marzo 23rd, 2005Esercizio di stile #3 …
Esercizio di stile #3
La Firma

Studente di scuola media

Studente di liceo artistico (firma astratta)

Studente di corso di laurea in grafica (firma concettuale)

Analfabeta

Medico

Fumettista Marvel sottopagato
Esercizio di stile #3
La Firma

Studente di scuola media

Studente di liceo artistico (firma astratta)

Studente di corso di laurea in grafica (firma concettuale)

Analfabeta

Medico

Fumettista Marvel sottopagato

Esercizio di Stile #2
Una volta ho partecipato ad una Mailing List per un esame di psicologia. Eravamo in una cinquantina; la professoressa ci inviava delle dispense, e noi dovevamo elaborare dei testi (cioè scrivere dei racconti brevi) su un argomento da lei stabilito, per poi spedirli a tutti i partecipanti. Il passo successivo era costituito dalla lettura degli elaborati altrui, e dalla stesura di una concisa analisi (effettuata applicando i principi di psicologia studiati nelle dispense) di uno a scelta tra i testi pervenuti.
In una di quelle occasioni la prof. ci invitava a riflettere sul binomio tra forma e contenuto all’interno di un racconto: lo scopo era rispondere alla domanda “E’ più importante lo sviluppo narrativo oppure lo stile con il quale si racconta lo storia?”.
Io risposi che era più importante lo stile, e per testimoniarlo scrissi un pezzo in cui non succedeva praticamente nulla: c’era un ragazza che prendeva l’autobus e si soffermava un po’ a guardare i volti di un paio di passeggeri che le stavano seduti di fronte, e basta. Secondo me era anche carino, anche se nessuno lo commentò.
Ho ripensato spesso a quel interrogativo, e nel tempo sono giunta alla conclusione che la mia idea era sbagliata: quando non si ha niente da dire si può anche trovare un bel modo per farlo (cit.), ma una storia non può basarsi sul nulla. Da vorace consumatrice di romanzi quale sono, posso dire con certezza di non aver mai letto un singolo libro nel quale abbia trovato più interessante il virtuosismo stilistico rispetto alla costruzione narrativa nel suo insieme.
Poi ci ho pensato ancora, e sono giunta all’ulteriore conclusione – palesemente palese, direte voi – che non è possibile scrivere una storia basandosi solamente sullo stile di scrittura. Però, insomma, non è che ne fossi del tutto convinta. “Pura Vita”, ad esempio, è un libro che non racconta nulla, ma che si risolve in un puro esercizio di scrittura (il fatto che sia pessimo non è importante ai fini dell’argomentazione. O forse si).
Infine sono giunta ad un compromesso: la trama è importante tanto quanto lo stile. E’ essenziale avere qualcosa da raccontare, e anche farlo in modo scorrevole, avvincente e corretto a livello sintattico.
Questo, almeno, per quanto riguarda un racconto. Per quanto riguarda un post, tanto per fare un esempio a caso, penso che sia valida la prima ipotesi – ossia che esista la possibilità di dilungarsi nel riempire spazio con le parole senza avere per forza qualcosa di interessante da raccontare.
Come ad esempio.
Esistenzialismo (non fatemi girare le palle)
Ieri sera un mio amico mi ha detto che ho un’opinione superficiale su un determinato argomento. L’ironia non mi manca per smorzare quasi ogni critica e/o rivendicazione e/o insulto che possiate indirizzare nei miei confronti, ma la banalità è un concetto che mi ossessiona, se non altro per il fatto che nessuno, mai, può essere sicuro di avere pensieri originali, straordinari, forse immortali. Chateaubriand, o qualche altro poeta francese, non mi ricordo, aveva detto che uno scopo del genere è raggiungibile estraniandosi dal mondo, in modo tale che le cose dischiudano poi la loro vera essenza. Non so quanto ci sia del vero in un aforisma del genere, anche perché io mi sento spesso estraniata ma non è che mi senta altrettanto spesso così brillante e arguta nelle congetture mentali. Negli anni della Globalizzazione la paura più grande è quella dell’omogeneità. Che è un pò come dire che l’acqua è liquida, ma ogni volta che ci sbatto il naso mi viene voglia di infilarmi due dita in gola.
Separati alla Nascita
(Arguti commenti su "Million Dollar Baby")
"Non vedo l’ora che Morgan Freeman interpreti Kofi Annan."
(RickyLeRoy)

A E I O U, cià cià cià
Ho sempre avuto l’abitudine di associare un colore a ogni numero e a molte lettere dell’alfabeto. L’uno, per me, è bianco; il due giallo; il tre verde, e via di seguito.
Penso di aver sviluppato questa strana abilità perché alle elementari, come tutti, sono stata obbligata ad usare i regoli per imparare a contare. I regoli sono quei bastoncini di plastica o di legno che attribuiscono uno specifico colore e una determinata lunghezza a ciascuna unità numerica, in modalità progressiva. L’uno è simboleggiato dal regolo più corto, il dieci da quello più lungo; l’uno è color bianco, appunto, il dieci è arancione. Probabilmente sono portata a rimanere colpita dai colori piuttosto che dalle lunghezze, con notevoli vantaggi per la mia vita sessuale.
L’associazione tra colore e alfabeto è meno invasiva, nel senso che attribuisco una precisa tonalità solo alle vocali e a qualche consonante, ma in generale è prevalente la sequenza di lettere (cioè la parola nel suo insieme) sulla lettera presa in sé. Per esempio, “Elena” è una parola verde perché contiene due “E”, che io collego al colore dell’Irlanda; “Sasso” è giallo perché la “S” è color sole.
Mi sono chiesta più volte a cosa potesse servire questa mia capacità, e finora mi sono data due risposte: a memorizzare i numeri di cellulare, e a fare la poetessa maledetta.
Nel primo caso, ripeto mentalmente una determinata sequenza numerica immaginandola come una sequenza di colori, e in questo modo sono riuscita a mandare in memoria ben dieci numeri di telefono diversi. Una piccola conquista per CuloDritto, una grande conquista per l’Umanità.
Nel secondo caso cerco di autoconvincermi che, se l’ha fatto Rimbaud, significa che anch’io ho qualcosa di geniale – oppure che i miei sensi sono troppo sregolati, ipotesi più plausibile anche se preferisco la prima.
Tutta questa bella digressione sui colori solo per rendervi partecipi del fatto che mi sono tinta i capelli, di viola elettrico. Che non associo né ad una lettera né a un numero, però sono troppo bellissimi.