In breve #2



Il più grande disastro industriale della storia dell’uomo è quello che ha colpito Bhopal, una cittadina dello stato indiano di Madya Pradesh, nel 1984.

La Union Carbide, una compagnia chimica di proprietà della multinazionale americana Dow Chemical, aveva aperto una fabbrica di pesticidi nel cuore della città. Nelle intenzioni, questa avrebbe dovuto rappresentare il punto di svolta per l’economia di tutta la regione. In realtà le cose andarono diversamente: le aspettative iniziali vennero disattese, la fabbrica andò in rosso nel giro di pochi anni e venne abbandonata al suo destino dai responsabili dell’impianto.

La notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 la struttura cedette a causa della mancanza di manutenzione; si innestò una reazione a catena che portò al rilascio massiccio in atmosfera di 40 tonnellate di isocianato di metile.

Tutto intorno alla fabbrica erano cresciute le slums; mezzo milione di persone si ritrovarono esposte alla nube tossica, 7.000 vittime morirono sul colpo, soffocate dai fumi tossici (che causavano, tra le altre cose, la cecità immediata). Dalle 16.000 alle 30.000 vittime morirono nelle settimane successive, un pò per mancanza di cure (la Union Carbide possedeva l’antidoto ma non ne svelò mai le componenti, minimizzando il danno e dicendo essere sufficiente "proteggersi con garze bendate") e un pò per mancanza di aiuti dagli altri paesi, America compresa.

120.000 sopravvissuti riportano menomazioni fisiche, tra le quali cecità, sterilità e difficoltà respiratorie.

L’area di Bophal non è mai stata decontaminata, e continua tuttora ad avvelenare la gente che vi abita.

Attualmente i proprietari dell’Union Carbide sono rifugiati in America e non hanno nè chiesto scusa alla popolazione civile nè sborsato un dollaro in risarcimento. Non hanno neppure divulgato la formula del gas che è fuoriuscito dall’impianto, che potrebbe risultare estremamente utile agli scienziati per trovare un antidoto con il quale curare le vittime.

(La Galleria Fotografica di Raghu Rai)