spiaggia che mi ha fatto venire un herpes gigante sulle labbra (“Signorina, questa non è proprio un’urgenza da pronto soccorso”), l’acquisto di un paio di scarpe troppo piccole (“Fidati, poi si allargano”) e la sicurezza, alla fine, di una forte definizione identitaria (“E’ vero, hai proprio il CuloDritto. Come le galline”).

Poi sono anche stata in un pub – uno di quelli con le luci basse, la musica soffusa, i clienti discreti che sussurrano per non disturbare il prossimo – e ad un certo punto un barbaro si è alzato in piedi e ha intimato, con un urlo selvaggio: “Chi è CuloDritto?”.
Tutti i presenti si sono voltati a guardare; io sono sbiancata e ho tentato di mimetizzarmi con la tappezzeria, fallendo tragicamente.
Quindi ho fatto outing e ho chiesto spiegazioni.
Hai il bluetooth attaccato, il tuo cellulare si chiama CuloDritto”.
Ma davvero?
Avrei bisogno che qualcuno mi fermi, quando prendo simili iniziative.
Comunque il tizio pareva divertito dalla cosa (“Non avrei mai detto che una ragazza potesse chiamare così il suo telefono”), e mi ha inviato una simpatica suoneria per festeggiare. Ve la faccio sentire, che merita. Ascoltatela e schiattate d’invida, voi povere schiappe dai nickname ordinari e banali. Ah.

Vi lascio con questo scambio di battute che riguarda lo statuto presentazionale delle immagini e il suo rapporto con le qualità sensibili, estetiche e quindi morali del soggetto ritratto (eh?):
 
M: “Non voglio che mi si facciano fotografie: sono convinto che le foto rubino l’anima.”
RickyLeRoy: “Quindi se un milione di cinesi ti fotografa di spalle, muori?
 
A presto, miei amati.
 
 
 
*Vabbè.

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