Le avventure metropolitane della giovane CuloDritto

Giovedì pomeriggio la vostra qui presente eroina ha conosciuto un paio di suoi amichetti dei defunti Forum di Clarence, oggi rinomate Blogstar della blogosfera coreana grazie ai contenuti erotici che postano abusivamente sui propri siti.
Vi posso dire solamente che il Dottor D possiede un paio di scarpe color giallo fosforescente in grado di ipnotizzare tutti i piccioni che zompettano rasoterra, e che Strips va in giro tenendo una pipa in bilico sulla testa (da grande vuole fare la modella, dice).

Nella foto, un gruppo di giovani protesta alla stazione di Bologna contro il rincaro della carta igienica.

Luoghi Comuni

Stanotte ho finito di leggere Umiliati e Offesi, un romanzo di Dostoevskij pubblicato a puntate nel 1862 sulla rivista “Vremja” (Il Tempo) a Pietroburgo.
Mentre leggevo ho pensato alcune cose, e precisamente:

L’espressione “Non ci sono più gli uomini di una volta”, utilizzata in riferimento al fatto che, presumibilmente in seguito alla rivoluzione femminista o all’affermazione dei diritti dei gay, gli uomini sono diventati più sensibili, introspettivi, “femminili”, perdendo le connotazioni caratteristiche del sesso forte (capacità di dare sicurezza, autorevolezza, fermezza di spirito, orgoglio, ecc.) non ha alcun senso.
Nel libro ci sono diversi protagonisti maschili, alcuni buoni (Vania, Alioscia, Ikmenev), altri cattivi (il principe su tutti). Quelli buoni sono di una sensibilità struggente: pensano, si disperano, si indignano, soffrono come una donna, corrono a destra e manca per risolvere i loro problemi e quelli degli altri, piangono in continuazione, singhiozzano, urlano per le sofferenze e costruiscono congetture mentali estremamente elaborate per spiegare tutto ciò che accade loro. Oggi diremmo che sono delle femminucce, che uomini di tale calibro sono degli smidollati e ci augureremmo di trovarne qualcuno un po’ più equilibrato per noi stesse: non vorremmo mai avere al fianco un compagno che scoppia in lacrime per ogni difficoltà e che si fa delle seghe mentali più complicate delle nostre (con la conseguente necessità di venire consolato da noi). Continuiamo, però, a ripetere che non ci sono più gli uomini di una volta, immaginandoli forti, audaci, sprezzanti del pericolo e terribilmente eccitanti nella loro rudezza. Questi, più che uomini dell’ottocento, sembrano supereroi da fumetto americano.

Nel libro c’è una frase, pronunciata dal principe nel corso del suo lungo discorso a Vania, che recita “In quanto a quella ragazza, io, vi assicuro, la stimo, l’amo persino; è un po’ capricciosa, ma non c’è rosa senza spine, come dicevano cinquant’anni fa. (…)”. All’inizio dell’ ‘800, quindi, c’era gente che andava in giro a recitare questo luogo comune, e altra che, nella seconda metà dello stesso secolo, andava in giro a ripeterla iscrivendola nella categoria del luogo comune caduto ormai in disuso.
Da quello che so io, all’inizio del 2000 c’è ancora gente che fa la stessa cosa. Questo, forse, significa che i luoghi comuni sono intramontabili, che sopravvivranno ai figli dei nostri figli e forse alla razza umana stessa. Nel 3000, se esisterà ancora l’uomo, ci sarà gente che andrà in giro a dire che Venezia era una città splendida, costruita sull’acqua e piena di gondole, ma che le persone del tempo non volevano andarci a vivere. “ ‘Venezia è bella, ma non ci vivrei’, solevano dire quelle genti. Genti diverse da noi, sapete. Donne bellissime, colte e raffinate, e uomini forti, audaci, sprezzanti del pericolo e terribilmente eccitanti per la loro rudezza. Uomini di una volta, come non ce ne sono più. Peccato per quelle tutine colorate che indossavano, li facevano sembrare più bassi di quanto non fossero realmente. Ma era la moda del momento, che ci volete fare.”

Save Private Kinder

La Ferrero ha deciso di sostiuire la foto del bambino che da anni campeggia sulle confezioni del Kinder Ferrero, le barrette di cioccolato con il latte dentro.
Nella blogosfera si sta "combattendo" una battaglia per fare in modo che il Bambino della Kinder non venga
gettato nell’oblio, e che la sua faccia resti disponibile in ogni supermercato italiano per ricordarci gli anni della
nostra infanzia.

Mi ha molto stupita leggere di così tanta gente affezionata a quel viso biondo e sorridente; io l’ho sempre odiato.
Il motivo, penso, è da rintracciare nel fatto che, quand’ero piccola, mia mamma sedeva sul letto e mi raccontava delle favole per farmi addormentare. Oltre ai classici dell’infanzia, io ho ascoltato – da che ho memoria – la narrazione delle avventure vissute in prima persona da mio nonno, rinchiuso per due anni in un campo di
concentramento tedesco. Erano molto più avvincenti delle altre, e macabre come nessun’altra storia per bambini  potrebbe riuscire ad essere.

In qualche modo ho sviluppato, così, un’istintiva diffidenza nei confronti dei simboli del nazismo. E’ stato un processo incoscio, ovviamente: non sapevo cosa significassero esattamente nè quali fossero le loro precise implicazioni. Sapevo solo che bisognava starci attenti, se ci si trovava davanti.

Quando mi trovavo davanti al Bambino della Kinder, io stavo attenta. La pelle bianca, i capelli biondi, i denti splendenti, gli occhi azzurri, il sorriso impostato: simboli ariani, che di per sè non mi avrebbero fatto alcuna impressione particolare. Sopra di loro, però, campeggiava la scritta Kinder, in tedesco. Non sapevo che fosse tedesco finchè mio nonno non me lo disse. Un bambino così rubicondo con una scritta in tedesco; quella confezione di barrette di cioccolata mi faceva sempre pensare alle impiccagioni, ai campi con le mine e alle corse con gli zoccoli lungo i percorsi in filo spinato.
Pensavo a qualcosa del tipo "Era così che avrebbero dovuto essere tutti; non lo erano, e la cosa è successa per questo motivo".
Il Bambino della Kinder ha sempre rappresentato, per me, l’icona del nazismo e della seconda guerra mondiale.

Oltretutto mia mamma ha un forno, e io sono cresciuta scorazzando tra pagnotte di pane e pasticcini. Sul bancone della vendita c’era sempre almeno una confezione intera di barrette di cioccolato Kinder Ferrero, che la gente acquistava con regolarità.
Ovunque andassi, in ogni giornata, prima o poi mi capitava di imbattermi nella faccia del Bambino della Kinder, che mi osservava sorridente e bionda, moltiplicata e ingrandita nel contenitore di cartone, come un monito.
Odioso Kinder Tetesco.

Più che sostituire il bambino, io sarei più per eliminare interamente il prodotto.

L’utero è mio e lo gestisco io
(tu, nel frattempo, paga le bollette)

A me le femministe sono sempre state sulle palle.
Non parlo di quelle che hanno fatto il ’68, che hanno combattuto per il riconoscimento dei diritti minimi delle donne in un periodo e in una società fortemente patriarcale e maschilista. Dico quelle di oggi. Quelle giovani che girano per le università, per gli uffici, per i supermercati e per le strade. Quelle che continuano a combattere una battaglia evidentemente non ancora conclusa, ma che ritengono sia produttivo combattere usando gli stessi strumenti di cinquant’anni fa, e anzi pensando che sia il modo migliore per farlo. Quelle che, potendo, andrebbero ancora in piazza a bruciare i reggiseni, o che continuano a odiare gli uomini perché individuano in loro i  responsabili delle discriminazioni perpetuate nei loro confronti.

La settimana scorsa sono stata alla Biennale d’Arte di Venezia. L’Arsenale si apre con una sala tappezzata di poster realizzati da un gruppo di attiviste femministe, le Guerilla Girls. Il primo poster recita “Benvenuti alla Biennale Femminista”, e già qui uno tende l’orecchio. Pensa sia uno scherzo. Una biennale femminista nel 2005? Le donne hanno ancora bisogno di riconoscersi come una minoranza ghettizzata per pretendere un po’ di attenzione? Le artiste donne, poi, mica casalinghe frustrate e operaie sottopagate, no, le Artiste, che vivono in un mondo pieno di cultura e opportunità, diversificato e aperto alle innovazioni, queste Donne qui devono imporsi sulla scena usando in primis la variabile sessuale e non il talento e l’estro creativo? Nah, è uno scherzo, una provocazione.
I poster successivi presentano un po’ di dati, tra i quali spicca: “Meno del 3% degli artisti di arte moderna sono donne, ma l’83% dei nudi delle opere sono femminili”. Sono proprio delle burlone, eh?
Eh. Proseguendo nelle varie sale, si realizza che le tipe non stavano affatto scherzando, e che quella che si sta per visitare è davvero una biennale femminista. Panico. Raccapriccio. Imbarazzo, anche. Ma queste qui, a nome di chi parlano? Delle Donne, in generale? Pensano di parlare a nome mio, davvero? E chi gliel’ha chiesto? Chi ha detto loro di fare di tutta l’erba un fascio, e di metterci dentro anche me? Che parlino a nome loro, io non c’entro.
Comunque, biglietto pagato alla mano, si va avanti sperando nella meno peggio. Invano. Le installazioni presentate sono di una inattualità che spiazza: una cucina a grandezza naturale, una casa piena di calzini sporchi e maglioni gettati in un angolo, assorbenti interni, video simpatici di donne che fanno sesso allegramente con uomini diversi e li sculacciano e frustano imponendosi come dominanti e libere nel rapporto sessuale. Nel 2005, le femministe sentono ancora il bisogno di ribadire i concetti, e non ne hanno altri da esprimere. Queste opere non servono come punto di partenza per proseguire il discorso, sono arenate in un punto abbastanza preciso della rivoluzione degli anni ’60 e da quel punto non si sono più mosse. Non hanno nient’altro da dire. Nel 2005, il movimento femminista sa solo continuare a ripetere che gli uomini non danno spazio alle donne, che la donna non è l’angelo del focolare e che è giusto avere la parità dei sessi in ogni campo della vita. Basta. Niet. Tutto qui.
Per avere un quadro completo, aggiungere il fatto che l’intera esposizione femminile (tranne pochi casi isolati) manca del minimo tratto di ironia, di auto-ironia e di capacità di sdrammatizzare, e avrete un’idea abbastanza precisa della Biennale Arte di quest’anno. Avrete anche capito il motivo per cui c’è solo un 3% di donne tra gli espositori alle mostre d’arte contemporanea, probabilmente.

Nell’attitudine e nell’atteggiamento di questo fantomatico Movimento Femminista ci sono una marea di cose che non vanno; quella più grave di tutte, secondo me, è l’autodefinizione in termini negativi. Le donne non sono solo casalinghe, le donne non dipendono dall’uomo, le donne non devono essere discriminate sul lavoro, andate avanti voi. Il riconoscimento di un gruppo di persone all’interno di un contesto culturale si fonda, spesso, a partire dall’individuazione di una serie di tratti comuni condivisi dai membri del gruppo. Questi tratti comuni sono, solitamente, in opposizione a quelli rivendicati dalla maggioranza, dalla massa: la definizione in termini negativi serve a tracciare una linea di demarcazione tra un Noi e un Loro, a costruire uno spazio in cui potersi muovere. Tutto ciò è legittimo e necessario: le subculture metropolitane nascono così, la musica rock è nata così, le avanguardie letterarie sono nate così, andate avanti voi.
Una volta tracciato questo spazio, però, bisogna riempirlo con dei contenuti. Bisogna dargli una forma, una consistenza, un contenuto. Non si può andare avanti in eterno ad autodefinirsi in opposizione a qualcosa – anche perché, così, si rischia di vedere la propria identità sgretolarsi al venir meno del termine rispetto al quale ci si definisce. Se io mi autodefinisco esclusivamente “Contro i ghibellini” è ovvio che, una volta scomparsa la necessità di sostenere politicamente l’imperatore rispetto al Papa, io non ho più alcuna definizione identitaria.
Per potere avere forza e credibilità, il movimento femminista non può continuare a definirsi in opposizione alla concezione di Donna che hanno gli uomini. E’ già ridicolo che continui a farlo adesso, in realtà, ma comunque è estremamente pericoloso per diversi motivi, tra i quali:
-         Il fatto che riconosca, implicitamente, un primato di qualche tipo agli uomini. Se così non fosse, non si avvertirebbe alcun bisogno di autodefinirsi in opposizione a loro;
-         Il fatto che riconosca, per rovescio, un deficit nelle donne. Se così non fosse, non si sentirebbe il bisogno di stare tutto il tempo a dire che non c’è;
-        Il fatto che metta in luce, pietosamente, l’assoluta incapacità delle donne di costruire una propria identità che sia del tutto svincolata da un’opinione maschile. Se così non fosse, le donne si autodefinirebbero in termini positivi (noi siamo, noi vogliamo, noi facciamo) e non si preoccuperebbero di stare a confutare le idee maschili, giudicate tanto inadeguate e sessiste.

Ecco, questi sono i motivi per cui detesto le femministe. Sbraitano e si indignano solamente per confermare, ingenuamente, tutti i peggiori stereotipi maschili, e per perpetuarli nei secoli dei secoli senza neanche rendersene conto.

Oh.

E adesso andate a stirarmi la camicetta, stronzi.


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