Quaresima!
(Impara il calendario cattolico con Culodritto)
E’ finito Carnevale, finalmente. Da domani la gente smetterà di rimpinzarsi di roba dolce e fritta e diventerà improvvisamente penitente, complice il colesterolo; che bello. Io potrò stare a casa e ricominciare ad avere un buon odore addosso, il che sembra una stupidaggine da scrivere e invece non lo è. Lavorare con qualcosa che sporca e lascia un cattivo odore modifica la percezione del proprio corpo, in qualche modo. Non so quale sia esattamente il punto, ma so quasi per certo che se facessi il muratore, l’imbianchino, il netturbino, sarei mediamente più triste nella vita. Altri lavori a rischio depressione: elettricista, saldatore, costruttore di strade (?), meccanico, benzinaio. A pensarci, sono tutte professioni prettamente maschili; magari, gli uomini sono immuni alla tristezza in condizioni lavorative di questo tipo. E forse è proprio questo il motivo per cui le donne (pare) sono attizzate dall’omo che puzza ed è ricoperto da residui di dubbia provenienza: lo vedono come un sopravvissuto, qualcuno che scampa quotidianamente al morso dell’insofferenza e della frustrazione: una persona forte, con le spalle larghe: un eroe.
Bella, mi piace questa teoria. E ci ho messo solo due settimane di lavoro non retribuito a tirarla fuori. Chissà cosa riuscirò a inventare quando andrò a fare la co.co.pro itinerante per anni e anni consecutivi. Marx, spostati: arriva Culodritto.
Un’altra cosa che ho imparato è osservare i vecchietti. Sono snervanti, ripetitivi e sanno di naftalina, però hanno qualcosa di affascinante. In particolare mi piace guardarli quando tirano fuori il loro portamonete, in genere una reliquia sbrindellata e arrugginita passata di moda 60 anni fa, e ci cacciano dentro l’indice e il medio assumendo un’espressione corrucciata. Sono lentissimi: pescano euro a caso, li toccano, se li appiccicano agli occhi, non li riconoscono lo stesso, rinunciano: te li allungano con mano tremante e ti chiedono di dir loro quanto valgono. Alcuni tengono i centesimi impilati dentro rotolini di carta di giornale, così da capire meglio il tipo di pezzatura con cui hanno a che fare; altri delegano in partenza l’incombenza mettendoti in mano tutto il portafogli con cieca fiducia. Questa cosa è curiosa da osservare perché è destinata a scomparire: solamente le cassiere dei piccoli negozi si mettono a perdere tempo contando i soldi al posto dei loro clienti, e i vecchi si fidano solamente delle commesse che conoscono. Nei grandi centri commerciali nessuno farebbe una cosa del genere: sotto la luce alienante da sala operatoria, che ruba le ombre e fa sembrare tutti più brutti, non c’è tempo per cose lente e intime.
Quando mi ritrovo davanti un vecchio impacciato che bestemmia ficcando le dita nel portamonete, respiro ritmicamente per distendere i nervi, penso all’Ipercoop e mi dico che devo imprimermelo bene nella memoria, quel vecchio, ché tra pochi anni non ne potrò vedere mai più.
Ultim’ora
Se n’è andato Gattuso. Un minuto di raccoglimento.
Oh, è Carnevale! Che bello!
(Quest’anno mi travesto da piattola)
Ciao.
Cosa faccio tutto il giorno? Friggo: sfrappole, tortellini, tagliatelle dolci, zeppole e castagnole.
Confeziono il tutto in scatoline che verranno poi vendute nei centri commerciali, spelo in serie sessanta uova sode, bagno cento pasticcini nel cioccolato fuso, mi inzacchero i capelli di mostarda, mi macchio le dita nell’alchermes, mi spolvero le gambe di zucchero a velo, cammino sulla frolla, raccolgo noccioline sotto le unghie.
Mangiatemi: sarò il vostro peccato di gola.
I vecchi mi dicono che profumo di vaniglia; i ragazzi mi dicono che so di fritto. Mi metterò insieme a un ottantenne e lascerò che mi porti in giro sulla sua bicicletta arrugginita con le sportine di plastica rotta oscillanti appese al manubrio.
Ah!
Che immagine struggente.
Pensatemi, ogni tanto.
Torno appena ritrovo uno sprazzo di tempo.
Toglietemi tutto, ma non le mie mutande contenitive
Da quando c’è la crisi energetica i fornelli non vanno più. Non so se questa cosa succeda solo in casa mia o sia un destino comune a tutti gli italiani, comunque resta il fatto che non funzionano. L’erogazione di gas è calata, e l’acqua ci mette quaranta minuti a bollire. Ho quindi smesso di fissare la barra di download dei file che scarico, e ho iniziato a lasciarmi ipnotizzare dalle bollicine che lentamente si formano sul fondo delle pentole e arrancano verso l’alto. Entrambe le attività mi paiono poco salubri,ma la differenza sostanziale è che la barra del download posso starla a fissare da seduta, mentre l’acqua devo guardarla stando in piedi. Da tutto ciò discende che la crisi energetica mi farà venire le vene varicose nelle gambe, perciò – nel caso avverta una perdita di fiducia nelle mie capacità seduttive – mi sentirò in diritto di andare a lanciare creme idratanti contro un’ambasciata russa.
Senza Titolo
Ci sono, eh.
Sto preparando un esame, ma ci sono.
L’esame si chiama “Semiologia del cinema e degli audiovisivi”, e consiste nello studio della semiotica applicata al cinema. Una roba da ridere, sul serio. Ecco qua uno stralcio a caso preso da uno dei testi d’esame:
“E’ noto che nella lingua le procedure di attorializzazione si attuano a partire dall’opposizione fondamentale persona/non persona. La relazione io/tu (persona) viene installata attraverso un débrayage enunciazionale mentre la terza persona (non persona) viene installata attraverso un débrayage enunciativo. Si vede bene come tali débrayage sono di natura categoriale (relazione o/o, o persona o non persona), ma tale categorialità è direttamente dipendente dalla natura categorica delle relazioni pronominali (lingua come sistema)”.
Non è divertente? Sembra una delle prese per il culo di Quelli che il Calcio.
Comunque tra pochi giorni sarò in grado si spiegarvi il modo in cui riuscire a guardare “Un mercoledì da Leoni” cogliendone tutte le implicazioni semiotiche; so che fremerete in sollucchero nell’attesa.
E ora, l’angolo della cultura: è stato ucciso un prete in Turchia. A parte le vignette, la libertà di espressione, lo scontro di civiltà e tutte quelle belle cose lì – delle quali non ho la minima intenzione di dissertare – vorrei focalizzare la vostra attenzione sul nome della città nella quale viveva il parroco: Trebisonda.
Qui da me “Perdere la Trebisonda” è un’espressione di uso comune che significa “perdere la ragione, impazzire”.
Ho fatto una ricerca su Google e ho scoperto che Trebisonda è l’antico nome di Trabzon, città turca fondata nel 1204 e conquistata da Maometto II nel 1461. A quel tempo Trebisonda era il maggior porto sul Mar Nero, e per i mercanti perdere la rotta per Trebisonda significava perdere tutti i soldi investiti nel viaggio; da qui derivò l’idea di danno e disgrazia.
E niente, mi premeva dirvelo.
(Più che altro, volevo lagnarmi in forma erudita per le mie giornate di studio: oh, lo sapete che la semiotica fa perdere la Trebisonda? Si, di peso).
Infine, RickRock mi invita a prendere parte all’ennesima catena di Santo Blogger; a questo giro pare che il compito sia pubblicare la playlist che accompagna le mie giornate. Non la scriverò; sono iscritta al sito Last.fm, che tiene traccia di tutte le canzoni che ascolto e permette di leggerne titolo, autore e orario preciso in cui sono state ascoltate. C’è anche la classifica dei miei gruppi preferiti e, volendo, potete ascoltare la stazione di Radio Culodritto, che (teoricamente, ma poi non è proprio del tutto vero) passa solo le canzoni che mi piacciono. Se proprio vi interessa conoscere la mia playlist (cosa di cui dubito fortemente), andate lì.
Colgo anche l’occasione per ringraziarvi della preferenza accordatami nell’attività di sbolognamento di catene virtuali, però, insomma. Facciamo basta. O che la Trebisonda non sia con voi.