aprile 12th, 2005Keep on Moving (Move Your Ass) …
Keep on Moving (Move Your Ass)
Chi ha la fortuna di crescere in un occidente benestante e tecnologicamente avanzato, oggigiorno, sperimenta diverse cose nel corso della propria vita, molte delle quali hanno un carattere in comune: quello della deperibilità.
Negli anni si possono conoscere persone provenienti (potenzialmente) da tutto il mondo, si osservano cose, si cambiano scuole, ci si compra un cellulare nuovo a biennio, si fa zapping tra i canali, si apre un mutuo per prendere una macchina e se ne fa un altro per sostituirla, si cambiano abitudini, ritmi, spazi da vivere, preferenze culinarie e politiche, amicizie, oggetti, punti di vista, opinioni – si cambia ristorante, regista preferito, moroso, lavastoviglie, calligrafia, medico, taglio di capelli, credo religioso e anche sesso, identità – per chi lo desidera. La globalizzazione vissuta dalla parte di chi ne scolpisce le forme significa opportunità di scelta, forse, ma più che altro vuol dire possibilità obbligo di cambiamento. Vivere in un mondo interconnesso e carico di stimoli significa avere un sacco di opportunità da sfruttare, ma il prezzo da pagare per tutta questa abbondanza è l’impossibilità di scegliere di non cambiare. In linea teorica possiamo decidere su qualsiasi cosa – come disegnare il nostro futuro, che mestiere svolgere, che cibo mangiare, quali letture fare e via di seguito – fino a cose di una banalità imbarazzante, come ad esempio impedire ad un coinquilino di stendere i panni sul balcone perché poi sgocciolano sui nostri, o cacciare fuori un vip da una trasmissione televisiva. Possiamo decidere chi sarà a governarci, se è giusto o no abortire, se bisogna staccare la spina ad un malato terminale o se è eticamente corretta la stagione di caccia – possiamo decidere che l’Adidas è meglio della Nike, che Nietzsche è meglio di Croce o che è più buono il gelato rispetto alla corsa del treno, ma non possiamo scegliere la staticità, per nessun motivo. Siamo tutti arruolati nell’esercito del globalizzare, senza che nessuno ci abbia spedito a casa il richiamo, in maniera coatta. La nostra missione è la rivoluzione: del gusto, della morale, dell’arte, della parola, della moda, dei marchi e dei colori. La nostra battaglia è da combattere nelle strade, nei vicoli e nelle notti invernali fissando il fuoco dentro un camino – è da vivere collettivamente, fianco a fianco con soldati vicini e lontani; il nostro nemico è la mobilità. Siamo tutti chiamati a mobilitarci per la mobilità, nessuno deve restare escluso da questa corsa forsennata, bisogna che ciascuno si attrezzi come crede (zainetto, bandiere, divise, lanciarazzi, cori, spillette, cartelloni, kefija, minigonne, cravatte, va bene tutto) per non restare indietro, per non rimanere fermo. Non è ammesso che un soldatino resti lì dov’è; un soldato fermo è un soldato morto. Non ci è posto alcun limite fisico né alcun orizzonte ideologico: va bene l’universitario che manifesta contro la guerra in Iraq come la casalinga che non si perde una puntata di Vivere, la femminista che scalpita per ottenere un posto in Parlamento e il membro del Rotary che va in vacanza a Marilleva – ciò che conta non è la forma, ma il fatto che essa cambi di continuo.
Tutto questo spasmo collettivo, questo fermento da brulicare di formiche richiede in pegno qualcosa che, oggi, è visto di traverso, e che la gente – a dispetto di quanto blatera con indignazione – rifugge terrorizzata: restare ciò che si è – che poi vuol dire, a seconda dei casi, mantenere una linea più o meno costante di atteggiamenti, essere coerenti, frequentare sempre le stesse persone, vivere tutta la vita in un posto, eccetera.
Personalmente non ho niente contro la globalizzazione; da quel poco che ho studiato mi sembra di aver capito che non dipende da me né da voi né dalla Mano Invisibile di cui parlava Qualcuno tempo fa. Mi sembra anche che non abbia necessariamente una connotazione (positiva o negativa, è uguale), se non quella che noi vogliamo darle – mi pare somigli più ad un contenitore da riempire che ad un’onda che travolge, anche se è un contenitore che va riempito per forza, e se non sarò io a farlo se ne occuperà qualcun altro, perché tanto non fa nessuna differenza.

Princesa e i Rom
Poi Fate Voi
Nessuno pensa ai bambini?