aprile 29th, 2005La Citazione del Giorno …

La Citazione del Giorno



"Il tuo cane è un cotechino con i peli."
(Lox)

Questo è un racconto che ho scritto qualche anno fa, spudoratamente ispirato ad una tipica uscita a cena con i miei amici.

I Love Crew.

Gli Sletterati

Sono presa dalla tristezza ogni volta che vedo sparecchiare un tavolo al ristorante. Prima i commensali riuniti, le voci squillanti, il tintinnio delle posate, le sedie spostate. Poi i commensali se ne vanno, e subitanei piombano camerieri rapaci a cancellare ogni traccia del pasto consumato. Una morte simbolica dopo i fasti della gola, una rapida funzione purificatrice e un repentino oblio di ciò che fu: il riapparecchiare lo stesso tavolo in attesa di nuovi clienti.

Ero persa in queste amene riflessioni quando Gianni intonò, ruggendo, il suo cavallo di battaglia. Gianni è un medico, asporta appendici e strizza cisti, appoggia clisteri e adocchia clitoridi; è un tuttofare. Tra pappagalli e cateteri trova anche il tempo di dilettarsi nella più nobile tra le arti umane: il cazzeggio. Questa, ovviamente, è una mia interpretazione: lui lo chiama “Filosofare”. E’ sempre stato pomposo.

Comunque, dicevo, Gianni stava per ammorbare i presenti con l’ennesima esposizione della sua personalissima teoria dell’evoluzione, riassumibile all’incirca così: l’homo sapiens sapiens sapiens sapiens sapiens (cioè quello che si procura il cibo dal supermercato virtuale) discende indirettamente dalle mosche. Il processo è all’incirca questo: se le mosche potessero morire per autocombustione l’uomo non si sarebbe mai mosso dalle grotte, perché una mosca infuocata potrebbe mandare in cenere una casa nel giro di pochi minuti.

“Stranita, eccitata e impaurita (quando recita questa parte ha sempre una luce violenta nello sguardo, e si lecca il labbro inferiore) la mosca volerebbe senza una traiettoria razionale in salotto, in cucina, in bagno e nelle camere da letto, e con una buona approssimazione si può concludere che andrebbe a sbattere, accecata dalle fiamme, su rotoli di carta igienica, tende di seta rosa, vestiti e giornali.”

Da ciò discende, poi, che neanche la scrittura sarebbe potuta nascere, e che noi poveri umani staremmo ancora a scrivere i pittogrammi sulla roccia. O forse basterebbe vivere in case senza tende e pulirsi il culo con il dito, come gli ha fatto cortesemente osservare qualcuno, una volta.

Ma tant’è. A quel punto, comunque, era rosso in viso per il fervore e per il vino, e sbraitava senza posa. Le ragazze, facendo il trenino, si erano dileguate in bagno; i maschi si grattavano beati sotto la tovaglia.

Franco, sorpreso da un rutto nel bel mezzo di uno sbadiglio, sussultò sulla sedia ed emise un rumore inumano, a metà tra il verso di un cinghiale in amore e il “miao” strozzato di un gatto al quale è appena stata pestata la coda. Carlo costruiva piccoli razzi con i fazzolettini di carta, e poi li accendeva sulla punta con l’accendino. Se andava bene si alzavano in aria e si scioglievano in cenere, che poi gli ricadeva sui capelli. Se andava male finivano il loro momento di gloria dentro il portacenere.

All’improvviso la porta d’ingresso si spalancò, ed entrò una folata di vento che gelò all’istante ogni proposito di socializzazione. Ci guardammo intorno alla ricerca di un motivo per spiegare tanta crudeltà.

Fu presto chiaro: dal buco nero della porta spuntarono correndo tre grossi volatili starnazzanti e puzzolenti, ricoperti di piume che dovevano essere state bianche, una volta.

“Oche?” domandò acuto Carlo strizzando gli occhi.

“Oche.” confermò Luigi, reticente.

Erano oche assassine. Si gettarono in mezzo ai tavoli, rovesciando piatti e tovaglie con le loro ali sgraziate e mandando all’aria i vari camerieri che si trovavano, disgraziatamente, sulla loro strada.

Poi ci videro, unici avventori tardivi di quel locale semideserto. Ci fissarono, ci sfidarono. E poi partirono alla carica.

“Ma le oche sono buone. No?” propose Maria – di ritorno dal Vespasiano – come a ricordare alle bestie la loro vera natura.

Ma ormai era troppo tardi. A quel punto le oche ci stavano attaccando, e fu una battaglia memorabile. Io mi difesi con le scarpe, a colpi di tacco e di punta (questo è l’anno di transizione dalla punta al tondo, seppiatelo, ma finché c’è punta c’è speranza), Luigi tentò di tenerne a bada una brandendo una sedia come il miglior giocoliere vivente non avrebbe saputo fare, Carlo si chiuse in uno sgabuzzino e Maria venne afferrata per i capelli. La liberai colpendo il suo carnefice sul fondoschiena, con un matterello che mi lanciò il pizzaiolo dalla lunga distanza.

Una volta domate le oche e fatto il conto dei danni, tornammo a sederci intorno alla tavola. I famelici pinguini vassoio-muniti ci fissavano con occhio torvo, ma non ci lasciammo intimorire. Ordinammo un altro giro di digestivi, per brindare alla recente vittoria.

“Insomma” sentenziò Luigi stirandosi la schiena “Non ne abbiamo più parlato. Lo vogliamo fare o no?”. Luigi è un venditore di cose a domicilio, gira per le strade e in genere passa la giornata lavorativa a bere nei bar. Si definisce “situazionista”, nel senso che prende le situazioni così come vengono, senza farsi troppi problemi. Stava tentando di convincerci a supportare insieme a lui il secessionismo dei quartieri cittadini.

“Tutti vogliono la loro autonomia! Tu, ad esempio.” Si voltò verso di me “Vuoi essere autonoma, non avere bisogno di nessuno. Tutti lo vogliono! E’ sempre così, e lo sarà sempre più!”

“Non penso che a loro freghi molto della mia autonomia”, ribattei indicando gli astanti, perplessa.

“Ma chi parla di te?” – mi smontò – “Il mio è un discorso dall’ampio respiro. Guardiamoci attorno, tutti cercano l’indipendenza. Ogni Nazione ha ormai rivendicato la sua autonomia dal resto del Mondo, poi le Regioni hanno voluto essere autonome all’interno delle Nazioni, e poi dopo i Comuni hanno voluto diventare autonomi dalle Regioni. E’ arrivato il momento dei Quartieri Cittadini! Sarebbe uno spasso! Autonomia anche per loro!”

“Se dice ancora una volta la parola ‘Autonomia’ giuro che gli recido la giugulare con la bottiglia di Limoncello.” Mi sussurrò Carlo all’orecchio.

“Ci pensate” proseguì imperterrito “Dovrebbe essere una cosa che succede in ogni città, in tutto il mondo! I quartieri in cui ci sono le scuole dovrebbero vietare l’istruzione a chi sta fuori dal loro territorio, quelli in cui ci sono le sedi dei trasporti – che so, degli autobus – dovrebbero impedire agli estranei di usare i loro mezzi, e la cura negli ospedali si dovrebbe avere solo se si sta nelle zone limitrofe, altrimenti sarebbe necessario avere un visto, o una cosa del genere.”

“Basterebbe un Mandato per farti internare, e tutti i problemi sarebbero risolti.” Concluse Franco, coronando l’affermazione con una sonora scoreggia.

L’oscurità della notte, repentina, entrò per la seconda volta dalla porta, unitamente ad un’altra folata di gelo che rizzò capezzoli e intimorì uccelli.

Entrarono, turbinanti, ballerine seminude con i boa colorati appesi al collo, trapezisti senza trapezio a cavallo di zebre e piccole zingare che tentarono di venderci delle rose. Le ballerine saltarono sul nostro tavolo e si lanciarono in una danza scatenata, furoreggiante, erotica. Franco, Luigi, Carlo e Maurizio – il burbero proprietario del locale, accorso per l’occasione – fissavano dal basso la scena sbavando copiosamente, io e Maria litigammo con i trapezisti perché non volevamo provare a cavalcare le loro zebre e le piccole zingare montarono a cavallo delle oche, che lanciarono al galoppo fuori dal locale. Non le vedemmo mai più.

Poi le ballerine si rivestirono, i trapezisti si fecero fare un caffè e dopo se ne andarono tutti.

Noi eravamo ancora seduti al tavolo. I rapaci in cravatta ci voltolavano intorno con sguardo arcigno, ma noi non desistevamo. Stoici, ordinammo il terzo giro di amari, accolto con un sorriso di circostanza che pareva più un ghigno promettente vendetta.

“Eeeeeh!” sentii una mano sulla spalla, una mano con delle unghie lunghissime. Troppo. Giulia era tornata dal bagno, e si sedette vicino a me. Immersa in una conversazione telefonica con un uomo generico, si era persa la scena e ricominciò – ignara di tutto – a recitare la sua litania esattamente da dove l’aveva terminata. Giulia fa la commercialista presso un’azienda importante, dorme sedici ore a notte e indossa solo perizomi. Quel pomeriggio era andata dall’estetista, e la depilazione inguinale alla quale era stata sottoposta non confaceva con l’idea che aveva di Donna Onesta e Morigerata, quale ovviamente si definiva.

“Mi fa troppo male, mi hanno tolto anche quello che non ho. Te lo dico io cos’è l’Inferno: è l’attacco congiunto di due estetiste al tuo inguine. Sono cose a cui un maschio non pensa. Scontiamo i nostri errori una volta al mese, tra resina rosa e chiacchiericcio. Ecco com’è la storia!” continuava a lamentarsi massaggiando la parte offesa; Franco la guardava di sottecchi, poi sfacciatamente, poi spudorato. Poi andò in bagno, e più non dimandammo.

“Ma comunque” riprese Carlo, riemerso per l’occasione dalle profondità del suo computer portatile “Ci pensate se il mondo fosse a rovescio, e se ad esempio il fuoco divampasse a richiesta aprendo il rubinetto di una fontana e l’acqua si accendesse per essere bevuta?”

Nessuna reazione.

“Eh? Non ci pensate?”

 Dato che Franco era assente e non poteva degnamente onorare l’occasione come suo solito, Luigi afferrò una confezione di grissini e iniziò a fustigare Carlo direttamente sui chakra.

Poi la porta di spalancò nuovamente, e a questo punto iniziavamo ad essere irritati, oltre che infreddoliti, dalla solita folata di gelo.

Nello spiazzo antistante il nostro tavolo si catapultò un distinto e anziano signore recante al braccio un leggio dorato; poggiò il leggio davanti a lui, sistemò il papillon verde e si schiarì la gola. Estrasse poi dalla tasca un foglio sgualcito, lo lisciò agli angoli e iniziò a recitare le seguenti strofe:

“L’impudica sincerità

Adornata a festa

Indossa vesti leggere

E una voce squillante“

Detto ciò ruzzolò fuori dalla porta facendo la capriola.

Terminammo i digestivi; gli avvoltoi in livrea avevano sopito, ormai, ogni istinto di rivalsa, e ci imploravano con lo sguardo di lasciarli andare a dormire.

Ci alzammo, saldammo il nostro conto e uscimmo dal ristorante.

Quale morale trarre da tutto ciò?

Semplice:

1) Non solo i Gay indossano boa colorati;

2) A volte, forse, è più importante la veridicità della verità;

3) Domare gli uccelli non è poi così difficile.

Berlusconi e il 25 Aprile

Ieri pomeriggio la Vostra-Qui-Presente-Eroina era in giro con un’amica; chiamiamola Ipocondria. CuloDritto e Ipocondria passano davanti alla Piazza del Paese, all’interno della quale è radunata una folla di gente. Numerose bandiere patriottiche sventolano mollemente alla dolce brezza primaverile.



CuloDritto: "Fico. Ci andiamo?"

Ipocondria: "Ma sei scema? Io ai raduni di Forza Italia non ci metto piede."

aprile 23rd, 2005Institution Death Match …

Institution Death Match



L’altro giorno il Resto del Carlino dedicava la prima pagina all’approvazione della legge sul matrimonio tra omosessuali in Spagna, titolando “Zapatero sfida Ratzinger”, o qualcosa del genere.

Ora, da quel che ne so io (il che potrebbe non essere molto, me ne rendo conto) una posizione del genere significa attuare del revisionismo storico in presa diretta. Nello specifico, vuole dire due cose:

-
Negare (o far passare in secondo piano) una conquista ottenuta nel corso del tempo da una parte della società, che rivendica i propri diritti e, ottenendone il riconoscimento sul piano giuridico, viene legittimata all’interno dello Stato per la prima volta nella storia (spagnola);

-
Leggere gli avvenimenti del contemporaneo nei termini di una lotta tra due istituzioni che si contrappongono al solo scopo di poter dire “ho vinto io”, cioè di rivendicare una superiorità generica all’interno della quale la qualità dei contenuti è, alla fine, relativa (e sminuita).

Mi sembra, quindi, che la metafora del reality show con la quale in molti hanno paragonato, negli scorsi giorni, il conclave e l’elezione del nuovo pontefice, sia tutto sommato sbagliata. La realtà somiglia più ad un Celebrity Death Match, in cui due sfidanti si confrontano sulla piazza virtuale e il pubblico se ne sta sugli spalti, a fare il tifo con cori e striscioni.

 

Oggi il water ha preso fuoco

perchè ci ho lanciato una sigaretta accesa, e la palla di carta igienica che mio fratello ci aveva infilato dentro si è rivelata un ottimo combustibile.

Pensavo di rendere pubblica la password di questo blog, di modo che chiunque passi di qua possa scrivere qualcosa, modificare il profilo, inserire foto porno nell’header, usare il mio nick per offendere qualcuno sul proprio sito senza essere costretto all’anonimità, cose così. Però lo so che il primo fancazzista che arriva mi cambia la password, e chi s’è visto s’è visto. Bastardo. Urge una soluzione.


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