gennaio 31st, 2006Varie ed Eventuali…

Varie ed Eventuali

 

The Pleasure Machines


#1
Le mostre d’arte contemporanea mi piacciono perché mi permettono di vagare per ore attraverso saloni ampi e luminosi incappando, nella più beata ignoranza, in cose strane e colorate. La fotografia di cui sopra è stata scattata domenica scorsa alla Fiera dell’Arte di Bologna, nella quale ho vagato appunto per diverse ore, imbattendomi in sassi con gli occhi, cavalli con palloncini al posto della testa, matite giganti, bambini impiccati, uova marce in porcellana, statue di SuperMan, radiografie a grandezza naturale di Cristo in croce e altre amenità di questo tipo.
L’intenditore immortalato nell’immagine si è messo davanti all’obiettivo senza che me ne accorgessi, conferendo (se possibile) maggiore drammaticità e pathos all’opera esposta.

 

#2
Per chi fosse interessato, il testo della canzone dei Two Gallants, “(The) train that stole my man  – sebbene slittato inesorabilmente verso il basso – resta un work in progress, nel senso che un gentile lettore mi ha spedito via mail la sua ottima versione, che dà diverse aggiustatine qua e là conferendo al testo una certa logica interna: evidentemente, non è surreale come avevo creduto io. Questo aiuto inaspettato ci porta ad un passo dalla trascrittura completa; se qualcuno vuole dare una mano, la canzone è ancora lì per essere ascoltata.

(La foto qui a fianco non c’entra niente con la canzone nè con il gentile lettore, è solo un particolare di un’opera esposta alla Fiera dell’Arte di cui sopra).

 


#3

Da quando ho inserito il mio contatto MSN sul blog, sono stata contattata da alcuni lettori con i quali ho piacevolmente chiacchierato un paio di volte. Volevo pubblicamente scusarmi del fatto che, spesso, non risponda ai messaggi che mi vengono mandati. Il motivo è il seguente: sul computer ho installate due versioni successive del Messanger, malefiche. Su di una riesco ad esercitare il famoso controllo dell’uomo sulla macchina (nel senso che riesco ad effettuare sia l’accesso che l’uscita); sull’altra no. Ho una versione di MSN che sta perennemente aperta e fa comparire il mio nickname nella lista di utenti connessi, anche quando io non sono al pc. E non riesco a disinstallarla. Il fatto è che il mio computer sta sempre connesso, perché ho l’ADSL e scarico film da emule mi dimentico di spegnerlo quando esco, quindi la maggior parte del tempo sembro disponibile in chat ma non lo sono. Una lettrice con la quale ho chattato ha lo stesso problema, e neanche lei riesce a cavarci i piedi. I casi sono due: o qualcuno ci spiega come fare a uscirne, oppure ci costituiamo come parte offesa.

Bill Gates, so che stai leggendo.

Questo è l’ultimo avvertimento.

gennaio 27th, 2006Amarcord…

Amarcord

Mio nonno è stato rinchiuso per tre anni in un campo di concentramento tedesco come prigioniero di guerra. Costretto ad arruolarsi come volontario a diciotto anni, è stato catturato sul fronte nel corso del suo primo combattimento e deportato a Buchenwald.
Il campo di Buchenwald, situato vicino alla città di Weimer, è rimasto famoso perchè al suo interno è stato sperimentato lo sterminio di massa a mezzo del lavoro, e anche per gli esperimenti di genetica che venivano effettuati in alcuni blocchi al suo interno.
Mio nonno lavorava agli altiforni, cioè passava le giornate davanti ad un forno a fondere acciaio e metallo per la costruzione di armi tedesche.
La principale ragione per cui è riuscito a sopravvivere è che faceva il pugile professionista prima di venir mandato in guerra: i soldati tedeschi che sorvegliavano il campo si divertivano a sfidare a boxe i detenuti, sfibrati dal lavoro e denutriti. Se il detenuto vinceva il combattimento gli veniva dato un pezzo di pane come premio; alla domanda “E se perdeva?” la risposta dei miei parenti è sempre stata un’alzata di spalle. Mio nonno, immagino, ha sempre vinto (i soldati tedeschi avevano la forza, ma difettavano nella tecnica).
Ogni tanto i tedeschi prendevano una manciata di detenuti, facevano loro indossare degli zoccoli di legno e li mandavano a correre lungo uno stretto sentiero costellato da filo spinato e reti percorse dall’alta tensione; chi sopravviveva poteva tornare nel blocco dal quale era stato prelevato.
I prigionieri di guerra erano tenuti separati dagli ebrei, dei quali scorgevano le figure da lontano e potevano vedere il fumo uscire dai forni crematori.
Nel campo, mio nonno ha trascorso tre anni in compagnia di un amico d’infanzia, prelevato insieme a lui al fronte e rinchiuso nello stesso blocco.
Quando la guerra stava per finire, e gli alleati erano già penetrati in Germania, i tedeschi sgombravano il campo prelevando manciate di detenuti e andandoli a impiccare sulla piazza pubblica di Weimer. Anche mio nonno è stato tra questi: allineato insieme a centinaia di altri detenuti, era fermo nell’ultima fila ad aspettare il proprio turno alla corda guardando i compagni agonizzare. Il suo amico d’infanzia era nella penultima fila; prima di andare sul patibolo ha dato a mio nonno una foto di sua moglie chiedendogli, nel caso fosse sopravvissuto, di recarsi da lei e dirle che la amava.
Quando i detenuti della penultima fila erano ormai privi di vita appesi alle corde, e il loro posto stava per essere preso dai detenuti dell’ultima, è scoppiato un bombardamento aereo degli alleati, e i tedeschi sono scappati a nascondersi lasciando i prigionieri sotto la pioggia di bombe.
Mio nonno è stato liberato dall’esercito inglese, ed è tornato in Italia a piedi. A dieci chilometri da casa è passato in mezzo ad un campo minato; una donna gli ha urlato l’informazione, gridando, quando era già a metà. Ha tentato la fortuna, proseguendo fin dall’altra parte, e gli è andata bene.

Oggi è il 27 gennaio, giornata della memoria della Shoa. Io me la ricordo così.
La cosa che mi fa più effetto pensare è che, se a mio nonno fosse andata diversamente (anche una sola volta, in una sola occasione, in una singola circostanza; e in tre anni trascorsi all’interno di un campo di concentramento le situazioni di questo tipo sono, credo, impossibili da contare) io non sarei qui.
Se non fosse tornato (un’eventualità tutt’altro che scontata, a rifletterci solo un secondo) non avrebbe mai conosciuto mia nonna, quindi non sarebbe nata mia mamma e non sarei nata io.
Questo è un pensiero che mi accompagna, latente, da che ho memoria – e credo non mi abbandonerà mai.

Passando ad argomenti più lievi, pur rimanendo in tema, oggi esce in Italia il nuovo libro di Amélie Nothomb, “Acido Solforico”, in cui l’autrice racconta di un reality show ambientato all’interno di un lager. Nella recensione di Fabio gambaro pubblicata su L’Espresso di questa settimana, c’è scritto “Nel suo nuovo romanzo (…) immagina l’inimmaginabile: un Grande Fratello girato in un campo di concentramento nazista”.
E dire che era venuto in mente anche a me per lo scorso post (“Il Campo” da “Se questo è un uomo” di Primo Levi), ma mi pareva scontato. E anche piuttosto di cattivo gusto, in realtà.
Però, dice, serve “a dare una scossa alle coscienze inebetite del popolo dei teledipendenti”. Ah, ecco.
A me queste espressioni fanno sempre ridere, perché è evidente che il “popolo dei teledipendenti” non va certo a comprare e leggere un libro del genere (ma quando mai, figurati), però l’intento è lodevole. E poi mi incuriosisce sapere che c’è una tipa che ha avuto la mia stessa idea (o io la sua), quindi mi sa che lo compro.

10 idee per reality show copiati da altrettanti libri

La disinfestazione: trenta concorrenti vengono chiusi in una casa infestata da scarafaggi giganti. Scopo del gioco è socializzare con gli insetti e arrivare a costruire con loro un rapporto dialogico basato sulla fiducia e la stima reciproca. Vince il concorrente che conserva intatta la propria lucidità mentale (dal surreale racconto di Franz Kafka, “La metamorfosi”).

Il Nascondino: sessanta bambini tra i dieci e i quindici anni vengono portati su un’isola e divisi in due squadre. Lo scopo del gioco è uccidere tutti gli inviati e gli operatori della comunicazione che  li seguono per filmarne i movimenti. Vince la squadra che ne fa fuori di più (dal celebre best seller di William Golding “Il signore delle mosche”).

La libreria: dieci concorrenti vengono chiusi in una casa munita di ogni comfort e all’interno della quale hanno libero accesso a tutti i mezzi di comunicazione di massa, ma non a libri né riviste cartacee. Vince il concorrente che se ne accorge (dal libro-rivelazione di Ray Bradbury, “Farhenheit 451).

La Traversata: trenta famiglie vengono caricate su altrettante carovane senza acqua, luce, gas, viveri, acqua né medicinali. Scopo del gioco è percorrere per intero la Route 66 senza alcun tipo di aiuto. Vince chi sopravvive (dal romanzo del premio Nobel John Steinbeck, “Furore”).

L’attesa: centoquaranta persone vengono radunate sotto un albero ad aspettare l’inizio di una conferenza del Premier Silvio Berlusconi. Vince il concorrente che, dopo due mesi di attesa, non ha ancora manifestato la volontà di sodomizzare il presidente con una bandierina (dalla sceneggiatura di Samuel Beckett, “Waiting for Godot”).

Il castello: Ottanta persone vengono chiuse in un castello con i muri colorati e un orologio a pendolo. Dopo un mese viene loro comunicata la notizia della diffusione di un’epidemia su scala mondiale, di modo che si convincano di essere gli unici a sopravvivere in tutto il mondo. Dopo tre mesi di isolamento, nel corso della puntata finale un collaboratore della Direzione travestito da lebbroso e con le piaghe da decubito verrà fatto entrare nel castello. Vince il concorrente che non viene colto da infarto (dal famosissimo romanzo dello scrittore gotico Edgar Allan Poe, “La maschera della morte rossa”).

La pippata: trenta ciellini vengono chiusi in una casa e costretti a fumare hashish e mangiare torte alla marijuana per tre mesi. Vince l’unico prete italiano che non va in televisione a protestare (dal saggio di Charles Baudelaire, “Paradisi Artificiali”).

L’utopia: venti persone vengono segregate nel celebre Hotel Supramonte e sottoposte a vari tipi di torture fisiche e psichiche per tre mesi. Vince il concorrente che, uscito dalla casa, guarda ancora con ottimismo al mondo (dal romanzo di Voltaire, “Il Candido”).

L’intrattenitrice: una donna viene chiusa in una casa con un letto enorme a forma di cuore, e ogni settimana un nuovo concorrente viene introdotto nella casa per avere con lei rapporti sessuali. Vince quello che mostra di non avere alcun tipo di problema sessuale (eiaculazione precoce, disfunzioni erettili, ansia da prestazione, eccetera). Dal romanzo-scandalo di Anais Nin, “Una spia nella casa dell’amore”.

Il bar: venti ragazze con la fobia di rimanere sole nella vita vengono chiuse dentro un bar aperto al pubblico e costrette a vivere sedute ad un tavolino. Vince la concorrente che, dopo due mesi, non è stata cacciata a pedate dal gestore (dal romanzo di Truman Capote, “Colazione da Tiffany”).

gennaio 23rd, 2006Astenersi diabetici…

Astenersi diabetici

Ieri sono stata al Sigep, il salone internazionale della gelateria,  pasticceria, e panificazione artigianale, che è il corrispettivo pratico (e commerciale) de La fabbrica di Cioccolato (senza il signor Wonka che tiranneggia sugli astanti).

L’esposizione è un tripudio di colori, odori e sapori, e il cioccolato regna sovrano. C’erano sculture in cioccolato, fontane in cui il cioccolato scorreva copioso in vece dell’acqua, una inquietante riproduzione in miniatura della torre del duomo di Torino (penso) che “sanguinava” cioccolato dai muri.

C’era la crema energizzante al guaranà, ginseng ed eleuterococco, dal color verde shocking e servita in tazze nere, c’erano le torte di Hello Kitty e delle Bratz e una serie di coreografici macchinari con mille bocche e mille tubicini colorati che sfornavano pasticcini e spruzzavano fili di cioccolata.

E poi c’era la possibilità di assaggiare in anteprima i nuovi gusti di gelato che verranno immessi sul mercato la prossima estate; il mio preferito è stato quello allo zafferano (amo i prodotti di nicchia, che ci devo fare).
C’era anche uno stand sul gusto pistacchio: 100 nuovi modi di assaporarlo. Peccato che le vaschette preparate ed esposte, che racchiudevano tutte le sfumature del verde, non erano in assaggio. Maledetti.

Infine ho assistito alla preparazione delle basi per il III World Gelato Cup (giuro che si chiama così davvero), una gara internazionale che vede schierate squadre di gelatai provenienti da ogni parte del mondo (e con cappelli da Oompa Loopma in testa) sfidarsi a colpi di latte e palettate di zucchero.

La cosa strana è che non mi hanno mica dato la fiera in eredità, alla fine.

Su internet si trova di tutto
(Ma più che altro del porno)

Erano anni non mi capitava una cosa del genere: non riuscire a trovare sulla rete il testo di una canzone. In verità, non pensavo proprio che mi sarebbe mai più successo.

Memore delle giornate adolescenziali trascorse a spingere rewind e fastforward sul lettore cd ormai consumato, l’ho trascritto io. Lo pubblico qui di seguito, così (se proprio non avete altro da fare) potete leggerlo e, ascoltando contemporaneamente la canzone, aiutarmi a completare le parti che non sono riuscita a capire.

Questo è un esperimento, in realtà; ma cosa dico: un sogno!
Una cosa che avrei sempre desiderato fare è trascrivere (e tradurre) il testo di una canzone insieme ad altre persone. Sarà che l’ho sempre dovuto fare da sola, perché nessuno era mai minimamente interessato ad aiutarmi in questa impresa, ma neanche per sbaglio, e quindi ho rimasto questa sindrome da onanista sedicenne represso. Si, penso che sia così.

Aiuta anche tu CuloDritto a superare la sua crisi adolescenziale: trova le parole mancanti e donerai un sorriso ad un’alienata.
(Di più: umiliala scovando da te il testo su un sito russo scritto in cirillico, e poi sfottila senza ritegno!)

La canzone si chiama “The train that stole my man”, ed è dei Two Gallants (questo, almeno, è quanto è scritto  sul file.  Magari sono i Franz Ferdinand e io non lo so, sfigata che non sono altro)

Click per ascoltarla (da adesso la puoi ascoltare davvero)

Testo? (le parti in grigio sono quelle che, più o meno, dovrei avere azzeccato io; le parti in grigio scuro sono state azzeccate da Filter; quelle rosa da Leo, quelle verdi di Mauro, quelle arancioni da VanSlanzerFanel)

My daddy was around

at making himself some change

climb down off the mountain

shaved his head and

caught a train

 

But I keep my [skilly (brodaglia)/ skillet(casseruola)] —- ?

keep my lamp [trimmed in low] ?

my weary feet these flows I walk

while I’ve never known

 

And I hear echoes of his heart (hurts)?

been back from distant lands

and I hear the lonesome whistle

of the train that stole my man

 

And I cuddle to my shadow

teach him to bear the shame

to take the blows that used to froze

and then he’s on the snake ???

the money’s running low, you know

no friends to help me through

just one last thing that I can sell

and that’ll have to do ?

 

but I feel anger in my sunken cheeks

in the tremble of my hand

and I feel the rambling of the wheels

of that train that stole my man

 

my mind just takes to rambling

as the day goes walking west

and madness comes crawling through

the hole inside my breast

and sorrow sings a simple song

that screams the  whole night through

a melody of him in me

that never rang so true

and I see dark clouds on the rise

and I see midgets in the sand

they paint my side with visions of

the train that stole my man

 

and I dreamt abandoned crossroads

in the land of sticks and stones

where the [paddy] worries of the heart ?

are worries so [unknown] ?

he took me in his hunts, you know

and tied me to his side

and cut that burst wind of the hills

and further we did ride

 

well I felt your [staunch] upon my breast ?

that unforgiving hand ?

when I woke I could smell the smoke

of the train that stole my man

 

now the wind runs through my skin

and the rain runs through my eyes

can’t find no ground to hold my feet

Lord knows how hard eye tries (I try)?

when comes the dawn I clean my teeth

and powder up my chest

take off this fading apron maiden

put on my Sunday best

 

And to find the string to fix my heart

don’t’ look to all Midlands (holy lands) ?

and lay my back

down on the track

of the train that stole my  man.


(Si ringrazia per l’hosting il servizio Bauer&Sauer Inc.)


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