Keep on Moving (Move Your Ass)



Chi ha la fortuna di crescere in un occidente benestante e tecnologicamente avanzato, oggigiorno, sperimenta diverse cose nel corso della propria vita, molte delle quali hanno un carattere in comune: quello della deperibilità.

Negli anni si possono conoscere persone provenienti (potenzialmente) da tutto il mondo, si osservano cose, si cambiano scuole, ci si compra un cellulare nuovo a biennio, si fa zapping tra i canali, si apre un mutuo per prendere una macchina e se ne fa un altro per sostituirla, si cambiano abitudini, ritmi, spazi da vivere, preferenze culinarie e politiche, amicizie, oggetti, punti di vista, opinioni – si cambia ristorante, regista preferito, moroso, lavastoviglie, calligrafia, medico, taglio di capelli, credo religioso e anche sesso, identità – per chi lo desidera. La globalizzazione vissuta dalla parte di chi ne scolpisce le forme significa opportunità di scelta, forse, ma più che altro vuol dire possibilità obbligo di cambiamento. Vivere in un mondo interconnesso e carico di stimoli significa avere un sacco di opportunità da sfruttare, ma il prezzo da pagare per tutta questa abbondanza è l’impossibilità di scegliere di non cambiare. In linea teorica possiamo decidere su qualsiasi cosa – come disegnare il nostro futuro, che mestiere svolgere, che cibo mangiare, quali letture fare e via di seguito – fino a cose di una banalità imbarazzante, come ad esempio impedire ad un coinquilino di stendere i panni sul balcone perché poi sgocciolano sui nostri, o cacciare fuori un vip da una trasmissione televisiva. Possiamo decidere chi sarà a governarci, se è giusto o no abortire, se bisogna staccare la spina ad un malato terminale o se è eticamente corretta la stagione di caccia – possiamo decidere che l’Adidas è meglio della Nike, che Nietzsche è meglio di Croce o che è più buono il gelato rispetto alla corsa del treno, ma non possiamo scegliere la staticità, per nessun motivo. Siamo tutti arruolati nell’esercito del globalizzare, senza che nessuno ci abbia spedito a casa il richiamo, in maniera coatta. La nostra missione è la rivoluzione: del gusto, della morale, dell’arte, della parola, della moda, dei marchi e dei colori. La nostra battaglia è da combattere nelle strade, nei vicoli e nelle notti invernali fissando il fuoco dentro un camino – è da vivere collettivamente, fianco a fianco con soldati vicini e lontani; il nostro nemico è la mobilità. Siamo tutti chiamati a mobilitarci per la mobilità, nessuno deve restare escluso da questa corsa forsennata, bisogna che ciascuno si attrezzi come crede (zainetto, bandiere, divise, lanciarazzi, cori, spillette, cartelloni, kefija, minigonne, cravatte, va bene tutto) per non restare indietro, per non rimanere fermo. Non è ammesso che un soldatino resti lì dov’è; un soldato fermo è un soldato morto. Non ci è posto alcun limite fisico né alcun orizzonte ideologico: va bene l’universitario che manifesta contro la guerra in Iraq come la casalinga che non si perde una puntata di Vivere, la femminista che scalpita per ottenere un posto in Parlamento e il membro del Rotary che va in vacanza a Marilleva – ciò che conta non è la forma, ma il fatto che essa cambi di continuo.

Tutto questo spasmo collettivo, questo fermento da brulicare di formiche richiede in pegno qualcosa che, oggi, è visto di traverso, e che la gente – a dispetto di quanto blatera con indignazione – rifugge terrorizzata: restare ciò che si è – che poi vuol dire, a seconda dei casi, mantenere una linea più o meno costante di atteggiamenti, essere coerenti, frequentare sempre le stesse persone, vivere tutta la vita in un posto, eccetera.

Personalmente non ho niente contro la globalizzazione; da quel poco che ho studiato mi sembra di aver capito che non dipende da me né da voi né dalla Mano Invisibile di cui parlava Qualcuno tempo fa. Mi sembra anche che non abbia necessariamente una connotazione (positiva o negativa, è uguale), se non quella che noi vogliamo darle – mi pare somigli più ad un contenitore da riempire che ad un’onda che travolge, anche se è un contenitore che va riempito per forza, e se non sarò io a farlo se ne occuperà qualcun altro, perché tanto non fa nessuna differenza.

aprile 11th, 2005Ode al Vigile Urbano …

Ode al Vigile Urbano



Oggi, durante una pausa studio finalizzata al rimpinguamento del frigorifero – che grida Vendetta da un paio di giorni – sono passata davanti ad una scuola elementare. Pioveva a dirotto, e c’era una vigilessa vestita da palombaro che fermava le macchine in modo da permettere ai bambini e alle mamme di attraversare la strada, sulle strisce. La gestualità dei vigili mi ha sempre affascinata parecchio, perché è caricata di una valenza liturgica che solo gli appartenenti all’Arma riescono a comprendere, e che ai non addetti ai lavori risulta come minimo ostentata, se non del tutto comica. Sarei molto curiosa di sapere cosa pensano i vigili mentre eseguono i loro rituali bicromatici, immobili sotto il sole come sotto la pioggia, sferzati dal vento o intossicati dallo smog, tanti piccoli Sisifo postmoderni muniti di mascherina e fischietto osservabili comodamente da dentro le proprie vetture.

Sicuramente sono animati da forti motivazioni, credono in qualcosa molto tenacemente e hanno una serie di certezze dure da scalfire, altrimente non sarebbero sempre così seri e ieratici, come dentro un affresco. Il punto è che, ad esempio, anche le commesse di Intimissimi sono fortemente motivate: il fatto che ti assalgano in tre appena metti piede nel negozio e tentino di venderti anche un paio di culotte fuxia per tua nonna prima di lasciarti uscire è dovuto alla strategia di marketing che l’azienda adotta. Anche loro hanno un sacco di certezza, e cercano di rispettare i dettami del loro credo; ma non c’è niente, nel loro lavoro, che ricordi il furore sacro che arde entro ogni vigile urbano.

Io non sono per niente affascinata dalla "Divisa" come concetto; non mi è mai piaciuto vestire come gli altri e il rispetto o l’attrattiva che un abito fortemente simbolizzato dovrebbero suscitare (almeno in linea teorica) negli animi della gente, su di me non attaccano. Resto assolutamente indifferente alle divise dei Carabinieri come alle uniformi dell’Esercito, ai grembiuli dei bambini che vanno a scuola come alle tenute dei giocatori di calcio. Non è che provi invidia, repulsione o quant’altro; è che proprio non mi danno emozioni.

Però vedere quella vigilessa vestita di tutto punto, oggi pomeriggio, che se ne stava dritta mentre il cielo le rovesciava delle secchiate di pioggia in testa, fiera e impettita nonostante tutto – e solo in nome del vestito che indossava – beh, un pò mi ha fatto tenerezza.

aprile 7th, 2005Princesa e i Rom …

Princesa e i Rom



“(…) è il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo “Zingari” prendendo a prestito il termine da Erodoto, che li chiamava “Zinganoi” – diceva che era un popolo che veniva dal sud-est asiatico, dall’India, che parlavano una strana lingua – che poi si è scoperto essere il Sanscrito – e che facevano un mestiere  (se mestiere lo si può considerare): quello del mago e dell’indovino.

E’ quindi un popolo che gira il mondo da più di 2000 anni, afflitto o affetto – io non so come meglio dire, ma forse semplicemente affetto – da quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto. E’ un popolo, secondo me, che meriterebbe – per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi – meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo.

Purtroppo i nostri storici – e non soltanto i nostri – preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom  - non possedendo territori – non possono considerarsi né una nazione né uno stato. Mi si dirà che gli zingari rubano; è vero, hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano, però, dell’oro e delle palanche; l’argento non lo toccano perchè secondo loro porta male, lascia il nero – quindi vi accorgete subito se siete stati derubati da degli zingari. D’altra parte si difendono come possono; si sa bene che l’industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli  (in special modo del rame), addestratori di cavalli e giostrai – tutti mestieri che, purtroppo, sono caduti in disuso. Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire  - non l’ho mai visto scritto da nessuna parte – che  gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto.”

                                                              (De Andrè, discorso)



Mi è capitato, come a tutti, che uno zingaro mi chiedesse la carità. Una volta, in particolare, mentre viaggiavo su un treno sgangherato mi si è avvicinato un bambino con la pelle sporca e ha allungato una mano. Ci siamo guardati per qualche istante, poi lui si è messo a fissare la punta delle mie scarpe abbassando confuso il braccio teso.

Quel giorno calzavo uno splendido paio di Nike gloriose in tempi che furono, con un bel buco gigante in corrispondenza dell’alluce dal quale si riusciva a vedere il calzino, se si era proprio interessati. Mi piaceva pensare che una simile trascuratezza nel vestire fosse il simbolo del mio non-allineamento in questa sporca società consumistica nella quale le persone devono indossare gli stessi abiti per ottenere un minimo di rispetto, come se fossimo tutti fatti con lo stampino per selezione della specie. Mia mamma pensava semplicemente che fossi una “sgrazieda”, cioè una disgraziata – un punto di vista forse più oggettivo ma che toglieva inevitabilmente l’alone romantico e decadente a tutta la faccenda. E infatti io continuavo a mettere quelle scarpe per andare in facoltà, e lei continuava a lanciarmi improperi ogni volta che uscivo.

Il bambino Rom, in ogni caso, è stato il primo e l’unico ad avermi chiesto spiegazioni. Mi ha guardata con fare interrogativo, poi ha indicato il buco e ha continuato a fissarmi, sempre più perplesso. Io gli ho detto <<Eh, c’è un buco>>, e gli ho sorriso. Lui mi ha guardata di traverso per un altro po’, ha evidentemente valutato la possibilità di richiedermi dei soldi oppure no, poi mi ha salutato e se né andato.

aprile 2nd, 2005Poi Fate Voi …

Poi Fate Voi



Indro Montanelli, rispondendo nel 1974 a una lettrice del "Giornale", così scriveva:

<< I lettori, cara signora, mi chiedono, si, l’informazione; ma mi chiedono anche la decenza. Quando morì Pasolini nel modo che è ormai accertato, noi non riferimmo tutti i particolari che pure, avendo letto il referto della polizia, conoscevamo perfettamente; ci limitammo a lasciarli capire. E i nostri lettori non ce lo rimproverarono mai, anzi ne furono grati. Quelli che godono a frugare nel pattume e a rimestare nel sordido non sono lettori del "Giornale", e noi non teniamo affatto che lo diventino. Quanto ai giornalisti che si dedicano a questi esercizi, essi dicono, lo so, di farlo in nome della "oggettività e completezza dell’informazione". Ma, cara signora, queste sono formule che possono fare effetto solo sugl’imbecilli. Se io vengo a sapere che un funzionario pecula o malversa, ho dovere di denunciarlo con nome, cognome e dettagli: ma non ho quello di frugare nelle sue lenzuola per rivelare come fa l’amore con la moglie, o con l’amante, o con tutt’e due (ora usa molto, pare), perchè questo, a meno che non se ne dia pubblico scandalo, rientra in quella privacy in cui nessuno ha diritto di ficcare il naso.>>



(Professione Giornalista, tecniche e regole di un mestiere – Alberto Papuzzi – Manuali Donzelli editore, 2003, Roma, pp. 225)

Nessuno pensa ai bambini?



Qualcuno si: è

la GIA , acronimo per Girls Intelligence Agency, una corporation americana il cui scopo finale è quello di vendere prodotti ai tweens, cioè ai potenziali consumatori che rientrano in una fascia di età compresa tra gli otto e i dodici anni.

Come si può facilmente intuire dal nome, il target preferito dalla GIA è costituito da ragazzine delle scuole elementari e medie. La tattica è la seguente: la corporation propone alle pre-adolescenti americane di diventare “Agenti Segrete” per conto della GIA. In cosa consiste questa curiosa carica? Le agenti segrete vengono scelte in base alla loro popolarità: solo le ragazzine più attraenti e che godono di maggiore prestigio presso le loro pari possono ambire a una simile qualifica. Noi le chiameremmo “fighette di legno” o “stronze”, in America dicono “cool”. Queste “cool babies” vengono contattate da una responsabile dell’azienda e poi sottoposte ad un colloquio. La ditta invita le piccole ad organizzare dei pigiama party con le loro amiche; nel corso di questi incontri serali le “Agenti Segrete” hanno a disposizione una “slumber-party-in-a-box”, ossia una scatola piena di sorprese, con le quali giocare e intrattenersi nel corso della nottata. Le “sorprese”, in concreto, consistono in campioncini di profumo, vestiti, trucchi, prodotti per i capelli, DVD, CD contenenti la colonna sonora di film in prossima uscita nelle sale. Forse

la Nutella è stata pioniera in questo campo, a pensarci; fatto sta che lo scopo finale di questi party è testare il gradimento delle neo-consumatrici nei confronti dei nuovi prodotti da immettere massicciamente sul mercato, e nello scavalcare i media tradizionali per quanto riguarda il posizionamento delle merci ai più piccoli.

Pare, infatti, che i tweens si dimostrino particolarmente resistenti agli spot pubblicitari trasmessi dalla tivù o proposti sulla carta stampata;

la GIA cerca, quindi, di mantenere un profilo basso, allontanandosi dalla forma “istituzionalizzata” di trasmissione dei messaggi per infiltrarsi direttamente nell’intimo e nel privato. La sua tattica di vendita, infatti, si basa sul passaparola, sul bisogno di appartenenza caratteristico dell’età e, soprattutto, sulle relazioni di amicizia che legano le bambine.

Le Agenti Segrete devono presentare una relazione settimanale all’azienda, durante un incontro con una responsabile che fa compilare loro test di preferenza e questionari sul gradimento dei vari prodotti. Nel corso di tali sedute le ragazzine vengono anche invitate a parlare dei loro problemi, di ciò che pensano e della loro vita in generale, di modo che il legame che si instaura tra loro e le rappresentanti aziendali sia amichevole ed emotivamente coinvolgente.



Tutto ciò è subdolo e riprovevole, ovviamente – però quando ho letto per la prima volta dell’esistenza di questa corporation mi sono detta “Vabbé, è l’America. Qui da noi le bambine di otto anni non sono così smaliziate”.

Poi l’altra sera, parlando con un’amica che fa supplenze alle elementari, mi sono dovuta ricredere. Una mattina, nel bel mezzo di una spiegazione, una bimba di nove anni l’ha interrotta e le ha chiesto: “Oggi sei felice, vero?” – al che lei ha risposto, un po’ stupita “Si, sono felice”.

La bambina l’ha guardata di traverso, poi si è messa a ridere e le ha detto: “Hai trombato, eh?!?”, suscitando l’entusiasmo delle amiche che si sono rovesciate in urla e applausi per la ritrovata vita sessuale della loro maestra.



(E si, hanno indovinato in pieno).


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