We've been dancing with....

The Fish Deal

Una volta, da piccola, ho vinto un pesciolino rosso alle giostre (come tutti, del resto). L’ho portato a casa avvolto in un sacchetto di nylon trasparente, identico a quelli in cui, oggi, metto le zucchine che compro da Billa (anche se costano sempre troppo). Io ero abbastanza reticente nei confronti di quel pesce; mi faceva senso ed era viscido, anche se non era certo il primo che mi aggiudicavo con il lancio dell’anello. Ne avevo già portati a casa parecchi,  e ogni volta li mettevo in un acquario gigante con il coperchio fucsia, dove rimanevano pacifici e solitari fino alla fine dei loro giorni – cioè, in genere, fino alla settimana successiva.
Quella volta, però, andò diversamente: l’indifeso pesciolino restò in vita nove anni (con il tempo mi sono convinta che doveva essere stato esposto a qualche genere di radiazione, e ho iniziato a temere che la mia casa fosse un covo di onde elettromagnetiche nocive per la salute. Ma all’inizio ero piccola e felice).
Si chiamava Mr Brownstone (o Nuanda, a seconda di come mi girava) ed era bruttissimo.
Era anche un predatore, nel senso che ogni anno inserivamo un paio di nuovi pesciolini rossi  a fargli compagnia (sempre vinti alle giostre, ovviamente), e Nuanda se li mangiava, letteralmente. Iniziava con il mordicchiare loro la coda, e dopo un paio di giorni gliel’aveva mozzata del tutto. Morivano perchè diventavano incapaci di nuotare, penso.
Era proprio stoico, il mio pesce: a parte il fatto di essere riuscito a restare in vita tutte le volte che gli abbiamo cambiato l’acqua (il che è un merito, perchè saltava sempre fuori e scivolava sotto la lavastoviglie, luogo dal quale lo tiravamo fuori dopo un’ora abbondante mentre il gatto cercava di sbranarlo), è anche sopravvissuto alla Terribile Fusione dell’Era dei CuloDritto. La Terribile Fusione fu dovuta ad una leggerezza commessa da mia mamma: stanca di avere quegli orrendi pesci mozzi che le nuotavano davanti agli occhi mentre cucinava  – si, li tenevamo in cucina. Davvero- spostò l’acquario nella parte alta della mobilia, vicino al soffitto. In questo modo la visione dei corpicini devastati e storpi non la disturbava più, anche se ogni volta bisognava arrampicarsi su una sedia per riprendere l’acquario e cambiare l’acqua, con il conseguente rischio di rottura del collo dell’addetto di turno al cambio . Dopo poche settimane dalla nuova sistemazione, assistemmo impotenti ad una moria diffusa e spietata dei pesci; pensammo ad una malattia, o alle solite radiazioni, e aspettammo che il tempo facesse il suo corso.
All’epoca c’erano circa sei o sette pesci nell’acquario; dopo un paio di mesi ci venne il dubbio che, magari, il motivo per cui morivano tutti era dovuto alla posizione dell’acquario – in cucina si cuociono i cibi, e il calore va verso l’alto insieme al vapore. Ci accorgemmo con raccapriccio di avere inconsapevolmente lessato le povere bestie, e ritirammo giù l’acquario. Solo nuanda era sopravvissuto.
Morì di vecchia, e penso fosse proprio soddisfatto.
Io quel pesce me lo ricordo ancora - e anche se alla fine dei suoi giorni era tutto squamato e grosso da fare impressione, non posso proprio dire che non abbia lottato fino alla fine (senza unghie e senza denti, oltretutto). Più che un’attrazione o un premio, è stato un eroe.