Idea Pubblicitaria

Packshot: una giovane ragazza carina sta stesa su un prato verde ritoccato con Photoshop. Indossa una maglia rossa e un paio di jeans; i piedi sono nudi.

Voce fuori campo: Hai mai pensato a quanto sono utili i tuoi jeans?

(Stacco sulle cosce della ragazza, che sorride tra il malizioso e l’ingenuo)

Voce fuori campo: Ti accompagnano in giro, ti tengono caldo e sono una fonte inesauribile di pulizia.

Packshot: un bambino grasso mangia un gelato. Una goccia di cioccolato gli cade sui jeans. Il bambino grasso piega le labbra in un broncio.

Voce fuori campo: quando li sporchi non hai bisogno di pulirli; basta aspettare due minuti e loro assorbono.

(Stacco sulla faccia del bambino grasso, che sorride felice)

Packshot: una casalinga con un fazzoletto sui capelli è in una cucina e traffica ai fornelli; stacco sulle mani della donna, ricoperte di unto. La casalinga si guarda intorno, corrucciata, per cercare qualcosa con cui asciugarsi le mani, ma non trova niente.

Voce fuori campo: quando hai bisogno di pulirti le mani, loro sono sempre con te.

(Primo piano della donna che si sfrega le mani sporche sui jeans, e torna a sorridere)

Packshot: Un giovane ragazzo carino è chino su una fontana e sta bevendo l’acqua raccogliendola sulle mani unite a forma di coppa. Il ragazzo finisce di bere e si guarda in giro disperato alla ricerca di un fazzolettino di carta.

Voce fuori campo:  quando devi asciugarti, loro sono sempre a tua disposizione.

(Stacco sul ragazzo che si asciuga le mani sui jeans, e corre felice verso una ragazza bellissima in secondo piano, abbracciandola)

Packshot: una signora di mezza età ancora piacente sorride alla telecamera e mostra felice un panno fatto di jeans.

Voce fuori campo: Noi abbiamo pensato alle tue esigente. Jeansy è il primo panno da cucina fatto interamente in tessuto di jeans. Asciuga, assorbe e pulisce il settanta per cento in più rispetto a tutti gli altri panni.

(Stacco sulla signora di mezza età che accarezza il panno, lo passa sopra una chiazza di benzina, lo usa per asciugare il culo di un neonato, lo infila in un water e lo strofina sui bordi, sorride con una paresi facciale)

Voce fuori campo: Jeansy: la Forza di tre nella forma di Uno. (Claim alternativo: Jeansy: Uno e Trino).

Io ve lo dico

 In modo che siate preparati, perchè se un’idea così semplice è venuta a me – che sono nessuno – prima o poi salterà in testa anche a qualche pubblicitario.
Bene: tra qualche tempo le nostre automobili diventeranno veicoli di pubblicità trasversale.
Cos’è la pubblicità trasversale, prof?
Niente, è una cosa che mi sono inventata adesso (però ha un bel nome, no?).
Dunque, chiamiamo “pubblicità diretta” la promozione che un oggetto fa di se stesso per il semplice fatto di apparire: uno zainetto dell’Invicta si auto-pubblicizza all’interno delle scuole nel momento stesso in cui il trenta percento degli alunni ne porta  uno in spalla (tralasciamo l’analisi del motivo per cui una mandria di ragazzini dovrebbe comprare proprio quello zainetto, e non un altro).

Chiamiamo “pubblicità trasversale”, per contro, la promozione che una marca fa di stessa nel momento in cui entra in sinergia con un oggetto in grado di farsi pubblicità diretta.

Non ho capito un tubo, prof.

Immaginavo.

Allora, prendiamo una macchina. Diciamo una Fiat, tò. Le autovetture prodotte dalla Fiat vengono pubblicizzate in televisione attraverso degli spot (un esempio di pubblicità di vecchia generazione), ma si auto-pubblicizzano autonomamente nel momento in cui iniziano a girare per le strade (pubblicità diretta).  Cioè? Cioè: la gente vede le macchine Fiat nei centri cittadini, sulle autostrade, in periferia, nelle zone a traffico limitato, nel parcheggio sotto casa riservato ai residenti, nelle code per entrare nei centri commerciali – le vede un po’ dappertutto. La gente, inoltre, sa che la Fiat produce macchine da molti anni, e che queste macchine hanno delle prestazione buone e dei costi contenuti. Queste cose le sa per esperienza, perché gliele ha dette la tivù e perché le persone parlano tra di loro e si scambiano opinioni. 

Poi, però, potrebbe anche capitare che la gente se ne dimentichi, o che non sia proprio interessata a pensare alle caratteristiche di una Fiat mentre va a comprare le tendine per la doccia di sabato pomeriggio. A questa evenienza viene corrisposta un’esposizione massiccia di macchine in movimento: una signora, ferma sul ciglio della strada, sta riflettendo sul modo più veloce di preparare il rotolo per la sera, e ad un certo punto le sfreccia davanti una Stilo. Potrebbe non notarla, oppure si. Se la notasse, potrebbe iniziare a pensare che la sua macchina è un rudere e che dovrebbe cambiarla – e che, a ben pensarci, una Fiat non sarebbe poi tanto male. Oppure potrebbe pensare che inquina, che la carrozzeria ha un colore pietoso o che anche il suo amante ne ha una, me ne rendo conto – ma teniamo per buona la prima ipotesi, altrimenti non finiamo più.

Allora, nel momento in cui la nostra signora prende in considerazione l’idea di acquistare una Fiat per il semplice motivo che ne ha appena vista una che le passava davanti agli occhi, in maniera del tutto casuale, siamo in presenza di una “pubblicità diretta”.

E quella trasversale?

Ci sto arrivando.

Se la pubblicità diretta funziona (e ha già dimostrato di funzionare), si potrebbe pensare ad una forma promozionale di seconda generazione, e cioè a fare in modo che queste macchine, oltre a fare propaganda per se stesse, diventino uno strumento di pubblicità per altri prodotti.

Qualcuno, in effetti, ci ha già provato: la C3 Pluriel, ad esempio, è disponibile anche nella versione D&G – cioè nella versione creata in collaborazione con le menti di Dolce e Gabbana. Questa macchina, quando gira per le strade, svolge una doppia funzione pubblicitaria: quella per la Citroen e quella per D&G.

Ma questo è niente, rispetto alle potenzialità del mezzo.

La carrozzeria stessa di ogni macchina è uno spazio disponibile, ampio, ad alta visibilità e in continuo movimento; utilizzandola come veicolo promozionale si potrebbe arrivare a far si che – ipoteticamente – qualsiasi target in qualsiasi parte del mondo venga esposto ad esso.

Quindi, secondo me, tra qualche anno si vedranno in giro un sacco di automobili con delle placche attaccate sopra la carrozzeria, che pubblicizzeranno la Coop e il McDonald’s, Armani e la Fininvest e la Microsoft e un po’ di altre multinazionali. Si vedranno delle Y10 con la placca gialla e rossa di Billa, gigante, delle Peugeot con il logo della Mandarina Duck ben visibile, delle Bmw con la mela della Macintosh, piccola ma in posizione strategica.  I loghi delle macchine economiche saranno enormi e pacchiani, quelli delle macchine care saranno discreti e di design.

Si creeranno delle convergenze e dei patti ad alti vertici, ad esempio un possessore di Mercedes potrà girare con Shell e Banca Intesa, ma non con Nike e Nestlè.

La gente sarà disposta a tenere queste placche sulla propria macchina perché, all’inizio, le grandi marche pagheranno per ottenere questi spazi: 30 euro al mese per i Gran Pavesi, 40 per lo jogurt Danone, 120 per l’Imodium. Dopo un po’, comunque, le macchine inizieranno ad uscire dalla fabbrica con il logo già stampato, e la gente che deciderà di acquistare una macchina sponsorizzata potrà usufruire di un riduzione sul prezzo di cartello; più loghi ci saranno stampati e meno la macchina costerà.

Dopo un altro po’ inizierà ad andare di moda avere un certo logo sulla propria macchina, e la gente ricomincerà a pagare per poter attaccare il simbolo di MTV o quello dell’Adidas.

E il mercato girerà sempre di più, saremo sempre più contenti e avremo tutti più soldi e posti di lavoro e ci sarà la pace nel mondo.

E la mia macchina sarà uguale a quella di Black Mamba.

 

Ma tanto il tempo è circolare
(prima o poi avrò il vostro scalpo)

CuloDritto: "Non mi piace andare a Bologna, perdo un sacco di tempo"
Anich: "Ma va là"
CD: "Si. Devo passare delle ore ad aspettare"
Anich: "Ad aspettare cosa?"
CuloDritto: "Tutto e tutti. Prima aspetto il treno, poi aspetto l’autobus, poi aspetto che arrivi il docente perchè c’è il tre quarti d’ora accademico, poi aspetto che finisca la pausa tra la prima parte della lezione e la seconda, poi aspetto ancora l’autobus, poi aspetto di nuovo il treno…è una gran rottura di palle"
Anich: "Cazzo dici. Oh, cioè, Fe, che storie ti fai? Scendi dal treno, prendi il C al volo esattamente di fronte alla stazione che ti scarica proprio dentro la facoltà, giuro, poi fai lezione, riprendi il C che ti viene a caricare praticamente da dentro l’aula, arrivi in stazione un minuto e tre secondi prima che parta il treno e sei a posto. Cioè, è una bazza. Che storie ti fai?"

Oggi sono andata a consegnare una tesina (quindici minuti) e a parlare con un professore che si era sbagliato a scrivere il nome dell’esame sul mio libretto (cinque minuti).
Mentre aspettavo, tra le altre cose, sono andata alla Feltrinelli, ho consultato l’intera opera bibliografica disponibile in loco di tre autori diversi, ho comprato due libri di scrittori a caso, ho iniziato e finito "La leggenda del Santo Bevitore" e mi sono letta le prime 180 pagine de "Trilogia della città di K".

Oh, cioè, che storie mi faccio?

febbraio 9th, 2005 Al Bargoole“Ho…

 Al Bargoole

“Ho fame”

“L’anoressia può essere vista come una lotta quotidiana tra un bisogno fisiologico
essenziale di nutrimento e un desiderio psicologico di magrezza estrema per affermare se stesse.”

“Ma io non sono anoressica”

“Le dimissioni ospedaliere dell’anoressica non sono sanzionate”

“Ah. Vabbè, mi dia un panino.”

“Le spacco il culetto?”

“Cosa?”

“Siamo ciò che mangiamo “

“interessante”

“Salerno ben si può definire una
città interessante”

“Non ci sono mai stata”

“In iraq non ci sono mai state armi di sterminio”

“Guardi, non ho voglia di parlare di politica”

“Del popolo americano ho il massimo rispetto”

“Si, si anch’io. Me lo da questo panino, adesso?”

“Comprati un panino!”

“Che fai, sfotti?”

“Meno male che siete di buon umore”

“Ma chi? Cos’è, un plurale maiestatis?”

“il suo imprecare è identico a quello di un ubriaco in metropolitana che inveisce contro i passanti.”

“Guardi che io non tollero gli insulti”

“Tutti buoni a parlare, ma nessuno che si guardi allo specchio, fatevi un pò di autocritica…”

“Lei è pazzo!”

“Suo figlio mi ha scritto e una di queste
notti, io entrerò in casa sua”

“Cos’è, una minaccia?” 

“No, michia”

“E comunque io non ho figli”

“Credo che non resti che la strada della separazione”

“nel senso che può iniziare ad andare a fare in culo?”

“Ma non so neanche da che parte iniziare”

“Ma muori!”

“Tiè”

 

 

(Questo dialogo è stato realizzato tra CuloDritto e Google, utilizzando i seguenti criteri: CuloDritto ha scritto nel box di ricerca le frasi che avrebbe pronuniciato ad un ipotetico barista, e ha trascritto come risposta una delle frasi contenute nei primi cinque siti trovati dal motore di ricerca. Bello, eh?) 

 

 

Ogni tanto capita di sentire gente che ripete la frase: “Smetto quando voglio, per me è solo un divertimento”. E’ una cosa che dicono gli alcolisti e i drogati, ma anche i fumatori, le persone che guardano sedici ore di televisione al giorno, le donne che spendono mille euro al mese in vestiti, gli uomini che giocano a carte, i ragazzini che usano la playstation e quelli che scommettono sulle corse dei cavalli.  E’ una cosa che tutti diciamo, prima o poi. Pensiamo di poter interrompere un’attività quando più ci piace, perché la cataloghiamo all’interno della categoria “gioco” intesa in senso molto ampio. In realtà, ciò che facciamo va oltre tutto questo: siamo abituati a credere che la caratteristica principale del ludico sia la possibilità di violare – in qualsiasi momento ci faccia comodo – il rispetto delle regole che esso impone, e parliamo di conseguenza.

Il gioco è un’attività fondamentale durante la crescita di ogni essere vivente, e ha lo scopo di preparare i cuccioli alla vita adulta. Giocare non significa solamente “passare del tempo con qualcuno in allegria”, ma serve a simulare delle situazioni di pericolo in un ambiente protetto – cioè i piccoli di diverse specie fingono di litigare e di picchiarsi tra loro in modo da prepararsi a vicenda per il momento in cui dovranno affrontare quelle stesse situazioni in ambienti ostili, non familiari e non protetti. E’ una palestra di vita, il gioco, e più la predisposizione ad esso è alta, più un essere vivente è considerato intelligente.

In effetti esiste la possibilità di interrompere il gioco: quando la lotta si fa troppo cruenta, o quando uno dei due giocatori sta iniziando a soccombere davvero, ci si può tirare fuori dal combattimento – ma non sempre. In alcuni casi la simulazione si spinge troppo oltre, perde i connotati di finzione e i due giocatori diventano contendenti, con tutte le conseguenze che questa ridefinizione comporta – e cioè, in primo luogo, essi perdono la possibilità andarsene quando vogliono, non possono più chiedere il “time out” all’avversario e devono iniziare a lottare veramente per la sopravvivenza. Quand’è che il gioco finisce in tragedia, signora maestra? Non si sa: ogni volta si corre il rischio. Ma allora non posso più giocare? Al contrario: devi giocare con questa consapevolezza, in modo da non farti cogliere impreparato. OK, torno a guardare Hamtaro.

Nella nostra società uno dei problemi da risolvere riguarda la gestione del tempo libero della gente: tutto un esercito di lavoratori part time, di colletti bianchi, di impiegati comunali, operatori telefonici, tecnici di computer, professori, operai, segretarie, studenti, casalinghe e cassiere (e chi più ne ha, più ne metta) si ritrova a poter gestire alcune ore delle proprie giornate come più preferisce, e gli analisti di marketing di mercato si adoperano costantemente per non fare annoiare nessuno. Il tempo libero va usato per il proprio divertimento, è dedicato al ludos: televisione, computer, cellulare, lettore dvd, viaggi in Thailandia, radio, arredamento della casa, suonerie polifoniche, vestiti firmati, animali domestici esotici, gadgets per la macchina, unghie finte, i-pod – va tutto bene pur di mantenere sempre allegra e felice la popolazione mondiale (con qualche riserva, ma stiamo lavorando per voi) e a far girare l’economia. Il risultato di questo processo (iniziato all’inizio del ‘900, dopo la seconda rivoluzione industriale) è una società del divertimento perenne: non c’è più distinzione tra orario lavorativo e ricreazione, gli impiegati aziendali passano le mattinate a chattare, i professori passano le pause tra le lezioni a fare la spesa al mercato, le segretarie passano le mattinate a parlare al telefono con le amiche, gli studenti passano le serate a bere nei pub e le casalinghe passano le giornate a guardare soap opera. Tutti passiamo le giornate a giocare, tra una cosa e l’altra.

A me, personalmente, la cosa piace un mucchio; d’altra parte, chi è che se la sentirebbe di sputarci sopra? Avere la possibilità di dedicare del tempo a qualcosa che ci piace è una grande conquista e un’enorme possibilità, e penso che ci faccia stare bene in diversi modi. Magari non aiuta a risolvere problemi, ma è una cosa che può risultare stimolante, distensiva, piacevole, divertente o anche solo dolcemente tediosa – ma di sicuro rappresenta un’opportunità da non sottovalutare.

Io, in ogni caso, non me la sentirei proprio di dire “Smetto quando voglio”.

E voi neanche, altrimenti non sareste qui a leggere.


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