In Breve insomma (4)

(Riassunto di un giorno di studio)

L’assetto radiotelevisivo italiano si è venuto a configurare, ai suoi inizi, come un monopolio di tipo statale. Questa scelta è stata dovuta alla presenza di diversi fattori, e cioè: la scarsità delle frequenze disponibili sulle quali trasmettere i programmi, la volontà di tutelare il sistema da ingerenze oligopolistiche di operatori privati (si, davvero) e quella di tenere salde le redini di un mezzo di comunicazione in grado di influenzare fortemente il consenso popolare. In USA e negli altri stati europei le cose sono andate diversamente; se non altro siamo unici nel nostro genere.

La RAI – Radio TelevisioneItaliana è nata nel 1952, e dopo un periodo di sperimentazione ha avviato la trasmissione radiotelevisiva nazionale nel 1954.

Alcuni ritenevano che il monopolio statale fosse contrario alla Costituzione perché non tutelava il pluralismo dell’informazione, ma nel 1960 la Corte Costituzionale ha rigettato le accuse e ne ha ribadito la legittimità.

Negli anni ’70, in corrispondenza del boom economico, la società è diventata più complessa e consumista, per cui sono nate le prime strategie di differenziazione dell’offerta, che hanno portato alla richiesta di un numero maggiore di spazi pubblicitari da parte delle aziende.

Gli investimenti pubblicitari erano raddoppiati tra il ’70 e il ‘75, il progresso tecnologico bussava alle porte e, insomma, ci volevano più reti. In molti spingevano per avere la possibilità di creare emittenti televisive private.

Nel 1976 la Consulta ha deciso che il monopolio statale sulla diffusione a livello nazionale era legittimo, ma che il monopolio su tutti i servizi di diffusione radiofonica e televisiva su scala locale (cioè regionale o interregionale) non lo era più. In sintesi, si potevano creare emittenti televisive private, purché trasmettessero entro i confini di una sola regione. Festa. Gaudio. Tripudio.

Piccole emittenti locali sono subito spuntate lungo tutto lo stivale, e hanno adottato il meccanismo delle syndication per rendersi competitive. Il meccanismo funzionava così: un programma X veniva registrato su delle videocassette, che venivano poi recapitate a varie antenne locali (“antenne”, non “emittenti”) sparse in ogni regione, le quali ne trasmettevano il contenuto alla stessa ora dello stesso giorno. In questo modo un’emittente, poniamo, lombarda, poteva riuscire a far vedere alle ore 14.00 di tutti i giorni il programma X nell’intera penisola, perché aveva antenne piazzate su tutto il territorio.

Bisogna sapere che, per legge, una cosa del genere restava appannaggio della RAI, e le emittenti private non erano autorizzate a farla.

Avendo trovato, però, il modo di aggirare il divieto con le syndication, non si capiva perché le emittenti locali non dovessero darsi un palinsesto nazionale, e infatti se lo diedero tutte e andarono avanti con quello per un sacco di tempo. Tanto c’era il vuoto legislativo, nessuno sapeva come regolare la situazione e mentre i giuristi si scannavano sulle leggi da approvare o abolire, gli operatori privati si accaparravano le frequenze rimaste libere e ci trasmettevano un po’ quel cazzo che gli pareva.

In questo proliferare di antenne, dal mercato è emerso un gruppo imprenditoriale sugli altri: quello di Silvio Berlusconi. L’attuale presidente del consiglio aveva fondato il network Canale5 nel 1980, che erano diventato famoso per alcune indovinate scelte di programmazione: in particolare, l’idea di mandare in onda in prima serata la soap opera “Dallas” rispettandone il criterio di serialità (se vostra madre lo guardava, adesso potete finalmente dirle con cognizione di causa: “Lo sapevo, che era colpa tua. Mai più menato sul ’68, tò.”).

Berlusconi ha trovato presto dei rivali, ma li ha rilevati tutti: nel 1982 ha assorbito nel suo network l’emittente Italia1 dell’editore Rusconi, nel 1984 Rete4 di Mondadori.

La rapida scalata del gruppo Fininvest ha comprensibilmente spaventato concorrenti e pretori: nell’ 84 gli hanno imposto il sequestro di Rete4 e canale5, e ne hanno oscurato le frequenze in varie regioni. Il Presidente del Consiglio di allora (tale Bettino Craxi) emise, però, il “Decreto Tampone” per consentire a Berlusconi di mantenere il controllo delle sue tre reti; la Camera lo bocciò per incostituzionalità.

Era novembre. A dicembre ci riprovò: Craxi firmò il decreto legge “Berlusconi Bis”, e disse che se non glielo approvano, lui faceva una crisi di governo (e anche il gesto dell’ombrello, già che c’era). Il 31 gennaio dell’anno successivo la legge era approvata con la maggioranza dei voti.

Passò qualche anno, e nell’ ’88 la Consulta disse: “’Sti due. Il decreto non va bene, rivedetelo”.

Lo revisionarono, e nel ’90 ne cavarono fuori la Legge Mammì, che non risolveva un bel niente ma si limitava a dare un fondamento giuridico alla situazione che si era creata negli anni prima. Nell’idea della Consulta la legge avrebbe dovuto trovare una soluzione alla situazione di incostituzionalità, ma alla fine si risolse in una legittimazione del duopolio, cioè dell’incostituzionalità stessa.

Dopo essere riusciti a raggiungere un risultato tanto sorprendente quanto grottesco, i giuristi si sono dovuti confrontare con l’introduzione delle nuove tecnologie, in particolar modo del digitale terrestre.

Una legge ha stabilito che, entro il 31 dicembre del 2006, si deve realizzare il definitivo passaggio di tutte le emittenti dal sistema di trasmissione analogico a quello digitale.

C’è chi non sembra molto d’accordo, ma staremo a vedere.

 

 

(Dai, prof, se mi dà un 28 Le faccio toccare le poppe)