Le SitCom Americane mi fanno una Pippa



Quest’oggi mio fratello, nel corso di una delle sue attività ricreative del primo pomeriggio, ha stampato una foto a colori scaricata da internet avente per soggetto un nerboruto ragazzo di colore, nudo, che cinge nella posizione della pecorina una donna grassissima, di quelle che somigliano ai lottatori di sumo – parimenti nuda.

Dopo aver effettuato la stampa ha ripiegato il foglio formato A4 a metà, in modo che l’immagine restasse celata all’interno. E’ salito in camera e si è dimenticato di portare con sè la propria creatura, lasciandola incustodita di fianco alla tastiera. 



Alcune ore dopo mia mamma ha avuto l’esigenza di effettuare un paio di calcoli, abbastanza semplici in realtà, su un supporto cartaceo; ha afferrato il primo foglio che ha trovato in giro per casa e ci ha scritto su qualche numero.



Poco tempo dopo mia mamma ha chiesto a mio babbo di andare in banca per conto suo e di effettuare un versamento; gli ha anche messo in mano un foglio di carta formato A4 sul quale aveva riportato i conti finali e il totale dei soldi da versare, dicendogli di darlo al banchiere.



Mio babbo, quindi, è arrivato davanti al colletto bianco e gli ha detto "Questo glielo manda mia moglie", porgendogli il foglio con la fotografia porno di cui sopra, che il distinto signore dietro lo sportello ha dispiegato davanti ai suoi occhi in tutti i suoi pixel sgranati.

Se non aggiornerò il blog per un pò è perchè siamo stati messi tutti dentro dalla BuonCostume, sappiatelo.

CuloDritto alla conquista del Web

Mi hanno chiesto di collaborare ad un Blog Collettivo.

Questo.

Ho un pò di ansia da prestazione, confesso.

Controtendenza (post polemico e poco divertente)



La diffusione del peer to peer è cosa buona e giusta, ma ha alcuni lati d’ombra che vanno al di là delle esigenze di copyright e dei soldi che gli autori non riescono più a intascare.

Io ho imparato l’inglese traducendo i testi delle canzoni che amavo; mi piazzavo seduta a fianco dello stereo, con un foglio davanti, una penna in mano e un dizionario con le pagine staccate sulle gambe. Passavo il tempo ad ascoltare in loop un singolo cd, mentre sfogliavo fogli su fogli cercando di attribuire un significato – uno qualsiasi – ai versi che uscivano dalle casse. Al liceo prendevo sempre buoni voti, ma non alti quanto meritassi: la professoressa di inglese mi rimproverava ogni volta l’utilizzo di termini gergali nei compiti in classe. "CuloDritto, non devi usare lo slang a scuola!" era la tipica frase con la quale mi apostrofava, mentre i miei compagni scuotevano mogi la testa. Era anche simpatica, la prof; parlava esclusivamente in inglese o in romagnolo, senza mai passare dall’italiano. Il mio vicino di banco era un ragazzo che aveva genitori romani, e non capiva mai niente, neanche quando le cose gli venivano tradotte. Ho trascorso vari anni a fare da interprete sia dall’inglese che dal romagnolo, sfottendolo a morte. In ogni caso io non è che utilizzassi termini gergali per fare

la Prima della Classe; è che non avevo idea che quelle parole non appartenessero all’inglese da dizionario. Studiando la lingua a partire dai testi di canzoni americane, davo per scontato che i lemmi imparati fossero validi universalmente, e ogni volta la mia spontaneità interpretativa  si scontrava con la dura realtà.

-         “Bartender” non è una parola inglese!

-         Ma la dicono gli H-Blockx!

-         Chi?

-         Gli H-Blockx, prof!

-         Non me ne frega niente, si dice “Barman” (An’imtarèsa brìsa, us dìs “Barman”, letteralmente)

-         Che palle.

-         “Barman!”

A quei tempi internet non era una risorsa aperta e disponibile; non per me, almeno. Compravo tre o quattro cd a settimana, e mi piaceva un sacco andare nel negozietto minuscolo con milioni di cd infilati dentro le scansie chiuse con il lucchetto, passare ore ad ascoltare musica dalle cuffie formato paraorecchie che erano attaccate in un angolo del muro, osservare gli adulti che entravano imparando a distinguere a colpo d’occhio quelli che la musica ce l’avevano per passione e i coglioni che passavano di lì dandosi un tono nel momento in cui chiedevano l’ultimo di Morandi. Mi mandava in sollucchero l’apertura del cd, togliere la pellicola protettiva, estrarre la copertina sperando di trovarci all’interno i testi delle canzoni.

Quando i testi non erano parte integrante del prezzo pagato per il cd, era un casino. L’ipotesi di andare su Google e digitare “Nirvana lyrics” era molto in là da venire, e così dovetti imparare, nel tempo, a capire le parole ascoltando il brano. La procedura era sempre la stessa: mi sedevo di fianco allo stereo con carta, penna e dizionario, solo che al posto di effettuare una semplice ricerca su carta per lettera, passavo le giornate a pigiare “pause” e “fff”. Non ascoltavo più le canzoni, ma le segmentavo in brevi pezzi che riascoltavo fino a venti volte consecutive, imputandomi nel tentativo di capire cosa dicessero. I miei genitori hanno meditato il filicidio più volte durante la mia adolescenza.

Tutte queste cose mi portavano via molto tempo, ovviamente, ma erano una specie di rito per me, qualcosa di personale e intimo – e, di conseguenza, la musica è diventata una cosa privata, esclusivamente mia, da non condividere. Le discoteche non mi piacciono perché, in genere, fanno ascoltare musica scadente; le volte in cui i dj mettono su buoni pezzi, però, mi sento sempre fuori luogo. Guardare le persone dimenarsi sulle mie canzoni, senza che abbiano una minima cognizione del significato dei testi e del contesto sociale in cui sono state create mi sembra ogni volta una violazione, qualcosa di violento e ingiustificabile.

Quando ho scoperto le magie della rete, e la possibilità di scaricare canzoni gratis senza fine, mi si è aperto un universo. Pensavo fosse una cosa bellissima, da anarchia mediatica, in grado di creare una comunità mondiale aperta e libertina e capace, alla fine, di soppiantare l’oligopolio della sempre odiata SIAE, che mi aveva fatto spendere per anni una barca di soldi, tirannicamente.

Ho goduto bazza della situazione idilliaca per vario tempo, pensando seriamente di dare un contributo all’evoluzione della musica, all’apertura del mercato a gruppi innovativi e troppo sconosciuti per essere prodotti da un’etichetta famosa. Adesso, però, l’unico sapore che mi è rimasto sulle labbra è quello della mistificazione. Poter scaricare indistintamente e senza sosta qualsiasi cosa è sicuramente positivo per le mie tasche, ma porta via tutta la magia della sorpresa e della scoperta che, per me, è sempre stato un elemento essenziale della passione musicale. Non c’è niente di grande, niente di fortemente individuale nel connettersi a WinMX e premere “download”, non c’è nulla di costruttivo nel trovare il testo di una canzone su un sito, non c’è niente di spirituale, di “altro” nella rete; è tutto banalmente materiale, terra a terra. E’ tutto sempre disponibile, troppo: perdere o rovinare un cd era una disgrazia, per me; perdere un MP3 è come dimenticarsi dove si è appoggiato un elastico, o dove si è lasciato l’accendino. Si riesce a rimediare senza problemi, sempre.

C’è un eccesso di condivisione, in generale. Ogni tanto arriva qualcuno da me, e mi dice:

-         Tu scarichi la musica da internet, vero?

-         Mah, ormai ho smesso. Perché?

-         Ecco, io vorrei quella che fa “Tamn Ta tamaaaa Tam Na na na na”, hai presente?

-         ……

-         Dai, quella che c’è lei bionda nel video con i tipi neri che ballano.

-         Uhm.

-         Daaaaai, quella bella che fanno sempre vedere, hai capito, vero?

Ora, a parte il fatto che a un imbecille del genere non regalerei una compilation neanche se me la chiedesse camminando in ginocchio su una distesa di ceci, il punto è un altro. Il punto è: ammesso che io abbia capito la canzone della quale sta parlando, e ammesso pure che potrei anche scaricarla dalla rete – cosa dovrei farne, in concreto? Masterizzare un cd per una canzone? Mettere il file zippato su un floppy, e poi che si arrangi – visto che non sa neanche riconoscere il tasto di accensione di un computer? Accartocciare l’MP3 nella carta stagnola e portarglielo a casa insieme a una confezione di patatine fritte del Mac Donald’s? Attaccare la presa USB nel culo del gatto e fare l’upload? Cosa vogliono, queste capre, da me?

Il mondo interconnesso sarà anche un’opportunità senza precedenti, ma personalmente preferisco non condividermi con tutti. Sono una figa di legno telematica.

Anche se Bukowski non mi è mai piaciuto



La presenza di un Barista in un locale è fondamentale per la buona riuscita di una serata, soprattutto per chi ama stare a bere con i gomiti appoggiati al bancone.  Il Barista deve essere uomo, e si deve imporre sul cliente. In genere è positivo il fatto che sia rude, brusco, e che maltratti i frequentatori più assidui. Non può essere uno che sorride in continuazione, che ti porge il bicchiere con gentilezza e passa la serata a leccarti il culo su questo o quel argomento. Il vero Barista ha un fastidio perenne nei confronti del locale in cui lavora, del datore di lavoro e della sua vita in generale; è una persona tormentata, insoddisfatta, decadente. Quando gli ordini da bere, lui ti risponde “Non rompermi le palle”, salvo poi offrirti un drink buonissimo senza che tu glielo abbia chiesto.

Elemento fondamentale per l’individuazione di un Barista con la “B” maiuscola è, appunto, la capacità di fare da bere: deve essere eccelsa. Il vero Barista conosce a memoria almeno un centinaio di drink, è appassionato al suo lavoro e adora sperimentare; se un cliente non sa cosa ordinare, e gli dice “Fai tu”, lui sarà felice di poter inventare qualcosa di nuovo, e si impegnerà nel preparare un drink veramente godibile al palato. Se è davvero un Barista, poi, ricorderà a memoria tutti i tuoi beveroni preferiti, e nel tempo imparerà a conoscere per empatia i sapori e gli accostamenti che più ti aggradano.

Il Barista è anche un gran chiacchierone, adora intrattenere i propri clienti sproloquiando a lungo su argomenti sconnessi e astrusi, che in genere consistono in invettive generiche e inconcludenti contro categorie di persone, istituzioni, media e società. E’ divertente passare qualche ora a litigare con lui, infamandosi a vicenda e firmando l’armistizio bevendoci sopra.

Dopo che avrete fatto amicizia, lui vi tratterà male e vi provocherà per buona parte della serata – però vi inizierà ad offrire molti drink, e vi regalerà cesti carichi di popcorn fumanti, di olive grandi come uova e di patatine fritte. Se entrerete davvero molto in intimità con lui, vi farà accomodare al suo fianco durante lo spuntino delle tre di notte e farà portare dalla cucina qualcosa da mangiare anche per voi.

Un Barista, poi, è una Testa Calda per definizione: se nel locale si scatena qualche tafferuglio, lui sarà in prima fila nella difesa del territorio. Inizierà a spintonare e a scazzottare per riportare all’ordine costituito, caccerà fuori in malo modo i teppisti da pub e tornerà dietro al bancone con varie escoriazioni, atteggiandosi senza pudore a soldato semplice di ritorno dalla battaglia. A questo punto, se voi commenterete l’accaduto dicendo “Bravo”, lui si lancerà in un anatema contro i malcapitati, infervorandosi e concludendo il soliloquio carico di rabbia. Se, invece, gli direte “Sei uno scemo, non dovevi andare a picchiare quei tizi”, allora lui si lancerà in un anatema contro i malcapitati, infervorandosi e concludendo il soliloquio carico di rabbia.

Sono una razza in via di estinzione, i Baristi. Purtroppo, perché ormai le discoteche e la moda di girare almeno tre pub in una sera – altrimenti si è “fuori dal giro” – stanno diventando una piaga sociale. Le nuove generazioni non hanno sentimento, ecco.

Io ne avevo uno, di Barista, ma adesso lavora da un’altra parte. Il mio attuale barista è un cinquantenne con la pancia, che tiene famiglia e mi fissa da dietro il bancone con la placidità bovina di una mucca cresciuta in cattività.

AAA Cerco Barista Disperatamente.

Campagna per la Difesa della Donna dall’omonima Festa

Oggi è l’otto marzo. Non regalate mimose, che puzzano e spargono le loro spore nell’aria tentando di germinarci.

Piuttosto, prendete la mano della vostra Cara, baciatela con garbo e poi iniziate a cantare "It’s raining man" a squarciagola, mimando ripetutamente la figura di un uomo che cade di pancia, improvvisandovi stuntmen.

Vi giuro che apprezzeranno.


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