Flusso di Coscienza

L’altro giorno, dopo anni di lotte casalinghe, ho finalmente ottenuto un computer vero da mettere in camera. Che poi è il computer vecchio di mio babbo, ma questi sono dettagli. La mia gioia sta tutta nel fatto di poter disporre liberamente di un intero hard disk, da sola. E’ da quando ho diciotto anni che condivido le mie cartelle con mio babbo, mio fratello e mia mamma, ottenendo risultati al limite del grottesco (filmati porno vietnamiti tra le fotografie delle mie feste di compleanno, listini prezzi per l’IperCoop in mezzo ai riassunti dei libri di comunicazione di massa, 6 giga di immagini manga in lingua giapponese tra i miei file musicali, eccetera). Mio babbo, poi, ha l’hobby del format C; quando non ha un cazzo da fare, formatta i due computer che ci sono in salotto. Il backup è un optional, nel senso che salva su cd solamente alcuni file (rigorosamente selezionati, però), mentre tutti gli altri vanno persi nei meandri dell’etere. Capita, così, che io mi ritrovi da un giorno all’altro senza alcun file musicale (“Non li hai salvati?” “Si, io salvo sempre tutto”), senza gli appunti di sei mesi di lezione (“Ti uccido  Fai: Cerca cartelle”), senza fotografie (“Le foto del mio Comply?” “Cosa dice? Io non capisco quando parla”).
Data questa lunga ma doverosa premessa, capirete la mia gioia nel possedere, finalmente, un computer mio, tutto mio, capite? Hiuppi!
Ho passato tre giorni a cercare tutta la mia roba sui due computer di cui sopra, l’ho salvata su cd e l’ho trasferita nel mio nuovo, che in questo momento ho deciso di battezzare Ciospo.
Il fatto di essere finalmente riuscita a porre ordine nei miei file, mi ha spinta a cercare di ordinare anche la mia stanza. Ho spostato tutti i libri della libreria, passato la polvere, rimesso a posto quelli che ci stavano, trovato altre sistemazioni a quelli che proprio non riuscivano a entrarci (la mia libreria è prossima all’esplosione, seguita da autocombustione come nella migliore tradizione americana). Ho spolverato, spazzato, lucidato, arieggiato e deodorato. Ho fatto le scale una trentina di volte, spostato pile di fogli e libri, buttato via delle borse vecchie, rifatto il letto; mi si sono sporcate le dita di nero, ho sudato. In confronto a tutto questo, il riordino dei file all’interno di un computer è una cosa magica, prossima alla stregoneria: tu pensi di voler spostare quattro cose da un posto all’altro, e ti basta muovere tre dita stando seduto. Vuoi mettere in cantina quel set fotografico di sedie usate? Click Click Click. Devi trovare quel foglio .pdf da portare in segreteria entro domattina? Click Click. E’ tutto facilissimo, veloce e quasi divertente. Guardando la cosa da questa prospettiva, mi sono sentita per un po’ come se mi trovassi all’interno di Mago Merlino, o di Mary Poppins: arrivato il momento del riassetto, basta usare un po’ di magia e la pillola va giù. Stavo quasi per mettermi a muovere il naso, così da calarmi meglio nella parte.
Stamattina, infine, sono andata a Bologna. Dovevo andare a seguire un corso alla Facoltà di Scienze Politiche; arrivata davanti alle aule, ho letto un cartello bianco appeso alla porta con scritto “Scienze Politiche Occupata”, e mi sono avvilita. Entrata in aula, c’era la prof. che parlava con un manciata di studenti, e una tizia sull’uscio mi ha informata del fatto che la docente appoggia la causa, per cui non terrà lezione fino a quando l’occupazione sarà finita. Tornando verso la stazione, ho pensato che certamente la causa è giusta (la difesa della scuola pubblica contro la privatizzazione), ma che in tutto questo c’è qualcosa che non va. Io sono stata fuori di casa per quattro ore (dalle 11 alle 15) e ho speso 9 euro in totale tra biglietto del treno e biglietti dell’autobus, per arrivare in facoltà e sapere che è occupata. Pur appoggiando la causa, ho personalmente contribuito ad incrementare le casse dello Stato (tra FS e ATR) di 9 euro; in altri termini, sono per la difesa della scuola pubblica, ma se voglio protestare attivamente contro le direttive statali (cioè andare a occupare la facoltà, fare i picchetti, le manifestazioni e tutte quelle cose lì) devo quotidianamente pagare un dazio di 9 euro allo Stato stesso (oppure protesto via internet, ma non è proprio la stessa cosa).
Ho la sensazione che ci sia qualcosa che non va, in tutto questo, ma non capisco esattamente cosa.