Suor CuloDritto presenta: la festa dei becchi

Il Santo del giorno è San Martino. Nato nel 316 in Pannonia (una provincia dell’impero romano corrispondente, pressappoco, all’attuale Ungheria), entrò nell’esercito a quindici anni e venne mandato in Gallia a combattere.
Mentre prestava servizio come militare, vide un giorno un mendicante seminudo, vestito solo di stracci, chiedere l’elemosina sotto una pioggia battente. Non avendo soldi né cibo da offrirgli, estrasse la spada e tagliò il suo mantello in due parti per regalarne una al mendicante, che lo ringraziò di cuore. Pochi minuti dopo il cielo si schiarì e un raggio di sole squarciò il grigiore delle nuvole; da qui si pensa derivi la cosiddetta Estate di San Martino, cioè la mite temperatura che caratterizza i primi giorni di novembre.
Nella notte Gesù Cristo apparve in sogno al futuro Santo, e gli restituì il lembo del mantello che egli aveva donato quella stessa giornata. La mattina dopo, al risveglio, il mantello era nuovamente intatto; Martino decise di farsi battezzare seduta stante e divenne cristiano.
Il mantello fu poi conservato come reliquia e il termine latino per “mantello corto” (“cappella”) venne esteso in seguito alle persone che avevano il compito di conservarlo (i “cappellani”) e infine, per estensione, a tutto l’oratorio reale (che non era chiesa), chiamato “Cappella”.


Secondo la tradizione celtica, invece, le cose sono andate diversamente. Qua in Romagna i celti hanno vissuto sereni e pacifici per svariate centinaia di anni, prima che arrivassero i Romani a dichiarare guerra, vincere la guerra, schiavizzare la popolazione locale e imporle la cultura dell’Impero (ricorda qualcosa?)
Secondo i celti, dicevo, l’11 novembre coincide con la fine del periodo del Samuin (il Capodanno), che viene festeggiato per una decina di giorni (a partire dal 31 ottobre – il famoso Halloween americano – fino all’11 novembre, appunto) e con l’inizio di un nuovo ciclo.
A San Martino iniziavano le scuole, le attività commerciali, si riscuotevano i debiti, venivano rinnovati i contratti agrari e si traslocava (ancora adesso, qui, si usa dire “Hai fatto un San Martino” per indicare l’assurdo casino che si riesce a produrre tentando di trasferirsi da una casa a un’altra).
Il popolo celtico venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta: egli era il cavaliere del mondo infero, cioè colui che era riuscito a vincere gli inferi, a sconfiggere la morte – e simboleggiava la capacità della vegetazione di rinascere a primavera, in un ciclo continuo di morte e rinascita, che garantiva il rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale. Questo culto proveniva dalla stessa Pannonia di cui sopra, terra celtica e patria di San Martino.

Il Capodanno celtico era un periodo di cambiamento e di purificazione: bisognava rinnovare la società e fare in modo che l’anno nuovo iniziasse sotto i migliori auspici.
Per questo motivo la notte dell’11 novembre, l’ultima utile allo scopo, i mariti cornuti (i becchi, appunto, le “mele marce” che stonavano in una Società Ideale) venivano chiamati a gran voce fuori dalle loro case: vari gruppuscoli di ragazzi andavano a suonare le cornamuse davanti alle loro porte, e tutti i malcapitati dovevano uscire e radunarsi  in una piazza. Da lì dovevano poi riguadagnare la strada di casa, mentre orde di compaesani correvano loro dietro, braccandoli e incitandoli a gran voce, mentre le loro supposte corna si impigliavano in giro e rendevano difficoltoso il rientro.

(Da notare che erano i mariti a dover andare a correre, nessuno pensava di dover rimproverare qualcosa alla moglie fedifraga. Alla faccia della caccia alle streghe, tò).


Oggi, quindi, qua si sprecano le battute sulle corse, il sudore, la fatica fisica et similia (sul presupposto che all’aumentare del numero di corna aumenti in maniera direttamente proporzionale il percorso-corna da coprire).

Se stasera qualcuno vi chiede “Tu ci sei andato, a correre?” voi rispondete “Si, ma ero là in fondo. Non sono mica riuscito a raggiungerti”.

Da grande voglio fare l’alienata

In casa mia è tradizione leggere il giornale comodamente seduti sulla tazza del water. Il posto dei quotidiani e dei settimanali, di conseguenza, non è il tavolino del salotto ma il mobiletto adibito allo stoccaggio della carta igienica (almeno tre pacchi da otto rotoli per volta, che ci piace stare sul sicuro) ubicato accanto ai sanitari.
Sulla porta del bagno è anche attaccata una placchetta esplicativa per gli eventuali ospiti, che recita “Sala di lettura” (e significa: “Qui dentro ci posso trascorrere un lasso di tempo che va dai cinque minuti alle tre ore, ed è perfettamente normale”).

Quando mi alzo la mattina, la prima cosa che faccio è andare in bagno a fare la pipì (scusate per questa scivolata sull’intimismo, ma è necessaria alla spiegazione dei fatti).
Ancora assonnata e senza traccia di zuccheri nel sangue esco, quindi, dalla camera da letto e barcollo fino alla porta accanto, fermamente intenzionata a fare ciò che va fatto.
In simili frangenti mi viene naturale gettare l’occhio tutto intorno, e questo finisce sempre sui quotidiani del giorno prima, rimasti sul mobiletto porta-carta igienica di cui sopra.
Quasi ogni mattina, quindi, mi ritrovo a leggere i titoli della prima pagina del Resto del Carlino di Ravenna (o analoghi), l’edizione locale che compra mio babbo e interessa, mediamente, solo lui.

Il punto è che questi titoli sono sempre completamente surreali. La gente che scrive per questa edizione del giornale ha una visione del mondo tutta propria, e la usa spudoratamente per trasmettere informazioni di pubblico interesse.
I titoli non hanno niente di vagamente professionale, non seguono nessuna delle regole della corretta informazione, sono elusivi e non comunicano solamente la notizia, ma anche –contemporaneamente – l’interpretazione del fatto (un’interpretazione che definire “pittoresca” è un gentile eufemismo) e forse una vaga aspirazione letteraria dell’autore.
Ogni mattina, quindi, nelle condizioni di cui sopra (appena sveglia, pressione bassa, mente offuscata, riflessi lenti) rimango incantata in piedi a leggere questi titoli a bocca aperta, e mi stropiccio gli occhi con i pugni chiusi come in un pessimo b-movie degli anni ’80 sugli extraterresti. 

Ecco, di seguito, alcuni dei titoli nei quali mi sono imbattuta nel corso dell’ultima settimana, suddivisi per categoria (le categorie sono mie).
Da ora capirete meglio il motivo per cui scrivo cose tanto strane (qui siamo tutti pazzi).


[Guerriglia urbana]
“I ristoratori in crisi attaccano le sagre di paese e le feste di partito”


[Intimidazioni]
“Il camionista rischia grosso”
“Ti ridò il cellulare per cento euro”
 

[Soft Core]
“Entra dolcemente nel mattino?”

 
[Ermetici]
“Catena trappola per le bici”
“Mora romagnola sta diventando una beniamina”
 

[Colloquiali]
“Nel 2006 rifacciamo la piazza”
“Non chiudere la linea per Firenze”
“Quel palazzo sarà rimesso a nuovo”

 
[Stupefacente]
“ ‘Erba’ nella marmellata”


(Cosa leggerà Culodritto la prossima settimana? Quali misteri si celano dietro le tendine del bagno? Segui le puntate della serie CD on WC, tutti i giovedì su RadioGatto, l’unica stazione che va in amore una volta all’anno)

WhatsinYourBag?
(A burp is not an answer)

Mi dicono che l’ultima tendenza della blogosfera consista nello svuotare la propria borsetta, disporne ordinatamente il contenuto su una superficie piana, realizzare una testimonianza fotografica della composizione così ottenuta  e condividerla democraticamente  con il resto del mondo, che pare sia interessatissimo in merito.

Io sono una ragazza pudica, e confesso che non avrei mai avuto l’ardire di svelare ai Molti una faccenda così intima e personale; ma è stata la Redazione di BlogDiscount in persona a chiedermelo, e tirarmi indietro suonerebbe quasi come un affronto.
Metto quindi da parte le mie ritrosie da Donna d’altri tempi e scosto per un istante il velo che divide la Persona dalla Blogger, dietro al quale mi celo di continuo, nella speranza che questa mia apertura possa rappresentare un piccolo passo in avanti verso una migliore comprensione reciproca e possa favorire, nel tempo, la costruzione di un rapporto dialogico costruttivo fondato sull’empatia tra me e i miei lettori.

Ecco la foto, nuda e cruda, del contenuto della mia borsetta.

(Clicca sull’immagine per vederla nel dettaglio e leggere le descrizioni dei vari oggetti)

Magic Straightass

Sei stanco di giocare a Magic usando le solite vecchie carte, piene di mostri che ormai hai smesso di sognare la notte e di potenzialità che conosci a menadito?
Sei stufo dei tuoi amici nerd che parlano solo di angeli della luce, cacciatori di tenebre e golem?
Hai voglia di qualcosa di più piccante dei soliti incantesimi e di quelle scialbe stregonerie d’accatto?
Da oggi puoi dare una svolta alla piattezza della tue serate in compagnia usando le carte Magic Straightass, che ti permettono di usare nuovi personaggi e innovativi artefatti carichi di simpatia e di divertimento!
Le carte Magic Straightass sono in vendita presso tutte le rivendite autorizzate.

Le carte Magic Straightass sono proprietà intellettuale della CuloDritto inc., e sono state realizzate utilizzando il software di flagrantdisregard (si, così sono buoni tutti. Anche voi) segnalato, a suo tempo, da Masayume.

And if a double decker bus  /
crashes into us /
to die by your side
is such a heavenly way to die

Pensavo al fatto di avere un blog, adesso.
Ho 25 anni, e il mio sito è questo. Con certe caratteristiche, determinati contenuti, un preciso tipo di impostazione grafica.
Mi pare carino. Se fossi in voi, lo leggerei volentieri. 

Questa è una cosa che pensano tutti i blogger, immagino: "Ho un sito così carino, con un sacco di immagini simpatiche e dei colori forse un po’ particolari – ma abbinati in maniera talmente strana, e particolare, che non può non piacere! E poi scrivo bene, correttamente, e le cose che dico sono interessanti. Spesso anche davvero spiritose, a dirla tutta. E comunque intelligenti, in genere; sono uno che riflette prima di dire qualcosa, le mie posizioni sono meditate e il mio punto di vista è sempre originale. Si, ho un blog con i controcazzi, e chi non lo apprezza è uno di poco spirito. Ah, si! Ecco! E’ così. Tutti questi stronzi a leggere le blogstar, ma non capiscono proprio niente. Non si meritano niente. Toh! Guardatemi bene! Sono un idiota, sono un buffone, sono un mistificatore! Guardatemi bene! Sono brutto, ho un viso inespressivo, sono piccolo. Sono come tutti voi! (volevo farmi un po’ di pubblicità). Ma chiedetevi, prima di guardarmi, se, per caso, l’iride attraverso la quale mi scoccate frecce di sentimento liquido, non è piuttosto escremento di mosca, se gli occhi del vostro ventre non sono per caso sezioni di tumori il cui sguardo finirà per uscire da una qualsiasi parte del vostro corpo sottoforma di scolo blenorragico” *

Si, beh; immagino che vada pressappoco così.

La cosa che mi dà da pensare, comunque, non è tanto la forma con la quale uscirà il vostro giudizio, quanto la forma attuale del mio blog.
Anch’io sono stata, non troppo tempo fa, una sedicenne depresso-insurrezionale con tendenze sociopatiche, attratta dall’universo del dark e con il terrore di conformarsi alla massa. Nove anni fa internet non c’era (nel mio salotto, intendo), ma se avessi avuto la possibilità di scrivere su un blog ne avrei tirato fuori qualcosa di simile a questo, a questo
 o a quel restante milione di altri siti personali sul genere. In realtà, andando a spulciare là in mezzo, devo concentrarmi per frenare l’impulso di rubare loro un bannerino gotico o una di quelle .gif da fanlist sulle Converse rosa, ché ormai non è più tempo, CuloDritto, epperò.

E però le Converse rosa le ho comprate l’anno scorso, e le ho tenute ai piedi tutta estate, scusa. 

Non c’entra niente, quello si chiama R e v i v a l .

Ma và là.

Giù le mani dal banner.

Insomma, avessi sedici il mio blog sarebbe come quelli. La gente più grande, giustamente, ci troverebbe molto poco di interessante da leggere, ma per me sarebbe fichissimo e fossi in voi lo leggerei, e se non vi dovesse piacere, invece, vi direi che dovreste chiedervi se per caso la vostra iride….

Ma il punto non è nemmeno questo, in verità.
La cosa che mi ha fatto più impressione è stato vedere come i modelli maschili che piacciono, oggi, a queste ragazzine siano praticamente identici a quelli che piacevano a me alla loro età: tizi emaciati, con la pelle bianco-cadaverica, i capelli spettinati, tendenzialmente drogati, vestiti in modo assurdo e con una divertente passione per il trucco e il belletto.
Guardandoli adesso ritrovo tutte le caratteristiche che me li avrebbero fatti piacere da adolescente, e in più un’altra, che sul momento sembrava assolutamente non esserci: questi tipi sono palesemente gay.
Non è una cosa sulla quale di possa discutere, è evidente. Fanno di tutto per sembrare delle femmine; usano la matita nera intorno agli occhi, le mollette per i capelli, fanno le smorfie e mettono il broncio come una ragazzina arrabbiata. Sono delle checche spudorate.
Non che io abbia qualcosa contro la categoria, figurarsi; però mi fa effetto l’essermi resa conto di una cosa talmente evidente solamente così tanti anni dopo. Sul momento non mi sembravano per niente gay, anzi; li trovavo molto sexy, e basta.

(In realtà li trovo ancora molto sexy, ma questo è un altro discorso).

Concludendo, si può arrivare a dire che tutto questo (forse) sta a significare che nel periodo adolescenziale le icone maschili non rappresentano, agli occhi delle ragazze, il prototipo di uomo ideale; più verosimilmente sono dei modelli ai quali ispirarsi, che riflettono e sintetizzano diverse caratteristiche proprie della loro personalità, non di quella dell’eventuale partner.

Ecco. Detto questo, resta comunque valido il discorso che se vi presentate da me travestiti da vampiri e con gli occhi truccati di nero, io vi salto addosso.

* Copyright Tristan Tzara


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