L’utero è mio e lo gestisco io
(tu, nel frattempo, paga le bollette)
A me le femministe sono sempre state sulle palle.
Non parlo di quelle che hanno fatto il ’68, che hanno combattuto per il riconoscimento dei diritti minimi delle donne in un periodo e in una società fortemente patriarcale e maschilista. Dico quelle di oggi. Quelle giovani che girano per le università, per gli uffici, per i supermercati e per le strade. Quelle che continuano a combattere una battaglia evidentemente non ancora conclusa, ma che ritengono sia produttivo combattere usando gli stessi strumenti di cinquant’anni fa, e anzi pensando che sia il modo migliore per farlo. Quelle che, potendo, andrebbero ancora in piazza a bruciare i reggiseni, o che continuano a odiare gli uomini perché individuano in loro i responsabili delle discriminazioni perpetuate nei loro confronti.
La settimana scorsa sono stata alla Biennale d’Arte di Venezia. L’Arsenale si apre con una sala tappezzata di poster realizzati da un gruppo di attiviste femministe, le Guerilla Girls. Il primo poster recita “Benvenuti alla Biennale Femminista”, e già qui uno tende l’orecchio. Pensa sia uno scherzo. Una biennale femminista nel 2005? Le donne hanno ancora bisogno di riconoscersi come una minoranza ghettizzata per pretendere un po’ di attenzione? Le artiste donne, poi, mica casalinghe frustrate e operaie sottopagate, no, le Artiste, che vivono in un mondo pieno di cultura e opportunità, diversificato e aperto alle innovazioni, queste Donne qui devono imporsi sulla scena usando in primis la variabile sessuale e non il talento e l’estro creativo? Nah, è uno scherzo, una provocazione.
I poster successivi presentano un po’ di dati, tra i quali spicca: “Meno del 3% degli artisti di arte moderna sono donne, ma l’83% dei nudi delle opere sono femminili”. Sono proprio delle burlone, eh?
Eh. Proseguendo nelle varie sale, si realizza che le tipe non stavano affatto scherzando, e che quella che si sta per visitare è davvero una biennale femminista. Panico. Raccapriccio. Imbarazzo, anche. Ma queste qui, a nome di chi parlano? Delle Donne, in generale? Pensano di parlare a nome mio, davvero? E chi gliel’ha chiesto? Chi ha detto loro di fare di tutta l’erba un fascio, e di metterci dentro anche me? Che parlino a nome loro, io non c’entro.
Comunque, biglietto pagato alla mano, si va avanti sperando nella meno peggio. Invano. Le installazioni presentate sono di una inattualità che spiazza: una cucina a grandezza naturale, una casa piena di calzini sporchi e maglioni gettati in un angolo, assorbenti interni, video simpatici di donne che fanno sesso allegramente con uomini diversi e li sculacciano e frustano imponendosi come dominanti e libere nel rapporto sessuale. Nel 2005, le femministe sentono ancora il bisogno di ribadire i concetti, e non ne hanno altri da esprimere. Queste opere non servono come punto di partenza per proseguire il discorso, sono arenate in un punto abbastanza preciso della rivoluzione degli anni ’60 e da quel punto non si sono più mosse. Non hanno nient’altro da dire. Nel 2005, il movimento femminista sa solo continuare a ripetere che gli uomini non danno spazio alle donne, che la donna non è l’angelo del focolare e che è giusto avere la parità dei sessi in ogni campo della vita. Basta. Niet. Tutto qui.
Per avere un quadro completo, aggiungere il fatto che l’intera esposizione femminile (tranne pochi casi isolati) manca del minimo tratto di ironia, di auto-ironia e di capacità di sdrammatizzare, e avrete un’idea abbastanza precisa della Biennale Arte di quest’anno. Avrete anche capito il motivo per cui c’è solo un 3% di donne tra gli espositori alle mostre d’arte contemporanea, probabilmente.
Nell’attitudine e nell’atteggiamento di questo fantomatico Movimento Femminista ci sono una marea di cose che non vanno; quella più grave di tutte, secondo me, è l’autodefinizione in termini negativi. Le donne non sono solo casalinghe, le donne non dipendono dall’uomo, le donne non devono essere discriminate sul lavoro, andate avanti voi. Il riconoscimento di un gruppo di persone all’interno di un contesto culturale si fonda, spesso, a partire dall’individuazione di una serie di tratti comuni condivisi dai membri del gruppo. Questi tratti comuni sono, solitamente, in opposizione a quelli rivendicati dalla maggioranza, dalla massa: la definizione in termini negativi serve a tracciare una linea di demarcazione tra un Noi e un Loro, a costruire uno spazio in cui potersi muovere. Tutto ciò è legittimo e necessario: le subculture metropolitane nascono così, la musica rock è nata così, le avanguardie letterarie sono nate così, andate avanti voi.
Una volta tracciato questo spazio, però, bisogna riempirlo con dei contenuti. Bisogna dargli una forma, una consistenza, un contenuto. Non si può andare avanti in eterno ad autodefinirsi in opposizione a qualcosa – anche perché, così, si rischia di vedere la propria identità sgretolarsi al venir meno del termine rispetto al quale ci si definisce. Se io mi autodefinisco esclusivamente “Contro i ghibellini” è ovvio che, una volta scomparsa la necessità di sostenere politicamente l’imperatore rispetto al Papa, io non ho più alcuna definizione identitaria.
Per potere avere forza e credibilità, il movimento femminista non può continuare a definirsi in opposizione alla concezione di Donna che hanno gli uomini. E’ già ridicolo che continui a farlo adesso, in realtà, ma comunque è estremamente pericoloso per diversi motivi, tra i quali:
- Il fatto che riconosca, implicitamente, un primato di qualche tipo agli uomini. Se così non fosse, non si avvertirebbe alcun bisogno di autodefinirsi in opposizione a loro;
- Il fatto che riconosca, per rovescio, un deficit nelle donne. Se così non fosse, non si sentirebbe il bisogno di stare tutto il tempo a dire che non c’è;
- Il fatto che metta in luce, pietosamente, l’assoluta incapacità delle donne di costruire una propria identità che sia del tutto svincolata da un’opinione maschile. Se così non fosse, le donne si autodefinirebbero in termini positivi (noi siamo, noi vogliamo, noi facciamo) e non si preoccuperebbero di stare a confutare le idee maschili, giudicate tanto inadeguate e sessiste.
Ecco, questi sono i motivi per cui detesto le femministe. Sbraitano e si indignano solamente per confermare, ingenuamente, tutti i peggiori stereotipi maschili, e per perpetuarli nei secoli dei secoli senza neanche rendersene conto.
Oh.
E adesso andate a stirarmi la camicetta, stronzi.