Google trivia: perchè i musulmani non mangiano carne di maiale?
Risposta: perchè il maiale è un animale sporco, e ingerirne la carne significherebbe rendere impuro il proprio spirito.
Una volta, mentre mi ritrovavo a vendere del pane, è arrivato un musulmano che mi ha chiesto per dieci minuti del (testuali parole) "Pane No Maiale". Non so voi, ma io non ci sono arrivata a capire cosa volesse. Insomma, va bene la sperimentazione, ma fare dei ruzzolini al sapore di lonza era un’idea che non mi era mai venuta. Mi hanno poi spiegato che, in realtà, quel ragazzo mi stava chiedendo del pane senza strutto. E poi dicono le incomprensioni interculturali.
Quest’oggi CuloDritto, da novella appassionata di Antropologia Culturale (che prima o poi dovrà laurearsi anche lei), vi propone una spiegazione innovativa al divieto di consumo di maiale nel mondo islamico. "Innovativa" per lei, almeno. Poi magari voi la conoscevate già, ma questo è il mio blog e su queste pagine sono libera di sbandierare apertamente la mia ignoranza più crassa.
“ Il cibo è prestigio e ricchezza – un segno di ciò che ti puoi permettere di comprare. E’un mezzo di comunicazione e di relazione interpersonale (Moran, 19754, 169)
Nel corso della storia umana, una vasta regione del Vecchio Continente (il Mediterraneo) è stato la sede della massima produzione di carne e di cereali. Proprio in questa area il cibo animale – sostiene M. Harris – ha avuto una lunga evoluzione. Le bestie divennero nutrimento eccessivamente caro perché ciò che consumavano equivaleva o eccedeva quanto producevano.
Allevare e macellare solo per la carne significa distruggere il valore in quanto forza di trazione, produttrici di fibre e fornitrici di fertilizzanti (Harris, 1979, 143)
L’uso alimentare della carne ha dovuto quindi fare i conti con i benefici perduti (soprattutto forza lavoro). L’animale domestico divenne più utilizzabile come fonte secondaria di cibo (latte e latticini). Si giunse al punto in cui il consumo di carne divenne proibitivo e le risorse vennero via via diminuendo. Ben presto sorsero, nella storia, dottrine religiose volte a inculcare la credenza che il consumo di piante fosse più gradito agli dei del consumo di carne (Harris, 1979, 143).
Consegue, dal discorso di M. Harris, che l’umanità si sarebbe più sentita attratta da diete vegetariane, e avrebbe attribuito loro alti valori simbolici oltre che nutritivi. Contemporaneamente, il rapporto dell’uomo con il proprio cibo divenne intrinsecamente percepito in termini di purità e di impurità. In proposito va sottolineato, tuttavia, che solo alcune specie animali, aolo alcuni prodotti dell’attività venatoria o di allevamento caddero sotto regole tabuizzanti. Esiste una tesi che, seppur non fondata su documentazioni accertabili, non può essere totalmente ignorata. Secondo M. Harris, se l’animale allevato richiede costi elevati e offre bassi benefici mette in pericolo il modo di sussistenza dell’uomo. Viene così drasticamente eliminato dalla dieta. E’ il caso del maiale.
Come fornitore di carne, il maiale non ha rivali: è uno dei più efficienti convertitori di carboidrati (in proteine e grassi) dell’intero regno animale (…). In termini di calorie prodotte per ciascuna caloria consumata, i maiali sono tre volte più efficienti dei bovini e due volte più efficienti dei polli. (Il maiale) è essenzialmente una creatura che vive nelle foreste, lungo le rive dei fiumi e ai bordi delle paludi. E’ fisiologicamente inadatto alle alte temperature e alla luce solare diretta perché non può regolare la sua temperatura corporea – ovvero non può sudare – senza fonti esterne di umidità. Nella foresta, suo habitat naturale, il maiale mangia tuberi, radici, frutti e nocciole per terra. Se nutrito con piante ad alto contenuto di cellulosa, perde completamente il suo vantaggio sulle specie ruminanti come convertitore di piante in carne e grassi (…). Gli antichi israeliti arrivarono in Palestina tra l’inizio e la metà dell’età del ferro, intorno al 1200 a.C., e presero possesso dei territori montani che in precedenza non erano stati coltivati, trasformando rapidamente i boschi collinari della Giudea e della Samaria in terrazze irrigate. Le aree adatte all’allevamento dei porci con foraggio naturale furono così notevolmente ristrette. La dieta dei maiali dovette essere sempre più integrata con cereali, il che li rese competitivi con gli uomini (Harris, 1919, 144-146).
Nella misura in cui l’allevamento dei maiali sarebbe stato in diretta concorrenza con la coltivazione dei cereali, esso avrebbe prodotto un fenomeno preciso: una cultura materiale avrebbe impedito ad un’altra di crescere. La transizione dall’una all’altra sarebbe dunque consistita in un calcolo razionale di costi e rese. "
(A. Destro, Complessità dei mondi culturali – Introduzione all’antropologia, 2001, Patron Editore, Bologna, pp. 146-147)