I gatti non soffrono di manie di persecuzione
(Post politicamente impegnato)

Skunky mi sta perennemente tra i piedi e mi segue ovunque vada; praticamente incarna uno stereotipo che si vuole eminentemente canino (Skunky è la mia gatta).
Gira insieme a me per la casa, e quando mi fermo in una stanza lei si accovaccia sul pavimento e mi guarda. Poi si alza, miagola,fa un giro, si risiede e riprende a osservarmi. Quindi si alza di nuovo, eccetera, finché entrambe ci spostiamo in un’altra stanza, dove il ciclo si ripete identico a sé stesso.
In uno slancio analitico prettamente empirico, finalizzato ad una comprensione completa dell’indole felina, ho preso a copiare i suoi comportamenti: al posto di rimanere davanti alla gatta svolgendo le mie attività quotidiane, ho iniziato ad appostarmi dietro di lei ogni volta che siede sul pavimento a fissarmi.
La cosa rende il felino nervoso: Skunky volta il muso in mia direzione, miagola ripetutamente e poi, evidentemente a disagio, si alza e cambia posizione. Io la seguo come un’ombra: lei cammina per la cucina, e io le sto attaccata alla coda. Si risiede, torna a guardarmi e miagolare; io mi fermo e rispondo miagolando a mia volta. A questo punto si rialza, fa un giro, si risiede, e così via; in tutto ciò, io non la mollo per un secondo, e faccio precisamente le stesse cose che lei fa.
Praticamente pedino il gatto in giro per la casa: camminiamo in tondo l’una dietro l’altra miagolandoci addosso per buona parte del tempo. Se non sospettassi che un comportamento di questo tipo possa essere sintomatico di qualche deficienza psichica sarebbe anche più divertente.
Comunque ho scoperto che i gatti, nei loro movimenti, descrivono delle circonferenze quasi perfette: non si spostano in linea retta, ma disegnano cerchi concentrici e si muovono lungo una traiettoria circolare, sempre.
Ho anche potuto osservare che il gatto si trova palesemente a disagio nel venir seguito da qualcuno: guarda lo sperimentatore con occhio dubitativo, tenta di comunicare con lui emettendo un “Miaooo” lugubre e supplichevole, cerca di sottrarsi alla sua sfera di azione.
Dopo aver ripetuto l’esperimento un certo numero di volte, si può concludere che il comportamento generale del felino non risulta, tuttavia, modificato. Il gatto, tampinato per una settimana, non mostra segni di irrequietezza nel momento in cui lo sperimentatore cessa di effettuare le sue prove. Skunky, che ha trascorso diverse giornate a fissarmi indispettita mentre la seguivo, ha smesso di lanciarmi occhiatacce da quando ho rinunciato al pedinamento casalingo, e non ha neppure iniziato a guardarsi intorno alla ricerca di un altro eventuale pedinatore.
Per estrapolazione dai dati in nostro possesso, quindi, si può concludere che la tesi esposta nel titolo del post è dimostrata valida.

marzo 2nd, 2006Acidità di stomaco…

Acidità di stomaco

L’ho letto, poi, Acido Solforico. Non è un granché. E’ uno di quei libri che, appena terminati, ti fanno pensare: “Ah, beh, che carino”, e dopo qualche ora ti fanno ricredere delle tue posizioni. Non so se capite cosa voglio dire.
E’ un libro corto (131 pagine), e ci ho messo due ore a leggerlo. Sono sempre stata veloce nella lettura, ma da quando passo buona parte delle giornate a fissare blog su un monitor la cosa è peggiorata. Ormai non scorro più le frasi per capirne il senso: fisso tre righe alla volta e il mio cervello registra le parole chiave dei periodi, poi passa oltre. E’ fastidioso: mi ritrovo a leggere frasi delle quali conosco già vagamente tutte le informazioni rilevanti, e nei pochi secondi che impiego a concentrarmi sulle varie sillabe la lettura mi viene a noia, perché è troppo lenta. Ma immagino che di questo non vi freghi poi molto.
Allora, il libro. Per chi non lo conoscesse, faccio un breve riassunto: Amélie Nothomb immagina un reality show concepito come un campo di concentramento, al cui interno vengono rinchiusi concorrenti rastrellati per le strade contro la loro volontà. Il campo è governato da numerosi kapò scelti dalla redazione, che hanno il potere di decidere quali concorrenti eliminare di giorno in giorno. Il pubblico da casa impazzisce per questa nuova formula televisiva e ne decreta il successo planetario.
L’idea di partenza è originale, e malleabile: si potrebbe prestare a diversi intrecci e diversificate forme narrative. L’autrice pare non essere troppo interessata alla cosa: scrive come qualcuno che, avuta un’intuizione brillante, sia preoccupato principalmente di farlo sapere al resto del mondo, senza tergiversare troppo sull’approfondimento e l’analisi.
La prima cosa sbagliata è, credo, la scelta del punto di vista. Nel libro non si capisce quale sia la voce narrante: a volte è l’autrice (interna al romanzo), altre un protagonista, altre ancora è qualcuno di estraneo ai fatti che racconta oggettivamente ciò che vede. Questo non sarebbe un problema se il libro fosse più lungo e l’alternanza narrativa venisse distanziata al suo interno; invece la voce narrante cambia ogni due righe (sul serio), e il lettore si sente complessivamente pigliato per il culo.
La seconda cosa sbagliata è la scelta della protagonista. Pannonique, oltre ad essere una specie di stereotipo di uno stereotipo, è una detenuta del campo di concentramento, per cui l’intera narrazione fa perno sulle sue angosce introspettive (peraltro solo sommariamente abbozzate). L’altra figura di riferimento è Zdena, una kapò: anch’essa appartiene all’universo del campo di concentramento. Il risultato, davvero paradossale, è tentare di raccontare una storia televisiva, e quindi condivisa, condivisibile, universale nel senso che appartiene all’intero genere umano, attraverso la voce di due persone che ne restano escluse. Credo che, nella costruzione di una storia di questo tipo, sia essenziale la presenza di un protagonista internato, ma altrettanto importante dovrebbe essere l’individuazione di una voce narrante esterna al campo, in modo da rendere entrambi gli aspetti della questione (io vedo/io sono visto). Imbastire la narrazione sulla sola descrizione di un punto di vista interno fa perdere tono e drammaticità alla vicenda, lasciando il lettore perplesso.
La terza cosa sbagliata è la forma narrativa. Nei romanzi le vicende vanno narrate, ma gli stati d’animo non possono essere espressi brutalmente, liquidati con due parole. Il lettore deve arrivare a capire, nel corso del romanzo, il carattere dei protagonisti e le loro inclinazioni, indovinare da sé i loro sentimenti e i loro tormenti interiori, simpatizzare spontaneamente con qualcuno e detestare a pelle qualcun altro. Un personaggio non diventa antipatico solo perché lo scrittore lo dice; una situazione drammatica non è tale per il semplice fatto che l’autore scrive che dovrebbe esserlo. La Nostra scrive frasi da Oracolo, le tratta come profezie che si autoavverano e pretende che il lettore ci creda così, alla cieca, facendolo comprensibilmente innervosire.
Non avendo letto altri libri della Nothomb, non sono in gradi di dire se questa costruisce la sua cifra stilistica. Magari si; nel caso, posso dire che la Nothomb ha una cifra stilistica del piffero.

 


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