Non so che tipo di rapporto abbiate voi con i film d’autore coreani; personalmente ne ignoravo l’esistenza fino alla settimana scorsa.

Poi la Corea ha dichiarato di possedere l’atomica, e io sono andata a vedere “Ferro Tre – La casa vuota”, l’ultima fatica del regista Kim Ki-Duk – in modo da farmi un quadro dettagliato e completo dell’attuale situazione politica mondiale.

Se non l’avete visto e siete interessati a farlo, vi consiglio di smettere di leggere.

 

“Ferro Tre” racconta la storia di un Tae-suk, un ragazzo molto al di sopra degli standard orientali di bellezza maschile. Tae-suk  gira con una moto lussuosa, ha una passione per il golf e trascorre alcune delle sue giornate ad appendere volantini ai portoni delle case.  Tae-suk trascorre le altre sue giornate a ripercorrere le strade nelle quali ha lasciato i biglietti  pubblicitari; in molte abitazioni i flyer sono stati tolti dai proprietari, in altre no. In quest’ultimo caso, significa che le case sono vuote e che i padroni sono via; Tae-suk vi entra di soppiatto e vi soggiorna fino al ritorno dei legittimi proprietari.

Per prima cosa, ascolta il messaggio registrato sulla segreteria telefonica dai padroni di casa prima di partire; in questo modo scopre dove sono andati e quanto tempo resteranno via. Deve essere un’usanza coreana, perché io non ho mai sentito di nessuno, qui da noi, che prima di andare in viaggio registri una cosa del tipo “Ciao, siamo Franco e Lorella. Siamo andati per quattro giorni alla dodicesima Sagra dell’Anguilla Marinata di Mincio del Basso , lì vicino a  Como. Se volete, lasciate un messaggio dopo il bip”.

In ogni caso, Tae-suk alloggia nelle abitazioni vuote e le utilizza come se appartenessero a lui: dorme, si lava, si prepara da mangiare, guarda la tv, sfoglia gli album fotografici, lava la biancheria sporca che trova in giro, stende i panni, annaffia le piante e ripulisce tutto alla perfezione prima di andarsene. I padroni di casa, al loro ritorno, non troveranno alcuna traccia della sua permanenza. Tae-suk ha anche una macchina fotografica digitale, con la quale si scatta un’istantanea accanto alle fotografie dei padroni di casa appese alle pareti (pare che in Corea ce ne siano almeno una decina per ogni abitazione).

Nel corso di una delle sue peregrinazioni si stabilisce in una villa che riteneva vuota, ma che non lo era.

Sun-hwa è una ragazza che rientra pienamente negli standard orientali di bellezza femminile, sposata ad un uomo brutto e violento, che la picchia e telefona a casa inveendo e intimandole brutalmente di alzare la cornetta. Lei se ne sta nascosta in uno stanzino buio, rannicchiata in un angolo. Tea-suk non la vede, e rimane nella villa. Sun-hwa lo vede, non dice nulla e spia di nascosto i suoi movimenti per qualche giorno. Quando i due – finalmente – si incontrano, Tae-suk scappa e lascia Sun-hwa al suo destino.

Tae-suk, però, ritorna quasi subito sui suoi passi; rientra in casa e osserva Sun-hwa singhiozzare nella vasca. Prende un vestito dall’armadio di lei e glielo appoggia sul pavimento; quando esce dalla vasca lei lo vede, si veste e si siede sul divano, ad aspettare. Al posto di Tae-suk, però, compare sulla soglia il marito, che inizia ad infamarla. Tae-suk osserva la scena, gli approcci sessuali del marito rifiutati dalla donna, gli schiaffi di lui, il silenzio di lei. Tae-suk, quindi, richiama l’attenzione del marito – che esce di casa domandandosi chi diavolo sia quel ragazzo che gioca a golf nel suo giardino – e lo stordisce ripetutamente con la pallina da gioco, assestando colpi mirati e secchi, che lasciano l’uomo bocconi a terra. Sun-hwa guarda il marito, riflette, poi sale sulla moto si Tae-suk e se ne va con lui.

Sun-hwa inzia a condividere lo stile di vita di Tae-suk: i due girano per le strade e alloggiano in appartamenti vuoti, mangiano e puliscono pavimenti, salgono e scendono dalla moto, dormono, si guardano e non si rivolgono mai neanche una parola. La storia procede per qualche tempo, fino a quando la coppia viene denunciata e portata in questura. Tae-suk e Sun-hwa si devono separare: lei tornerà a casa con il marito, che la va a prelevare dalla stazione di polizia e la trascina via, mentre lui dovrà restare in prigione.

Durante il periodo di separazione Sun-hwa rimarrà in casa ad aspettare il ritorno dell’amato, allontanandosi sempre di più dal marito e iniziando una ribellione muta e implacabile nei suoi confronti; Tea-suk, dietro le sbarre, passerà il tempo ad allenarsi nel diventare invisibile, più di quanto lo sia stato fino a quel momento. Vuole diventare inconsistente, puro spirito. Il secondino che ogni giorno osserva dallo spioncino lo stato dei detenuti viene preso in giro ripetutamente da Tea-suk, che dapprima si nasconde alla vista del carceriere aggrappandosi al muro, poi camminando dietro di lui passo dopo passo – quando questi entra e si guarda intorno per capire dove sia finito il carcerato – e, infine, stordendolo più volte con la sua mazza da golf (una mazza immaginaria, inconsistente, fatta di essenza. Tae-suk la può usare proprio perché anche lui è diventato, grazie all’esercizio e alla pratica quotidiana, inconsistente, intangibile, fatto di non-materia – e quindi immateriale).

Una volta rilasciato, Tae-suk tornerà nella casa di Sun-hwa e lì rimarrà a vivere con lei. Il marito non può vedere Tea-suk, avverte solo una strana presenza alle sue spalle ma non può osservare alcun corpo dietro di lui perché Tae-suk non ne possiede più uno: egli è intangibile, invisibile agli occhi della gente. Non possiede niente, non ha un fisico e non ha una casa, nessun oggetto è di sua proprietà, per il mondo lui non esiste. Tae-suk esiste solo per Sun-hwa, l’unica che lo riesca a vedere e la sola che lo possa amare – la sola persona che sia capace di amare la sua essenza, e che quindi meriti di conoscerlo e di averlo al fianco.