“
L’Immaginazione al Potere!” era lo slogan che alcuni giovani urlavano per le strade delle città all’inizio del secolo scorso. No, non erano i sessantottini; ho detto a inizio secolo. Questa formula rivoluzionaria è stata inventata da una congrega di bohemienne che pensava di dover scuotere dalle fondamenta l’ordine precostituito, la morale e la società nel suo insieme, e che sperava di poterlo fare attraverso l’uso creativo delle parole e delle immagini. Non ci sono riusciti, e in pochi hanno dato credito alle loro teorie (infatti non compaiono nei testi scolastici, e solo gli adolescenti più depressi, ribelli o annoiati riescono a scovarli), ma sono stati dei precursori: avevano capito che l’umanità avrebbe subìto un affondo pesante dalla logica del visivo e del visibile, e cercavano in tutti i modi di essere dei leader in questa rivoluzione. I tempi – purtroppo – non erano maturi, e le loro parole restano imprigionate nei libri, con tutto un carico di aspettative disattese e di sconfitte talmente prevedibili da far provare quasi nostalgia per quei tempi – quelli in cui si poteva sognare una cosa del genere, e in cui si era liberi di immaginare la direzione che la società avrebbe potuto prendere. Quelli in cui si pensava, sinceramente, di poter dare un contributo individuale, significativo, importante.
Poi sono arrivate la radio e la televisione, ed è nato il mainstream. La prima forma di immaginazione al potere è stata espressa nei messaggi propagandistici dell’antisemitismo nazista. Potremmo dire che Hitler è stato il primo dadaista pragmatico, cioè il primo ad aver messo in pratica gli insegnamenti. Altro che futurismo, una corrente così arida e materiale – piatta. I leader di movimento avevano già capito che le masse non possono essere convinte con i dati della statistica o con i numeri al limite del cabalistico che indicano la potenza di un motore o la velocità di una locomotiva: sapevano che la gente va portata per mano attraverso qualcosa di immateriale – un immaginario che sia collettivo e condivisibile, che permetta di immedesimarsi in esso, che crei unità e che infervori gli animi. Un immaginario passionale, da costruire con le parole e con le immagini; da costruire con l’immaginazione, appunto.
Poi ci sono state un sacco di altre cose, e alla fine siamo arrivati ad ammettere di vivere in una società dell’immagine. Questo significa, né più né meno, che viviamo in una società in cui la creatività è al potere. Certamente nessuno sarebbe disposto a confermare una cosa del genere: parlare di immaginazione e di creatività sembra svilente, fa venire in mente un pittore dall’occhio stralunato con un basco sporco in testa e una tavolozza ricoperta di colori in mano. Non è una cosa professionale, che ispira sicurezza o fiducia; non si può dire che un politico basa la sua immagine sull’immaginazione, neanche sintatticamente. La creatività, l’immaginazione sono concetti che rimandano a qualcosa di raffazzonato, sbrigativo, fatto alla meno peggio e fondamentalmente irrazionale, illogico. Da bravi figli dell’illuminismo ci rifiutiamo di accettare un principio di definizione tanto aleatorio: è preferibile parlare di studio d’immagine, capacità di relazione, telegenia, pubbliche relazioni, target, spot, copy. Cerchiamo in continuazione di trovare un principio matematicamente dimostrabile che testimoni l’importanza della fantasia e della capacità di immaginare - come se queste non fossero delle doti a sé stanti, ma solo dei mezzi per arrivare a qualcosa di più importante e comprensibile, cioè per arrivare a vendere. L’immaginazione al potere ha generato l’aberrazione del contemporaneo, e cioè la riduzione della fantasia a mero ingranaggio nel meccanismo del mercato. Le idee servono come base per produrre qualcosa che genera posti di lavoro e un profitto da redistribuire ai membri della società, allo stesso modo in cui un albero serve per produrre carta igienica. Quindi, riassumendo, nella società occidentale del nascente millennio lo slogan “
L’immaginazione al Potere!” è un invito alla gente a cagare di più.