novembre 11th, 2005Suor CuloDritto presenta: la festa dei…
Suor CuloDritto presenta: la festa dei becchi
Mentre prestava servizio come militare, vide un giorno un mendicante seminudo, vestito solo di stracci, chiedere l’elemosina sotto una pioggia battente. Non avendo soldi né cibo da offrirgli, estrasse la spada e tagliò il suo mantello in due parti per regalarne una al mendicante, che lo ringraziò di cuore. Pochi minuti dopo il cielo si schiarì e un raggio di sole squarciò il grigiore delle nuvole; da qui si pensa derivi la cosiddetta Estate di San Martino, cioè la mite temperatura che caratterizza i primi giorni di novembre.
Nella notte Gesù Cristo apparve in sogno al futuro Santo, e gli restituì il lembo del mantello che egli aveva donato quella stessa giornata. La mattina dopo, al risveglio, il mantello era nuovamente intatto; Martino decise di farsi battezzare seduta stante e divenne cristiano.
Il mantello fu poi conservato come reliquia e il termine latino per “mantello corto” (“cappella”) venne esteso in seguito alle persone che avevano il compito di conservarlo (i “cappellani”) e infine, per estensione, a tutto l’oratorio reale (che non era chiesa), chiamato “Cappella”.
Secondo i celti, dicevo, l’11 novembre coincide con la fine del periodo del Samuin (il Capodanno), che viene festeggiato per una decina di giorni (a partire dal 31 ottobre – il famoso Halloween americano – fino all’11 novembre, appunto) e con l’inizio di un nuovo ciclo.
A San Martino iniziavano le scuole, le attività commerciali, si riscuotevano i debiti, venivano rinnovati i contratti agrari e si traslocava (ancora adesso, qui, si usa dire “Hai fatto un San Martino” per indicare l’assurdo casino che si riesce a produrre tentando di trasferirsi da una casa a un’altra).
Il popolo celtico venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta: egli era il cavaliere del mondo infero, cioè colui che era riuscito a vincere gli inferi, a sconfiggere la morte – e simboleggiava la capacità della vegetazione di rinascere a primavera, in un ciclo continuo di morte e rinascita, che garantiva il rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale. Questo culto proveniva dalla stessa Pannonia di cui sopra, terra celtica e patria di San Martino.
Il Capodanno celtico era un periodo di cambiamento e di purificazione: bisognava rinnovare la società e fare in modo che l’anno nuovo iniziasse sotto i migliori auspici.
Per questo motivo la notte dell’11 novembre, l’ultima utile allo scopo, i mariti cornuti (i becchi, appunto, le “mele marce” che stonavano in una Società Ideale) venivano chiamati a gran voce fuori dalle loro case: vari gruppuscoli di ragazzi andavano a suonare le cornamuse davanti alle loro porte, e tutti i malcapitati dovevano uscire e radunarsi in una piazza. Da lì dovevano poi riguadagnare la strada di casa, mentre orde di compaesani correvano loro dietro, braccandoli e incitandoli a gran voce, mentre le loro supposte corna si impigliavano in giro e rendevano difficoltoso il rientro.
Oggi, quindi, qua si sprecano le battute sulle corse, il sudore, la fatica fisica et similia (sul presupposto che all’aumentare del numero di corna aumenti in maniera direttamente proporzionale il percorso-corna da coprire).





